domenica 30 marzo 2014

The Guilty Dozen

Se uno va a guardarsele bene, le gare di college football hanno ammassato talmente tante situazioni bizzarre che si potrebbero riempire enciclopedie intere. Una voce di questa enciclopedia bisogna sicuramente riservarla alla The Guilty Dozen o forse qualcosa tipo The Night They Made Twelve An Odd Number In Miami. La scena è quella dell'Orange Bowl del 1969, i protagonisti sono i Penn State Nittany Lions di coach Joe Paterno, ed i Kansas Jayhawks di coach Pepper Rodger.
La gara era stata ben giocata ma soprattutto nessuna delle due squadre aveva perso di vista l'altra.
Nel primo quarto Penn State era sembrata nettamente superiore alla difesa del Kansas , ma un fumble perso e due intercetti avevano impedito ai Nittany Lions di segnare se non nel secondo quarto. Kansas, pur non eccezionale in attacco, era riuscita ad andare in touchdown ed il 7-7 di fine primo tempo era apparso ragionevole. Nella seconda metà l'halfback di Kansas, Don Shanklin, riuscì in una magia delle sue, riportando un punt per 47 yard fino alla linea delle sette di Penn State, da dove i Jayhawks trovarono la via per la seconda segnatura di giornata, portandosi in vantaggio.

Ad ottanta secondi dalla fine, Kansas, era avanti 14-7, Penn State usò l'ultimo time-out ed allo snap successivo costrinse Kansas al punt. I Lions giocarono una 10 - Go Charge, una giocata disperata in cui si buttano dieci uomini sul punter nella speranza di bloccare il calcio. La tattica funzionò solo parzialmente, il calcio fu deflesso e cadde sulla linea di metà campo, 50 yard dalla endzone. Era già disperazione perchè il quarterback Burkhart non passava per essere un braccione, ma il lancio, effettuato un attimo prima di essere toccato da un avversario sfuggito al blocco, esce con una lunga parabola che trovò incredibilmente Campbell, che era riuscito ad aggirare il suo marcatore, il salto e la presa portarono inaspettatamente Penn State sulla linea delle tre yard. 
A quel punto, con un minuto alla fine, Paterno chiamò Burkhart in sideline e gli spiegò i successivi tre giochi. 
"Chuck was positively the coolest guy around. He kept telling me 'We'll win, coach, don't worry'. It was great, but sometimes I wonder if he has quite enough talent to be all that cocky"
Burkhart e Paterno erano legati con un doppio filo, il QB era il traduttore in campo di quello che il coach pensava, era colui che aveva portato la squadra a una stagione imbattuta (il 1968, 11-0) e dopo altre dieci gare senza sconfitte, era a sette yard dal pareggiare una gara disperata. Burkhart ricorderà un episodio curioso, in occasione del licenziamento di Paterno a causa dello scandalo-pedofilia che colpì Penn State:
"George Welch was my position coach, and one day he was showing me how to run a play, but it was not how Joe wanted it done. When Joe saw what we were doing, he came running over, screaming at me to please to do it right. I looked over at George and asked, 'Why didn't you tell him you told me to do it this way?' George said, 'Because he loves you. All he's going to do to you is yell. Me? He'd have fired me!' "
E mentre Penn State stava preparando la sua ultima spinta offensiva per tentare quantomeno il pareggio, Kansas mandava in campo la sua difesa in versione goal-line, ma mentre nelle sostituzioni solo un giocatore scese, due salirono, creando la superiorità illegale di cui nessuno si accorse per due snap. Questi due snap furono diligentemente giocati da Burkhart come chiesto da Paterno ma la difesa resse ed alla terza chiamata, 56-scissor, un handoff sulla linea per l'halfback Charlie Pittman, Burkhart cambiò idea: non diede palla al sorpreso Pittman, la fece scivolare dietro la sua anca e corse una bootleg esterno sinistro per il touchdown, il primo nella sua personale carriera collegiale, vano fu il tentativo di fermarlo prima della goal line. A questo punto Joe Paterno, uno che giocava sempre il tutto per tutto, decise di provare per due punti. "Se non fossimo riusciti a vincere, avremmo perso" ebbe a dire laconicamente più tardi. Sembrava si avverasse la seconda opzione quando il passaggio del quarterback Chuck Burkhart all'halfback Bob Campbell nell'angolo destro appresso al piloncino, venne deviato e mandato a terra da un nugolo di giocatori di Kansas.

Si, in effetti c'erano un sacco di caschi dei Jayhawks in campo, e Pepper Rodgers era un allenatore intelligente, imprevedibile, scaltro; certo ha architettato alcune difese veramente feroci a suo tempo, ma mai una con 12 uomini. In fondo si può pensare che dopo nove ore di bowl il giorno di capodanno, se ne siano viste a sufficienza, invece c'era ancora tempo per quell'ultima trovata.
Il nugolo risultò un po' troppo nutrito anche per Foster Grose, referee della crew, che aveva diligentemente contato i giocatori e che già prima dello snap sapeva dell'errore, ma non aveva avuto immediatamente la prontezza di per chiamare la flag. Piu tardi dichiarò che era sua routine contare i giocatori ad ogni step... mah, considerato che ci furonodue snap con 12 persone in campo, prima che al terzo se ne accorgesse, mi sembra che sia una bugia bella e buona.

Tuttavia la flag rossa di Grose svelò a Kansas ed a tutti gli spettatori, televisivi e non, che i Jayhawks stavano giocando in 12, che lo snap era da ripetere e che il sogno di conquistare l'Orange non si era avverato, e non si sarebbe mai avverato perchè alla giocata successiva, una corsa di Campbell portò il risultato su un pazzesco 15-14, far vincere l'Orange Bowl a Penn State e proiettarla al numero 2 del ranking nazionale.
Due punti che non sarebbero mai stati possibili senza il touchdown precedente, naturalmente, quello segnato senza che ci fosse stato nessun tipo di sventolio di fazzoletti rossi come avrebbe dovuto essere.


Dopo la partita, stravaccato su una sedia pieghevole nello spogliatoio semibuio, Pepper Rodgers, con un sorriso a denti stretti, dichiarò che la gara, ed in particolare quell'ultima azione era materiale da film, per aver trasformato una potenziale vittoria di Kansas in una emozionante vittoria per Penn State. Kansas, dopo essere arrivata a quel fantastico climax, negli anni successivi è sprofondata, chiudendo la stagione 1969 con un 1-9 sintomatico di quello che sarebbe accaduto nei successivi quarant'anni, dove i Jayhawks risulteranno novantunesimi nella classifica delle percentuali di vittorie.
Paterno nelle prime ore del mattino seguente a quell'Orange Bowl, diede la propria opinione ad una TV che stava ripercorrendo le fasi salienti della gara:
"You know, there was enough glory in that game for both teams. No one should be ashamed. We were both great teams tonight" 
Giusto. E i giocatori in campo in quell'ultimo angosciante minuto, per lo spettacolo che contribuirono a dare a chi li guardava, dovrebbero essere particolarmente orgogliosi, tutti e ventitré nessuno escluso!

venerdì 21 marzo 2014

Suos Cultores Scientia Coronat

Cosa unisce un capitano dei paracadutisti, pluridecorato nella seconda guerra mondiale, ad un attore di film di secondo piano con un passato da stella del football professionistico, ed un ragazzo prematuramente stroncato dalla leucemia?
Riprendendo un interessante articolo apparso su l'antidiplomatico, rimango negli anni '50: mentre Johnny Bright usciva con la mandibola rotta dalla gara contro Oklahoma A&M, su a Syracuse si stava costruendo un progetto sportivo che avrebbe trasformato il modo di vedere gli atleti afroamericani sui campi da football.
Schwartzwalder e Brown
Syracuse è una elegante e sonnacchiosa università dagli edifici in monumentale neoclassico. Orgogliosamente indipendente nel football, aveva messo assieme ottime stagioni guidata da Edwin Sweetland ad inizio secolo, e con Frank O'Neill e John Meehan a cavallo tra la metà degli anni '10 e la metà degli anni '20. Poi una infinità di stagioni mediori soprattutto negli anni '40, a cui si volle porre rimedio ingaggiando l'allenatore del piccolo college di Muhlenberg, in Pennsylvania.
Un certo Floyd Benjamin “Ben” Schwartzwalder, eroe pluridecorato della seconda guerra mondiale, che prima di mettersi sugli aerei militari, aveva intrapreso giovanissimo la carriera di allenatore di football a livello di high school, vincendo due campionati statali, in un periodo dominato, a livello nazionale, da uno come Paul Brown, che ci servirà ricordare più avanti. In Europa, non era guarito dalla sua malattia per il football, organizzando leghe di football tra i soldati che si preparavano allo sbarco in Normandia, e allenando personalmente il 507mo Fanteria. Dopo il suo ritorno in patria, assunse il ruolo di capo allenatore al Muhlenberg College, una scuola di poco più di duemila ragazzi che nel football aveva scarse tradizioni e che nell'ultimo anno aveva messo assieme un deprimente 0-5. Con i Mules, chiuse due stagioni (1946 e 1947) da 9-1, la prima vincendo un virtuale campionato nazionale per small college, la seconda guadagnando addirittura un invito per il Tangerine Bowl, gara di post-season giocata ad Orlando, dove era assolutamente vietato far giocare atleti di colore.
Il vecchio Archbald Stadium, due volte incendiato
Dopo una nuova stagione terminata 7-3, arrivò la chiamata da Syracuse, dove assunse servizio nel 1949. Si era lontani dall'integrazione razziale soprattutto nel sud degli states, gli atleti di colore erano ancora pochi ed i college che praticavano una rigidissima segregazione razziale erano ancora tantissimi. Schwartzwalder aveva fatto la guerra, non era stato dietro una scrivania, e la guerra l'aveva fatta contro l'Asse, che proclamava il razzismo della superiorità ariana. Inutile dire che  Schwartzwalder avesse ben altra idea: altri ci misero molto a capirlo, ma gente come lui e Brown ci arrivarono subito che non è la pelle che va in campo, è la bravura dei ragazzi, indipendentemente dal loro pigmento.

I Syracuse Orangemen (non era ancora in vigore l'attuale soprannome di Orange), durante la guida di Schwartzwalder, non solo raggiunsero una invidiabile integrazione razziale, ma produssero alcuni dei più forti giocatori afroamericani di sempre, avendo particolare cura per il ruolo dei runningback, segnando un periodo talmente glorioso per l'università, da non essere stati più eguagliati. Il primo e forse anche più conosciuto giocatore fu Jim Brown, di cui quasi è inutile parlare: Brown era un atleta baciato dagli Dei dello sport, che nella sua carriera scolastica e poi collegiale giocò a football e lacrosse, entrando in entrambe le College Hall of Fame, ma anche a basket, il baseball e, ovviamente dato il ruolo, l'atletica leggera.

In qualità di giocatore di football come running back (ed in sovrapprezzo pure kicker) a Syracuse era il secondo maggior corridore di yard già durante l'anno da sophomore, per diventarne il migliore l'anno da junior e classificarsi quinto all’Heisman Trophy nell'anno senior, segnando una media record di 6,2 yard per corsa. La fine della sua avventura collegiale segnò una delusione per Syracuse giunta al suo primo bowl da favorita dopo il massacro dell'Orange Bowl del 1952: un extra point bloccato fece la differenza e Texas Christian portò a casa il Cotton Bowl del 1957. Passato ai Cleveland Browns che lo draftarono per la stagione 1957, se ne nadò nove stagioni dopo con record di yard corse per singola stagione (1.863 nel 1963) e in carriera (12.312), così come il maggior numero di rushing touchdown (106), touchdown totali (126), e yard guadagnate (15.549). Fu il primo a raggiungere il traguardo eccezionale dei 100 rushing touchdown, raggiunto ancora oggi da pochissimi giocatori nonostante l'espansione a 16 gare nel 1978 (le prime quattro stagioni Brown giocò 12 partite, le ultime cinque stagioni l'anno era composto da 14 gare) e come giusto che sia, fu inserito nella Hall of Fame non solo della sua squadra ma ovviamente anche della NFL. La recitazione è stata la sua seconda passione, anche se le capacità non sono paragonabili: fu il vice Montezuma Monroe in “Ogni Maledetta Domenica” (1999) con Al Pacino, Dennis Quaid, Cameron Diaz, ma soprattutto in "100 fucili" (1969), fu il primo attore afroamericano impegnato in una scena di sesso interraziale con Raquel Welch (mica Gegia!).

“A Brawling Battle of the Hard-Noses”, LIFE, 11 gennaio 1960
Dopo un 1957 tutto sommato non brillante, a Syracuse arrivò l’erede di Jim Brown: Ernest “Ernie” Davis, soprannominato poi "The Express", che rimase fino alla stagione 1961 quando vinse l'Heisman, primo giocatore afroamericano a riuscirci, tanto che John Kennedy presenziò alla premiazione. Con Ernie Davis, gli Orange furono protagonisti nel 1959 della perfect season: vinsero tutte le partite, fino ad arrivare al Cotton Bowl nella Dallas segregazionista a cavallo dei due decenni, contro i Texas Longhorns, #4 del ranking e composti di soli ragazzi bianchi.
Il campo allentato e le tensioni razziali resero la partita un pezzo di storia del football collegiale, un pezzo non certo tenero perchè in campo si combattè entro le regole e fuori dalle regole, se all'inizio ci si porgeva la mano per rialzarsi, alla fine volarono i pugni come fece John Brown al tackle Larry Stephens, e lo stesso Schwartzwalder intervenne in campo per fermare i suoi, 75.000 persone videro imporsi Syracuse per 23-14 e Davis, autore di due TD, venne eletto MVP della gara.
Molti ancora si ostinarono a non voler vedere che il football integrato aveva vinto, Alabama dovette essere asfaltata nel 1970 da USC a domicilio per capirlo, tanto per fare un esempio. Ben si coccolò il suo Davis che gli permise di vincere il primo, e per ora unico, titolo nazionale nella storia di Syracuse, ed il suo lavoro, fatto di allenamenti durissimi, come se ci si preparasse a dei piccoli D-Day e non a delle gare sportive, colpì tanto l'opinione pubblica da portare la rivista LIFE a dichiarare Syracuse come la miglior squadra del decennio. 
Davis al centro con i compagni, dopo il Cotton del 1960
Ernie Davis fu anch'esso selezionato dai Cleveland Browns allenati da un altro di quei coach che del colore della pelle se ne era sempre strafregato, Paul Brown, ma una lucemia fulminante, scoperta al training camp prima della stagione del suo esordio, stroncò la vita prima ancora che la carriera di Davis, a soli 23 anni. L'onda emozionale per la sua morte fu grande, al suo funerale piansero in diecimila, e persino il presidente Kennedy, che lo aveva incontrato per l'Heisman, mandò un messaggio di cordoglio che venne letto durante la funzione. The Elmira Express: the Story of Ernie Davis di Robert C. Gallagher, venne scritto per ricordare la sua breve vita e ne venne tratto un film in cui ovviamente il lato razziale venne accentuato, soprattutto quando si parlò del famoso Cotton Bowl. Cleveland ritirò la sua numero 45, mai usata in gara.

Quando da Syracuse se ne andò anche Floyd Little, anche lui guarda caso running back, ed unico giocatore degli Orange ad essere All-American running back per tre volte, oltre ad essere poi diventato capitano storico dei Denver Broncos e settimo miglior giocatore di sempre per yard nella storia della lega con 6,323 yard all’attivo, all'Archbold Stadium presero la decisione di ritirare quella splendida maglia numero 44, quella che, per un curioso destino, avevano indossato sia Brown, che Davis, che Little. Una maglia carica di talento ma soprattutto, una maglia che ha tanto contribuito a cambiare il colore di questo sport.

sabato 1 marzo 2014

Johnny Bright Incident

"There's no way it couldn't have been racially motivated. What I like about the whole deal now, and what I'm smug enough to say, is that getting a broken jaw has somehow made college athletics better. It made the NCAA take a hard look and clean up some things that were bad."
Questo rimane in Johnny Bright di tutto quello che dovette subire e che culminò il 20 ottobre 1951 a Stillwater. Dimostrare una certa filosofia per l'accaduto, fa da netto contraltare all'oblio che altrove si tentò di dare sull'accaduto.
Ma quale accaduto quindi?
Una mandibola rotta in uno sport come il football potrebbe quasi essere un motivo di vanto, se non fosse che sottendeva le tensioni razziali presenti soprattutto nel sud degli Stati Uniti. Johnny Bright era la stella della Drake University e, due anni prima, il primo giocatore afroamericano a mettere piede sul Lewis Field di Stillwater, casa degli allora Oklahoma A&M (ora Oklahoma State University). Halfback o quarterback, ad inizio stagione veniva considerato tra i papabili per l'Heisman Trophy per aver dato un fondamentale contributo alla crescita di Drake fino alle luci della ribalta nazionale. I Bulldogs giungevano in Oklahoma con una striscia aperta di cinque vittorie ed ambivano senza mezzi termini ad aggiungerne una, confidando anche e soprattutto sul loro migliore giocatore.
La seconda volta in cui mise piede al Lewis Field, andò molto peggio rispetto alla prima: durante i primi sette minuti di gioco, Bright perse i sensi per tre volte a seguito dei colpi sferatigli dal tackle di Oklahoma A&M, Wilbanks Smith. Con la mascella rotta dalla gomitata finale di Smith, Bright fu ancora in grado di completare un passaggio da 61 yard che permise all'halfback Jim Pilkington di andare in touchdown. Ma giocare con una mandibola rotta, per quanto tu possa essere coraggioso o poco sensibile al dolore, non è possibile: l'infortunio costrinse Bright a lasciare la gara con meno di 100 yard sul tabellino, la prima volta nei suoi tre anni a Drake.
Una sequenza di sei foto del brutale infortunio fu eccezionalmente catturata da John Robinson e Don Ultang del Des Moines Register, mostrando chiaramente come il colpo fosse stato sferrato abbondantemente dopo il passaggio di Bright all'halfback Gene Macomber e con il quarterback completamente inerme, ormai lontano dallo sviluppo dell'azione, la sequenza finì sulla copertina della rivista Life e disvelò la vera dinamica dell'accaduto. Un collega dei due fotografi, Bob Spiegel, realizzò nei giorni successivi un reportage in cui intervistò diversi spettatori: uscito sul numero del 30 ottobre 1951 del Des Moines Register, riportò diverse dichiarazioni dei tifosi che addossavano la colpa a uno dei tecnici dello staff diretto da Jennings B. "Ears" Whitworth, capoallenatore di A&M, udito gridare a Smith "Get che nigger" durante gli allenamenti dei giorni precedenti alla gara, tra la practice squad di A&M e la difesa titolare. Spiegel riportò la dichiarazione di uno spettatore seduto appena dietro un gruppo di giocatori della practice squad, ad inizio gara uno di questi si girò dichiarando candidamente "We're gonna get that nigger" e lo stesso giocatore, al primo colpo sferrato da Smith a Bright, aggiunse "See that knot on my jaw? That same guy gave me that the very same way in practice".
Oklahoma A&M alla fine vinse 27-14 ma la Drake University ritenne passata la misura, ritirando la squadra dalla Missouri Valley, seguita a ruota, per solidarietà, dalla Bradley University. Drake si rifiutò di approntare il team di football per il periodo tra il 1951 ed il 1956, soprattutto in considerazione del fatto che né la MVC, né tantomeno Oklahoma A&M, intrapresero alcuna azione disciplinare nei confronti Wilbanks Smith. Quello che divenne il "Johnny Bright Incident" però lasciò il segno a livello di NCAA: la lega attuò una modifica regolamentare sulle norme del blocco, e obbligò gli atleti ad indossare caschi protettivi con naschera a protezione del viso.
La mandibola rotta limitò Bright nella sua efficacia per il resto della sua stagione da senior a Drake, pur rimanendo da solo il 70% di tutto l'attacco dei Bulldogs, e il sogno dell'Heisman svanì.
Dopo la laurea se ne andò in Canada, dove nella CFL fece faville entrando nella Hall of Fame nel 1970. Drake gli rese omaggio nominandolo suo migliore atleta di sempre e ritirando il suo #43 ed intitolandogli infine, nel 2006 il campo di football del Drake Stadium.
Lui, che purtroppo morì molto giovane nel 1983, come detto, prese con molta filosofia quell'incidente, riducendolo a una seppur dolorosa tappa per ottenere l'odierna parità etnica sui campi da football di tutti gli States. Altrove ebbero comportamenti diversi, con altre motivazioni per minimizzare l'accaduto. su usacitiesonline.com, la pagina web della città natale di Smith (Mangum, Oklahoma) lo annovera come un "noted notable" , lodandolo come "an outstanding football player and wrestler", rilevando infine che "In football, he earned notoriety as the perpetrator of the 'Johnny Bright Incident.' This event, with its overtones of racism and poor sportsmanship, was the subject of the 1952 Pulitzer Prize winner in photojournalism" che non mi pare una ricostruzione onesta dei fatti.
Peggio riuscì a fare Oklahoma A&M, poi ribattezzata nel 1957 Oklahoma State University, che non mosse foglia per 54 anni sull'accaduto. Il 28 settembre del 2005 infine, si scusò formalmente con la Drake University per l'accaduto a Bright, con una lettera del Presidente David J. Schmidly al suo omologo David Maxwell.
Ventidue lunghi anni dopo la morte di Bright.