giovedì 25 settembre 2014

Curly e George

Dopo l'arrivo della ferrovia e l'apertura del porto ai commerci internazionali, grazie all'industria della carta, soprattutto, alla bocca del Fox River, il paesello di Green Bay, Wisconsin, aveva iniziato ad avere crescite demografiche vertiginose, specialmente tra il 1890 ed il 1900, quando un paesello di novemila anime era diventato una cittadina di 24.000 abitanti.

Tra i tanti ragazzi nati nell'ultima decade dell'ottocento, c'era anche "Curly", un ragazzone che alla East High School praticamente eccelleva in qualsiasi sport facesse, ivi compreso il football, disciplina violenta che in quegli anni stava cercando di trasformarsi da "scusa per zuffe" in sport praticato con disciplina e serietà, dato che solo pochi anni prima il suo ingresso in scuola superiore, era stata creata dal governo centrale la NCAA per regolare il football collegiale.

Nel 1917, dopo essere stato capitano della locale squadra di football, si iscrisse a Notre Dame, dove fece inizialmente parte della squadra di football diretta da Knute Rockne.
Tuttavia una grave tonsillite lo costrinse a tornare a casa, smettere di andare all'università e cercarsi un lavoro. La Indian Packing Company aveva aperto uno stabilimento anche a Green Bay, e Lambeau andò a lavorarci, pur non mettendosi alle spalle quel pallino per il football che aveva ancora.

Non si sa bene come avvenne l'incontro tra Curly ed il pronipote di Daniel Whitney, fondatore della città. George Whitney Calhoun era a quell'epoca redattore alla Press-Gazette, presso Cherry Street. Parlando di football, nacque l'idea di una squadra "professionistica"... diciamo che il significato della parola si è evoluto, col tempo: all'epoca "professionista" era chiunque giocasse non gratis. Così le cose si fecero serie, fino all'undici agosto, quando i due si rividero con un progetto più serio, un foglio con dei nominativi di giocatori, e 500 dollari che Curly era riuscito a scucire alla Indian Packing per comprare venti uniformi complete e mandare in campo questa nuova squadra, oltre alla promessa dell'azienda di dare in uso un lotto di terreno incolto affianco ai capannoni, per tre allenamenti a settimana. Nella edizione del 13 agosto del giornale, venne ufficializzata la nascita della squadra:
“It will be the strongest aggregation of pigskin chasers that has ever been gathered together in this city”

Tre giorni dopo, sempre alla Press-Gazette, circa venticinque ragazzi elessero Curly a capitano e Calhoun direttore della squadra, soprannominata Indians. Ed il 14 settembre si iniziò, all'Hagemeister Park, un pezzo di terra di proprietà della birreria Hagemeister alla fine settentrionale di Washington Park, adiacente all'East River. Il campo di gioco non aveva recinzioni, non aveva ingressi, non aveva tribune. Calhoun passò con un cappello tra gli spettatori per le donazioni "a vostro buon cuore". Alla fine del primo tempo con il North End A.C., le squadre se ne andarono nelle rispettive endzone a discutere le tattiche per il secondo tempo, attorniate da un anello di spettatori curiosi, pronti a partecipare alle discussioni strategiche, anche non autorizzati. I locali vinsero 53-0.

Erano nati i Green Bay Packers.

mercoledì 30 luglio 2014

Il Professor John A. Hart, appena giunto a Norman.

Erano passati appena sei anni dalla land run che aveva popolato le terre vergini del Territorio dell'Oklahoma, fiumi di Sooners si erano stabiliti con i loro carri e cavalli popolando un'area che aveva da sempre visto solo pacifiche tribù di nativi americani. Il professor John Hart era arrivato dal Kansas alla State University di Norman, fondata anch'essa da una manciata di anni, per studiare e per insegnare Dizione.
Si diceva che avesse avuto a che fare con quello sport violento chiamato football durante i suoi studi sulla East Coast, forse Harvard, comunque un posto dove lo sapevano giocare. Fu così che venne l'idea di reclutare una squadra, e di farlo prendendo come ufficio la bottega di barbiere di Bud Risinger, su West Main Street a Norman. Lo stesso Risinger e Fred Perry furono reclutati poco prima del debutto di quella selezione che doveva rappresentare l'università, contro la squadra di Oklahoma City: nessuno ebbe molto da ridire sul fatto che gli ultimi due arrivati fossero non tanto studenti quanto pompieri volontari.
Anche perchè forse i volenterosi studentelli forbiti non avevano ben compreso il tipo di sport che andavano a fare: attorniati da un pubblico curioso, man mano che cadevano come foglie in autunno, esausti o sotto i colpi degli avversari, venivano sostituiti dalle riserve proprio degli avversari, che cavallerescamente si misero a disposizione per far si che la gara potesse finire regolarmente, 34-0 per Oklahoma City. I ragazzi della State University, in tenuta cremisi e crema, non segnarono e non guadagnarono nemmeno un primo down. Harold Keith, storico dello sport di inizio secolo, scherzò sull'accaduto dicendo: 
"Oldtimers say the only difference between this event and Custer's Massacre, which head occurred only 19 years later, was that in the football game there were survivors from both sides..."
Poco dopo quella gara, che fu l'unica giocata in quella stagione, Harts e la sua chioma fluente tolsero il disturbo, accettando di andare a fare prospezioni alla ricerca dell'oro nell'Artico, senza sapere di aver aperto la strada del football a colei che diventerà una delle regine del College Football come Oklahoma University, nome definitivo della scuola dagli albori del '900. Ancora negli anni '20 "Jack" Harts veniva ricordato con enorme affetto dalle parti di Norman, come bizzarro fondatore del programma di football della scuola.

giovedì 12 giugno 2014

Kurtis da Cedar Falls

Una nazione giovane non ha una vera mitologia, non ha eroi che affondano le radici della loro esistenza in racconti orali tramandati di generazione in generazione.
Una nazione giovane ha i suoi ragazzi e le loro storie, i loro sacrifici ed i conseguenti successi, a volte in campi apparentemente così banali come lo sport.
A volte questi ragazzi, per la carica simbolica delle loro gesta, toccano la mitologia con un dito.
Diventano esempi, diventano rappresentazioni.
Diventano, essi stessi, eroi.

Gli inizi

Tra Iowa ed Illinois, la terra è piatta e le distese infinite di campi prendono tutto l’orizzonte, il Mississippi passa già pigro ma freddo. Burlington si specchia nelle acque del grande fiume padre, ed è qui che prende inizio la nostra storia, nel 1971: il 22 giugno a Burlington nasce Kurtis, che presto si trasferirà a Cedar Falls per frequentare la locale Regis High School e dedicarsi allo sport. Gli piace il basket, ma sogna un futuro da QB, ruolo in cui diventa il titolare alla Regis.
Dato che non se la cava affatto male in quel ruolo, quando Warner termina il suo percorso di studi, nel 1990, il suo sogno sarebbe di giocare per la University of Iowa. Ma gli Hawkeyes non sono dello stesso avviso, così come tutte le altre scuole di Division I. La University of Northern Iowa, sempre a Cedar Falls, gli propone una borsa di studio e Kurtis accetta, pensando che avrebbe almeno giocato un sacco di tempo in una scuola così piccola. Ma finisce a guardare in sideline all'UNI-Dome, per tre anni.
Nel suo anno da senior viene promosso quarterback titolare e alla fine della stagione viene nominato Offensive Player of the Year della Gateway Conference, ravvivando le sue speranze di trovare un contratto in NFL. Ma solo una stagione da senior, per quanto buona, e giocata in un college di così piccole dimensioni, difficilmente garantisce una scelta nel draft, ed infatti Kurtis rimane a sedere per tutto il tempo. Viene comunque invitato ad un tryout dai Green Bay Packers, stando spalla a spalla con Brett Favre, su cui ogni considerazione pare superflua, Matt Brunell, che giocherà tre pro bowl, e Ty Detmer, vincitore di un Heisman Trophy, sul quale la dirigenza ha dei dubbi riguardanti la fisicità, ma non certo riguardo al talento. L'allenatore dei QB dei Packers è Steve Mariucci, che riconosce nel ragazzo delle qualità, ma Green Bay non può permettersi il lusso di sgrezzarlo a proprie spese.

Warner torna a Cedar Falls dove diventa assistente allenatore a Northern Iowa e magazziniere al negozio di alimentari HyVee locale, a cinque dollari e mezzo l'ora. I suoi colleghi sognano di diventare direttori del supermercato, lui sogna di diventare una star della NFL. Vicino a casa sua c‘è una squadra di Arena Football, gli Iowa Barnstormers, e allora decide di provare a farsi mettere sotto contratto.
Inaspettatamente, per uno che mette a posto scatoloni di patatine, in 2 anni riesce a guidare i Barnstormers ad altrettante finali con prestazioni tanto memorabili da spedirlo di filato nei Top 20 players di AFL di tutti i tempi.
Ma da qui ai pro la strada non è lunga, è lunghissima. Un po' come diventare grandi tennisti iniziando col ping pong. Nel 1997 Warner viene invitato dai Chicago Bears per un nuovo OTA, ma in luna di miele dopo il matrimonio con Brenda, un ragno lo punge sul braccio con cui lancia, rendendogli impossibile partecipare ai tryout.

Anche i Rams lo chiamano per un provino, ma le sue sensazioni a riguardo lo lasciano molto perplesso. A St. Louis allena Dick Vermeil, un coach su cui si potrebbe scrivere un'enciclopedia, ma che ricordiamo in questo caso per aver pescato, all'epoca di Philadelphia, il capitano dello special team praticamente ai giardinetti. Vermeil ammette che non considera i Rams uno squadrone, quindi è normale fare qualche scommessa in più, soprattutto perché vede in Warner ottime doti. 

Per sbozzarlo, c'è pronto un biglietto aereo per l'Europa, dove la NFL organizza un torneo promozionale chiamato NFL Europe: Warner giocherà negli Amsterdam Admirals, assieme ad un altro personaggio dalla carriera "quasi magica" come Jake Delhomme. Agli Admirals, sotto Al Luginbill, porta la squadra alla miglior stagione dall'esordio, e guida la Lega in passaggi e TD. 
I Rams lo caricano sul primo aereo e lo riportano in Missouri, tuttavia Warner è il terzo QB a roster, dietro Tony Banks e Steve Bono. In una stagione lancia undici volte, con quattro completi. 
Ad inizio 1999 Vermeil, insoddisfatto della precedente annata, smantella il roster dell'attacco: vengono rilasciati Bono e Banks, viene ingaggiato il QB coach dei Redskins Mike Martz e con lui arriva Trent Green, free agent; ad aprile viene imbastita una trade che porta nel Missouri il RB Marshall Faulk per una seconda e quinta scelta, e viene draftato il ricevitore Torry Holt alla sesta assoluta. Warner guadagna la posizione di backup QB.

La pre-season del 1999 segna la svolta: contro San Diego, Trent Green viene colpito al ginocchio dal lato cieco. Crociato anteriore: stagione finita. Vermeil avverte che St. Louis viene già data come perdente, malumore ed ironia serpeggiano tra i tifosi ed i media riguardo la scelta di non tornare a cercare quarterback che offrano maggiore sicurezza di uno che viene dall'Arena ed ha lanciato meno di una dozzina di volte in vita sua tra i pro. In conferenza stampa è semplicemente lapidario: 
"We'll rally around Kurt Warner and we will play good football"
Non sta scherzando, così come non scherza Martz che, perso il figliol prodigo, si mette al lavoro su Warner.
Baltimora, Atlanta, Cincinnati. Cosa hanno in comune queste tre franchigie? Sono gli agnelli sacrificali che finiscono nelle grinfie dei Rams nelle prime tre week. Warner registra 9 TD, 3 per partita, siglando il record NFL per uno starter debuttante. Alla quarta domenica arrivano a St. Louis i San Francisco 49ers, vincitori 12 volte negli ultimi 13 anni della Division, e in 17 degli ultimi 18 incontri. San Francisco viene asfaltata andando al riposo 28-10, e terminando l'incubo 42-20, Warner chiude con 5 TD, che diventano 14 nei primi 5 match stagionali, qualcosa che fa letteralmente impazzire i media. Sports Illustrated titola "Who Is This Guy?" prima della gara con Cleveland.
La regular season si rivela un sogno ad occhi aperti: dopo due sconfitte in trasferta contro Tennessee e Detroit, St. Louis vince, vince, vince sempre. Viene sconfitta giusto l'ultima gara, ininfluente ai fini della classifica, con Philadelphia. 
I Rams chiudono la stagione con più di 500 punti fatti, un’enormità, Warner ferma le statistiche a 4.353 yard lanciate, 41 TD, 65,1% di completi. 

The Greatest Show on Turf 


Il termine "Greatest Show on Turf" non viene usato per i Rams fino a diverse settimane dopo l’inizio della stagione 2000; inizialmente il soprannome per quei Rams così travolgenti era stato "The Warner Brothers", un gioco di parole che faceva riferimento agli studi cinematografici. 
La prima apparizione del termine arriva grazie a Chris Berman di ESPN, che stava preparando il pezzo televisivo sulla vittoria 57-31 sui San Diego Chargers: "Forget Ringling Brothers; the Rams are the Greatest Show on Earth", che poi nelle successive settimane si modifica ed "Earth" viene rimpiazzato da"Turf" per indicare la superficie di gioco artificiale del Trans World Dome.
Oltre a Warner, ci sono il RB Marshall Faulk, NFL Offensive Player of the Year per tre anni consecutivi, dal 1999 al 2001, Isaac Bruce e Torry Holt, nonché Az-Zahir Hakim e il veterano Ricky Proehl. Insieme formano il nucleo dell'unica squadra nella storia della NFL a segnare più di 500 punti in 3 stagioni consecutive.
Grande merito va all’Offensive Coordinator Mike Martz che ha implementato un grande mix di attacco aereo e corse, originariamente ideato da Sid Gillman e successivamente affinato a San Diego State da Don Coryell, che l’aveva poi fatto sbarcare in NFL dove Zampese, ex OC dei Rams, lo aveva passato a Martz. Gli elementi che lo componevano non erano banali e di facile esecuzione: stretchare la difesa con cinque ricevitori potenziali sulla larghezza del campo, frequenti movimenti pre-snap e shiftate, backfield spesso vuoto, abbondanza di screen pass, draw e play-action per rallentare l’azione delle unità avversarie di pass-rushing.
Per tutto questo ci vuole un QB con rapidità di esecuzione, una meccanica veloce e capacità decisionale ancora più rapida. Warner viene dall'Arena Football, un gioco per schizzati dove succede tutto a trecento all'ora e le partite sembrano flipper impazziti, a suo avviso il gameplan offensivo dei Rams non era che un’estensione ed un affinamento di quanto succedeva in Arena.
Arrivano i playoff. Tutti sono curiosi di vedere cosa succederà a questa macchina da guerra in oro/blu. E il biglietto da visita è presto recapitato: snap, Warner per Isaac Bruce, 77 yard più avanti arriva il TD. Ma la partita non è per nulla facile e Minnesota ha un attacco temibile che porta i Vikings a guidare 17-14 nell'intervallo lungo. St. Louis nella seconda frazione letteralmente esplode, segnando 35 punti consecutivi tra il terzo e l'inizio del quarto quarto. Il tentativo disperato di Minnesota di recuperare il gap va a vuoto. 49-35, la giostra va negli spogliatoi a festeggiare la possibilità di giocarsi il Championship in casa contro i Bucs.
Tampa Bay sale a St. Louis il 23 gennaio con la fama di essere una squadra difensivamente fortissima. L’attacco di casa fatica, i Bucs vanno avanti e la difesa dei Rams, in tante occasioni in ombra, sfoggia una prestazione da urlo e tiene la banda di Vermeil in gara. Il 6-5 per Tampa nel quarto periodo è frutto di tre field goal e di un orrendo snap che i Bucs pagano con una safety. A quattro minuti dalla conclusione, ultimo assalto al fortino della Florida, Warner lancia su Ricky Proehl, fino a quel momento sconosciuto e senza TD, tra due avversari, Proehl guizza via dal panino come una salsiccia troppo unta, afferra la palla e segna il TD decisivo. St. Louis impazzisce.

I Rams vanno al Super Bowl

Il Georgia Dome aspetta i Tennessee Titans ed i St. Louis Rams. Entrambe le squadre sono memori della vittoria dei Titans in RS: sono una squadra ostica ed estremamente compatta in difesa. Nel primo tempo Warner lancia e le prende, lancia e le prende, lancia e le prende: al riposo lungo si storce un po' il naso, 9-0 frutto di tre field goal. Nel primo drive della ripresa i Rams bloccano un lungo field goal di Tennessee e sul capovolgimento di fronte, trovano la endzone finalmente, Torry Holt porta St. Louis avanti 16-0. Il problema è che i Rams si spengono, e Tennessee si accende dopo aver visto uscire per un grave infortunio Blaine Bishop.
La gara riprende dopo il lungo stop per soccorrere Bishop. I Titans segnano ma falliscono la conversione da due, poi segnano ancora, poi forzano un three-and-out e pareggiano con un field goal a due minuti dal termine.
Iniziano 120 secondi a dir poco spasmodici: palla ai Rams sulle proprie 27, Martz chiama a Warner un 999, una specie di Hail Mary con 4 ricevitori in endzone, il lancio parte un istante prima che Jevon Kearse arrivi a mettere le mani addosso a Warner che è completamente inerme dopo il rilascio, la palla arriva nelle mani di Bruce 73 yard più avanti: touchdown Rams, 23-16 dopo la trasformazione. 
L'attacco va in panca, i Titans si giocano tutto in meno di due minuti, all'ottavo gioco di quel drive, McNair salta come un capriolo fuori dalla tasca evitando due placcaggi e trovando un ricevitore, mancano sei secondi alla fine e Tennessee ha un altro gioco. Vermeil sulla sideline mastica impaziente tutto chinato in avanti sulle ginocchia, allo snap McNair ancora prova a trovare da solo un varco con lo sguardo, poi decide il lancio su Dyson, Mike Jones quasi lo perde ma si allunga a placcarlo, Dyson cade, allunga il braccio con l'ovale in mano, si allunga verso la endzone e tocca terra.
Il cronometro segna zero, c'è un attimo di nulla che sembra eterno, poi il segnale dei referee.
Corto.
I Rams vincono il Super Bowl, Vermeil alza le mani non più di tre o quattro secondi dicendo "Wohoho let's go, we win. We're World Campion", fermo come un paletto a bordocampo, poi le riabbassa, sorpassato dai 42 in sideline e da tutto lo staff. Warner segna il record di tentativi di passaggio in un SB senza intercetti (45), e di yards passate (414), è il MVP della gara, guarda il Lombardi Trophy con quella faccia da uno che sa di meritarselo. 
Sul palco, Vermeil lo abbraccia, come un figlio, dicendogli "You're special!", loro due sono tra i protagonisti del ritorno al titolo di St. Louis dopo quasi mezzo secolo.

Dopo il Super Bowl: l’era Martz

La stagione 2000, in cui Martz è promosso HC dopo l'addio di Vermeil, sembra iniziare sotto il migliore degli auspici: Warner pareggia il record di Steve Young con 6 gare da più di 300 yard di passaggio, che fruttano 19 TD. Però una frattura alla mano lo mette fuori per le partite di metà stagione, Trent Green lo sostituisce da par suo ed il duo di signal caller segna il record di yard passate in una singola stagione da una franchigia, con 5.492. La difesa però è molto meno curata e non ha la spinta dell'anno prima. Jones, l'uomo del tackle a Dyson a quattro pollici dalla endzone, non c'è più, e i Rams subiscono puntualmente più di venti punti ad incontro ad esclusione della gara contro Carolina (16-3). Il record finale di 10-6 permette comunque di andare ai playoff, ma il teatro della gara è il Louisiana Superdome, a detta di tutti un terreno che è come un dodicesimo uomo per i Saints. New Orleans vince 31-28, Warner si carica di tre intercetti e un fumble, ed i campioni in carica dicono addio al bis. In offseason la difesa viene completamente smantellata, e Trent Green viene tradato a Kansas City, a testimonianza di quanto di creda in Warner.

Con questi auspici, Kurt nel 2001 infiamma di nuovo i tifosi: una stagione senza nessun problema fisico, con 4.830 yard passate e 36 TDs. Per il terzo anno di fila i Rams iniziano 6-0 segnando il record della NFL. Solo New Orleans ed i campioni uscenti di Tampa Bay riescono ad avere la meglio contro St. Louis, che si presenta con una difesa decisamente più arcigna e funzionale al grande attacco imperniato ancora su Warner e Faulk. 
Nella prima gara di playoff contro i Packers, Warner con due passaggi da TD mette in ombra Favre, autore di tre pick six. I Rams volano al Championship 45-17, annichilendo uno degli attacchi più quotati della lega.
A St. Louis scende Philadelphia guidata da McNabb, una squadra dalla difesa blindata che in tutta la stagione non ha subito più di 21 punti per gara. All'intervallo lungo gli Eagles guidano 17-13 ed hanno concesso un solo TD ai Rams per un fumble di McNabb riportato in endzone poco dopo. St. Louis gioca un terzo quarto strepitoso, con un FG di Wilkins ed una corsa di Faulk che replica ad inizio ultimo quarto. 29-17, fine dei giochi? Assolutamente no, gli Eagles trovano il 29-24 e recuperano palla a 2’20” dalla fine, ma in ben due possessi non riescono a trovare la via della segnatura. I Rams sono di nuovo al gran ballo finale.
Di fronte ci sono i Patriots di Belichick, che inizialmente erano stati guidati da Bledsoe, ma che ora hanno in cabina di regia un biondino che fa Tom di nome e Brady di cognome. Il problema di Warner non è Tommy ma una secondaria che manda perennemente i CB a blitzare, tra cui anche il più forte della Lega, Ty Law. Kurt mette assieme 365 yard ma anche due intercetti, i Pats si portano su un non troppo rassicurante 17-3 e su un fumble praticamente sulla linea di meta segnano ritornando 97 yard per il 23-3; c'è però una flag a terra. Holding difensivo, St. Louis dopo la grande paura impone il suo ritmo fino a pareggiare 17-17 a 1’30” dalla fine. Madden in cabina di commento la spara dicendo che NE dovrebbe far passare il minuto e mezzo e andare all'OT, ma Belichick non è dello stesso avviso e Vinatieri, a tempo scaduto, mette tra i pali il FG da 48 yard che fissa il punteggio sul 20-17. Primo titolo per i Patriots.
Per i Rams, per quegli spettacolari arieti che hanno terrorizzato le difese NFL negli ultimi tre anni, il colpo è terrificante e, in testa a tutti, sembra che ne soffra anche Warner. Kurt ha 31 anni, inizia la stagione 2002 giocando molto sotto tono e infortunandosi ancora. Marc Bulger letteralmente gli ruba il posto con prestazioni che gli valgono due convocazioni consecutive al Pro Bowl. Nel 2003 Kurt è titolare solo in due occasioni.
I Rams lo tagliano ad inizio 2004. 
Sono gli affari, bellezza.

Da St. Louis ad Arizona, via New York

I Giants lo firmano per affiancare Eli Manning, su cui hanno puntato tutto: arrivato dopo una costosa trade con i Chargers, viene spedito in campo da Week #10 rimpiazzando Warner, che aveva portato NY ad un onesto 5-4. New York finisce 6-10 lontano dai playoff, Warner viene di nuovo tagliato.
Fine dei giochi. I Cardinals lo mettono a roster pensandolo come traghettatore verso un nuovo QB da draftare l’anno successivo. La squadra mette assieme un modestissimo 5-11, ma l'attacco su passaggio è il migliore della Lega con più di 4.400 yard lanciate. Il lupo perde il pelo ma non il vizio, e si guadagna un'estensione di altri tre anni.
Il 2006 inizia con Warner titolare e Leinart, Heisman 2004 e decima scelta assoluta, backup, ma alla terza, dopo la vittoria contro Frisco e la sconfitta a Seattle, Leinart passa titolare, ma non sembra brillare più di tanto, Arizona finisce di nuovo 5-11. Green insiste nel puntare su Leinart ma Warner è più concreto, alla fine Green viene licenziato e viene assunto come Head Coach Ken Whisenhunt.

Nel 2007 c'è ancora tira e molla, ma Leinart è ancora amorfo, di conseguenza dopo l'8-8 finale, Coach Ken decide: avrà anche 37 anni, ma Warner è il miglior mirino di Arizona per centrare le mani di gente come Boldin e Fitzgerald.
Le nove vittorie di stagione regolare bastano per portare a casa la NFC West 2008 davanti a San Francisco ferma a 7-9. E’ una Division che molti ritengono mediocre, vinta da una squadra in cui brilla solo un attacco esplosivo che sfrutta la coppia di ricevitori da urlo che si ritrova ed il “vecchio ragazzo” che li imbecca: Warner chiude l’anno con 4.583 yard su passaggio e 30 TD, grazie ai quali tiene a galla una squadra con una delle peggiori difese della Lega. Sulla carta Atlanta, rivale di Wild Card, li dovrebbe sbranare.
A Glendale succede invece il contrario delle previsioni, e dire che la partenza non è delle migliori quando nel secondo quarto Boldin, nell’azione del 14-7, si fa male dopo aver chiuso la ricezione da Warner e termina anticipatamente l’incontro; Atlanta va al riposo lungo 17-14. La difesa insperatamente tiene ed addirittura fa punti quando Antrel Rolle recupera un fumble di Turner e lo riporta in TD ridando il vantaggio a Arizona. Warner non riesce ad andare ancora a tabellone ma una corsa di Hightower ed una safety tengono lontana Atlanta. 
30-24, i Rams andranno a Charlotte.
Anche contro i Panthers, trionfatori della NFC South e detentori del miglior record della NFC, sembra non ci debba essere partita secondo gli analisti: Carolina è 8-0 nelle partite in casa, St. Louis è 0-5 nelle gare sulla East Coast. Eppure in Week #8 la partita era finita 27-23 per Carolina, non certo una piallata. Warner si ritrova di fronte colui che era stato suo backup ad Amsterdam, Jake Delhomme. Vanno avanti i Panthers ma Warner trova Hightower per il pareggio, poi Arizona passa in vantaggio 20-7 e Warner trova ancora, prima del riposo lungo, Fitzgerald per il 27-7. Il secondo tempo è delle difese, Arizona aggiunge sei punti con due FG portandosi 33-7, Carolina non riesce a rispondere e Delhomme è intercettato cinque volte oltre a commettere un fumble. Per i Panthers è una disfatta, non certo mitigata dall’ultima segnatura che fissa la gara sul 33-13. Vincono ancora i Cardinals, grazie al mix dell’attacco e dei turnover di una difesa completamente rigenerata. 
Grazie alla vittoria sui Giants, Philadelphia consegna il vantaggio campo ad Arizona per il Championship NFC. A Glendale i Cardinals partono sparati e Warner trova tre volte Fitzgerald, gli Eagles riescono a rispondere solo su piazzato, il riposo lungo segna 24-6 per Arizona. Ma nella ripresa è Philadelphia che diventa padrona del campo, trovando tre volte la via della segnatura: è il TE Celek a dare spettacolo catturando due passaggi di McNabb, ed il sorpasso arriva con un lancio da 62 yard per un giovanissimo DeSean Jackson. 25-24 Phila, che prova la conversione da due per evitare di soccombere in caso di FG, ma il tentativo fallisce. Va a buon fine invece quella di Warner per Patrick, dopo un nuovo passaggio da TD per Hightower, Arizona si porta 32-25 e poi difende, costringendo McNabb a quattro incompleti e dandogli l’ultimo pallone a 7 secondi dalla fine, deviato fuori da Darnell Dockett.
La presenza di Arizona al Super Bowl di Tampa, ribattezzato “Recession Bowl” perchè in piena crisi dei mutui subprime, è così improbabile che chiude un articolo di presentazione del SB con la domanda “Will the Cards shock the world by winning Super Bowl 44?”, la frase “shock the world” diventa il mantra che Warner ripete ai compagni, incitandoli ad inseguire l’obiettivo impossibile del titolo.
Non dico nemmeno per chi sono i pronostici. E gli Steelers vanno al riposo lungo con un vantaggio di dieci punti, frutto anche di un intercetto di Warner in situazione di goal line ritornato in TD da James Harrison a tempo scaduto. Il terzo quarto vede Arizona ancora senza segnature, in compenso Pittsburgh incrementa a 20-7 il vantaggio con un FG di Reed. Ma nell’ultimo quarto Arizona è un’altra squadra: Warner trova Fitzgerald due volte e nel mezzo arriva un Holding dentro la endzone che regala due punti di safety. 120 secondi, Arizona conduce 23-20. L’ultimo possesso però è degli Steelers, e Ben Roetlisbergher imbastisce un drive a dir poco memorabile che porta l’anello a Pittsburgh. Warner dalla sideline può solo guardare, e rimanere profondamente deluso da questa possibilità volata via: riportare il titolo NFL ai Cardinals dopo più di sessant’anni.

L’onda emotiva che aveva sorretto Arizona sembra ritirarsi, lasciando rispuntare i difetti di una squadra a trazione anteriore. Warner firma per altri due anni e continua a far macinare l’attacco come una ruspa, il 20 settembre segna un 24/26 con 243 yard e 2 TD, che vuol dire la miglior percentuale di passaggio della storia della NFL, ma la difesa dei Cardinals torna a “fare schifo”. L’inizio è incerto (1-2 nelle prime tre gare) ma poi Arizona guadagna di nuovo un posto ai playoff con un record di 10-6. In postseason a Glendale scende Green Bay, che in quello stesso stadio una settimana prima aveva asfaltato Arizona 33-7. Ne esce un WCR a dir poco spettacolare, vinto all’overtime dai Cardinals 51-45, Warner registra un rating di 154.1, secondo più alto di sempre nei playoff. E Arizona stacca il biglietto per il Divisional al Louisiana Superdome.
Ma qui la strada si interrompe: New Orleans è forte, a tratti fortissima, e Arizona non tiene il passo, la difesa sbanda: il 45-14 finale ne è la dimostrazione. Gli enormi problemi mostrati dalla difesa non si possono risolvere in un anno, Kurt Warner ha 38 anni e, nella sua carriera, ha preso un treno di botte. Le tante prese dai Saints in quella ultima gara che lo ha costretto addirittura a fermarsi in sideline a rifiatare, sono solo l’ultima di tante dosi. La decisione viene comunicata da Warner in una conferenza stampa il 29 gennaio. 
"I've played 12 years, I'm 38 years old and I believe I was playing at as high a level now and over the last two years as I was playing when I first got into the league, that's something I'm proud of." 
Chiamando sul palco la moglie Brenda ed i sette figli, ha un pensiero che ha molto di quello che porta dentro:
"Every day I come home and it doesn't matter if you won or lost or have thrown touchdowns or interceptions, the one thing that I always knew is that when I entered that door, when I stepped in our house, that none of that mattered to these guys. I can't tell you how much of a blessing that is."
E conclude con “it’s been an amazing ride”.
Quanto è stato vero, Kurtis da Cedar Falls.

lunedì 26 maggio 2014

Ralph Horween

Il 26 maggio del 1997 a Charlottesville, si spegneva Ralph Horween, nato Ralph Horwitz o Horowitz, conosciuto come Ralph McMahon o B. McMahon, giocatore di football negli anni '20 e successivamente coach.
Figlio di immigrati ebrei ucraini arrivati dall'allora impero russo nel 1892 e stabilitisi a Chicago, per gli Harvard Crimson giocò fullback ed halfback, oltre che punter e drop-kicker. Sotto l'1,80 ma pesante più di 90 chili, era dipinto come un giocatore assolutamente potente, capace di penetrare nelle linee più impervie con la sua corporatura compatta. L'11 novembre del 1916 fu il protagonista della vittoria su Princeton, allora imbattuta, per 3-0 con un field goal da 35 yard. Partito per la prima guerra mondiale, al ritorno fece in tempo a partecipare alle due stagioni senza sconfitte del 1919 e 1920, in cui il college vinse il Rose Bowl del 1920, il suo primo, ed unico Bowl della storia, dove Horween si ruppe la clavicola e si fece uscire una spalla.

Giocò poi 22 partite nella National Football League, ma evidentemente non ci teneva a far sapere che si destreggiava da quelle parti, scegliendo alias dal sapore irlandese quali Ralph McMahon, B. McMahon e R. McMahon. Erano i primi passi della NFL, una lega che di Nazionale aveva un po' poco e di professionale poco di più. Horween-McMahon giocò per i Racine (poi Chicago) Cardinals per il periodo 1921-1923, pagato 40 dollari a settimana, niente male dato che in moneta corrente fa circa 500 dollari! Assieme al fratello, anch'esso nel lineup dei Cardinals, il 7 ottobre del 1923 fu protagonista della vittoria sui Rochester Jeffersons 60-0,  i due fratelli segnarono nella medesima gara: lui una corsa, Arnold due field goal. Il caso si ripetè il 2 dicembre contro gli Oorang Indians nella ben più sofferta vittoria 22-19.
Nel 1923, Arnold divenne capo allenatore dei Cardinals e Ralph si unì a lui come assistente allenatore, pur continuando a scendere anche in campo. I 275 dollari incassati per una partita di fine stagione furono spesi da Horween per un anello di fidanzamento con cui decretò la fine della sua carriera professionistica. Lui ed Arnold furono l'ultima coppia di fratelli di religione ebraica a giocare in NFL fino all'arrivo sui campi degli offensive tackle Geoff Schwartz e Mitchell Schwartz negli ultimi anni (Geoff nel 2008, Mitchell nel 2012).

Il football divenne passato, per un uomo che tornò alla Harvard Law School e iniziò la carriera come avvocato, dapprima in uno studio privato, poi al Federal Petroleum Administrative Board. Nel 1950 assieme al fratello prese in mano l'azienda di famiglia per la manifattura conciaria del cuoio, avviata dal padre ad inizio del secolo e che successivamente fornì di tale prodotto proprio la NFL. La sua vecchiaia fu quella di un uomo che era riuscito in quello che veniva ancora chiamato il sogno americano, la Horween Leather Company è ancora in attività ed è ormai una delle pochissime aziende conciarie in attività e l'unica nella zona di Chicago, ancora gestita della famiglia Horween.

Nel 1994, mentre la NFL celebrava il suo settantacinquesimo stagione anniversario, permiò il 95enne Arda Bowser come più anziano ex giocatore NFL vivente: aveva giocato negli stessi anni di Horween e nel 1947 un attacco di cuore aveva fatto pronosticare ai suoi medici curanti che non gli rimaneva più di un anno di vita, inutile dire che ne visse altri 50. Fu solo più tardi che i funzionari NFL scoprirono che avevano fatto un errore, poichè Horween, che aveva 99 anni, al momento, era ancora vivo, e si "godeva" la lunghissima vecchiaia in Virginia, non si sa bene se tratti in inganno de quegli pseudonimi. Nel 1996, Horween diventò il primo di ex giocatore di football centenario, tanto per aggiungere un ennesimo traguardo. Morì a Charlottesville, in Virginia, il 26 maggio1997, a pochi giorni da quello che sarebbe stato il suo 101mo compleanno.

Dei funzionari che fecero le ricerche sul più vecchio giocatore ancora vivo, non si sa nulla, ma dubito avranno una carriera professionale nemmeno paragonabile con quella di Horween.

mercoledì 9 aprile 2014

Never yeld: i Razorbacks del 1964

Fayetteville è un paesone che nel 1964 aveva poco più di 20.000 abitanti, in simbiosi con il suo maggiore datore di lavoro: l'Università dell'Arkansas. Quando iniziano le sessioni universitarie, la città cambia faccia, invasa da migliaia di studenti. Chissà come doveva essere alla fine dell'estate, quando stava per iniziare la stagione del football, in cui Arkansas ancora si divideva tra Fayetteville ed il War Memorial Stadium di Little Rock.
Frank Broyles
Frank Broyles era al settimo anno sulla sideline dei cinghiali, portandoli finalmente e continuativamente fuori dalla mediocrità che aveva contraddistinto i primi sessant'anni in cui la squadra era arrivata solo quattro volte in post-season, postando record a volte terrificanti e cambiando coach sette volte in quindici anni. Con Broyles, proveniente da Missouri, Arkansas aveva vinto la Soutwest Conference nel 1959, 1960 e 1961, la stagione 1963 tuttavia era apparsa in tono molto minore, con un record negativo in conference (3-4) ed i giornalisti apparvero poco fiduciosi, lasciando fuori i Razorbacks dalla classifica prestagionale stilata da AP risultava fuori dalle prime 15 posizioni. Il 1964 rappresentava comunque una incognita per tutto il college football, perché dopo più di un decennio la NCAA aveva ristabilito la possibilità di sostituzioni illimitate ad ogni azione, ponendo definitivamente fine all'epoca dei giocatori impiegati sia in difesa che in attacco, e aprendo la via al two-platoon system ed alla specializzazione estrema dei ruoli.

Al War Memorial Stadium, la stagione prese il via, come era uso da un triennio, con la sfida ai Cowboys di Oklahoma State. La gara fu tutt'altro che semplice per Arkansas, e lo striminzito 14-10 fu seccamente liquidato da Sports Illustrated così:
Arkansas Coach Frank Broyles long ago gave up the idea that his Razorbacks could overpower anyone. He just wants them "to sting people." Quarterback Billy Gray, who was supposed to be "demoted" to defense, had a sharp needle ready for tough Oklahoma State. His slick running and passing led Arkansas to victory, 14-10.
La settimana successiva, la squadra si trasferì a Fayetteville dove doveva arrivare Tulsa, i ragazzi di coach Broyles ovviamente continuavano ad essere ignorati dalla stampa sportiva per quanto riguardava le ambizioni nazionali, anzi, come visto sopra, scherzavano sulle dichiarazioni ottimistiche dell'allenatore. La partenza non fu delle più facili perchè Tulsa, con il suo ispirato QB Jerry Rhome (20-26 alla fine) si portò 0-14 e occorse un intercetto del Linebacker Ronnie Caveness, per mettere il risultato al sicuro 31-22 e far si che si parlasse con maggiore rispetto di una squadra tutto sommato imbattuta. Sports Illustrated mise Arkansas tra le squadre "hot" del sudovest.

Ad ottobre iniziarono le gare di conference e i Razorbacks furono immediatamente chiamati a recarsi in Texas al Carter Stadium per scendere in campo contro TCU. Gli Horned Frogs venivano da due sconfitte con Kansas e Florida State, quale migliore occasione per affondare una concorrente nella SWC? Invece il QB Marshall condusse autorevolmente Arkansas con 12 completi per 148 yard ed il resto lo fecero due intercetti immediatamente convertiti in segnature, 29-6.
Fred Marshall al Cotton Bowl del '64
La storia di Marshall è di quelle che fanno pensare "chissà come sarebbe andata se lui...?". Se lui avesse sbattuto la porta, a due gare dal termine della stagione 1963, quando da junior al quarto anno aveva atteso pazientemente il suo turno per dimostrare il suo valore, ma era finito scavalcato da Gray e si era presentato da Broyles dicendogli che stava sbagliando tutto e che lui, per questo, era incazzato nero e alla fine dell'anno se ne sarebbe andato lasciando la squadra. Broyles poteva sbatterlo fuori a calci nel sedere, ma spiegò le sue motivazioni, perchè aveva scelto prima Gray, poi spostato a cornerback, e poi Jon Brittenum, apprezzò il fatto che Marshall volesse comunque onorare la stagione lavorando sodo, e lo schiaffò in campo contro TCU, rimediando però una sconfitta. In Locker Room, nonostante l'esito infausto della gara, si avvicinò a Fred e gli disse che se tornava, sarebbe stato il QB titolare.

Nella sua autobiografia, Broyles rivive quei momenti senza nascondersi, scrivendo che se avesse scelto prima di schierare di nuovo Marshall, la stagione 1963 non sarebbe stata così deludente, praticamente la peggiore di Arkansas con lui come coach. Marshall infatti condusse i cinghiali alla vittoria contro Texas Tech nell'unica gara SWC del weekend successivo alla morte di John Kennedy, e si ripresentò l'autunno 1964 per riprendere da dove aveva lasciato, e tra le prime battaglie vinte ci fu la vittoria su TCU tanto per mettersi in pari con l'anno prima, e riportare finalmente Arkansas nel ranking, come #9.

A Little Rock, la settimana successiva a quella vittoria contro gli Horned Frogs, era programmata una delle sfide più interessanti della week di college football, ovvero la gara contro Baylor. La squadra di Bridgers veniva dalle sconfitte con Washington e Oregon State, e fece l'errore di cadere nella trappola difensiva preparata da Broyles: tre intercetti e tre fumble recuperati, scavarono il solco del 17-6 che lasciò ancora una volta imbattuta Arkansas in attesa di andare, il 17 ottobre, al Memorial Stadium, per giocare contro la capofila del ranking nazionale, Texas.

Si sfidavano due scuole storicamente bianche, l'integrazione era lungi dall'arrivare: nel 1970, l'anno dopo un altro famoso Arkansas vs. Texas, ai Razorbacks arrivò il runningback Jon Richardson; ai Longhorns giunse Julius Whittier.
Ken Hatfield
La gara fu intensa, emozionante, degna di due squadre ancora imbattute e con grandi ambizioni. Nel secondo quarto, a poco più di 5' dall'intervallo lungo, il punteggio venne sbloccato da un elettrizzante  ritorno di punt di Ken Hatfield che effettuò la presa sulle sue 19 e la portò fino alla endzone arancione per il vantaggio ospite. Il terzo quarto a tabellone inalterato, spianò la strada ad un ultimo quarto spasmodico, aperto dal pareggio di Texas con una corsa di Harris dopo un drive piuttosto lungo, durato quasi sette minuti. Arkansas non riuscì ad imbastire un drive per rispondere e fu costretta al punt che cadde sulle 40 avversarie, ma un uomo di linea dei Longhorns si avvide tardi di dover uscire ad arrivò una penalità che lasciò palla in mano ai cinghiali.
Lo scampato pericolo invertì l'inerzia della gara, Arkansas in 12 snap chiuse le 75 yard con un passaggio di Marshall per Bobby Crockett da 34 yard, riportandosi avanti 14-0 dopo la trasformazione di McKnally. Mancavano 6'43". Texas rispose come voleva Royal, senza regalare palla ad una squadra arcigna e vigile in difesa e sicura in attacco, trascorsero quasi 5 minuti, 16 snap ed infine Ernie Koy corse in endzone per il 13-14, in attesa della trasformazione.
Cosa differenzia le squadre di campioni dalle squadre e basta? La sicurezza in quello che fanno, Royal lasciò in campo l'attacco e diede indicazioni per giocare una trasformazione da due punti. Voleva vincere e basta. Passò l'ennesima scarica di adrenalina per gli oltre 65.000 del Memorial, quando Kristynik cercò l'Halfback Hix Green durante il suo tredicesimo tentativo. Il tredici porta male, dicono alcuni, in realtà fare passaggi troppo bassi porta sfortuna: la palla cadde a terra, incompleto. Un silenzio di tomba scese ad Austin, era dal 18 novembre del 1961 che il sacro rettangolo non veniva violato: erano stati dei piccoli errori, delle sbavature, quelle che avevano permesso agli ospiti di battere la squadra di Royal, ma di fatto i Razorbacks stavano scucendo il titolo nazionale dalle jersey di Texas. Broyles fu onesto nel dopogara:
"In a game between two good teams, something like Hatfield's return has to happen to give one of them that something extra. It carried us in the second and third quarters when we made only one first down. Before the game we thought we could win if we could get some mistakes from Texas, no matter how small. We barely got them, and we barely won."
Ma lo scucire i titoli altrui, non fu l'unico effetto di quella gara. Arkansas cementò una consapevolezza dei propri mezzi, ed una ferocia, che si mostrarono con effetto dirompente già dalla settimana successiva, quando da #4 del ranking AP Poll ospitarono e sconfissero Wichita State 17-0 per il primo shutout della stagione, con un TD pass di Marshall ed uno fatto con le proprie gambe. La vittoria non cambiò nulla per quanto riguarda il prestigio di Arkansas, diverso si pensava sarebbe stato il discorso per l'ultima gara di ottobre, programmata il 31 al Kyle Field di College Station, contro Texas A&M guidata da Hank Foldberg, ancora senza vittorie, ma con una rivalità storica da onorare. Invece non fu per nulla diverso, anzi, fu esattamente come per Wichita State, 17-0, maturato tutto prima dell'intervallo lungo e poi gestito per far salire il record a 7-0.

Il 7 novembre contro Rice, a Fayetteville pioveva. Il gioco imperniato su Marshall, prevedibilmente risultò contenuto, ma furono le corse di Jack Brasuell (121 yarde in 26 portate), e Bobby Burnett, ma soprattutto la nuova maiuscola prova della difesa, che chiusero la porta in faccia agli Owls 21-0. Impossibile non far scalare posizioni a una squadra che concludeva il terzo shutout di fila, ed impossibile rimanere indifferenti alla piallata 44-0 che la squadra di Broyles rifilò a SMU al Razorback Stadium il 14 novembre, un ritorno di punt di Hatfield da 78 yard e il solito gioco concreto mixando passaggi e corse, furono il regalo per i Mustangs. Arkansas giunse all'ultima gara di stagione a Jones Stadium contro Texas Tech, che parve tenere il campo, costringendo gli ospiti al riposo lungo sullo 0-0. 
Poi Coach Frank Broyles decise di forzare Tech ad allargare la difesa spedendo gli end in formazione spred e chiedendo a Fred Marshall di lanciare verso le tracce in sideline. Funzionò splendidamente, tanto che il tailback Bobby Burnett potè correre tra i tackle portando Arkansas avanti, il capolavoro terminò con Jerry Lamb che in tuffo acciuffò un passaggio di 28 yard di Marshall in endzone. Un nuovo 17-0, un nuovo shuout, il quinto a fila.


Al termine della stagione regolare, l'Associated Press rilasciò il suo ultimo poll, quello che determinava il campione nazionale. Nulla da fare per Arkansas, i giornalisti premiarono ancora Alabama, a cui venne consegnato il trofeo di AP, oltre alla possibilità di andare a giocare l'Orange Bowl contro Texas. Arkansas, pur concludendo una stagione regolare da 10-0-0 con cinque gare in cui aveva lasciato gli avversari a zero, ed una media punti subiti di 5,7 finì seconda sondaggio finale di AP, nelle parole rilasciate all'El Dorado Times, Broyles aveva erroneamente trasudato ottimismo:
“We feel that we have a team worthy of the national championship and we’re just waiting for the results,” he said Sunday night. Broyles said he thought Arkansas had as much chance as Alabama, He said he knew persons voting in the polls realized the importance of picking a national champion, and said he was sure they would seriously study all the teams Arkaasas has never held a No. 1 rating. “This is a once-in-a-lifetime opportunity for Arkansa s," Broyles said. He said he was nervous about this week’s poll and would stay that way until the ratings came out. He predicted bedlam among Arkansas fans if the Porkers should reach the top. “They’re the greatest fans in the world, anyhow"
L'amarezza lasciata dall'ultimo poll fu solo in parte mitigata dalla prospettiva di essere proclamati campioni nazionali da altri poll minori che attendevano l'esito dei bowl.

Jim Lindsay
A Dallas, al Cotton Bowl si sfidarono Arkansas e Nebraska, fu una gara giocata sotto un cielo grigio, dove i Razorbacks segnarono immediatamente con un field goal e poi diedero l'impressione di poter ammazzare gli Huskers definitivamente di lì a poco, ma la difesa di Nebraska uscì dal torpore grazie a diversi (inusuali) errori dell'attacco dei cinghiali. La segnatura di Nebraska, per un risicato 7-3, fu diretta conseguenza di questa titubanza. Ma ci fu tempo, sufficiente tempo, per il quarterback Fred Marshall che completò ben cinque big pass (i due più importanti all'Halfback Jim Lindsey) ed a guidare la sua squadra per un eccezionale drive da 80 yard fino al touchdown della vittoria, 10-7. Poi veloci festeggiamenti e tutti davanti alla televisione per aspettare l'Orange Bowl a Miami, dove Alabama, che aveva conteso e fatto suo il titolo nazionale per AP e UPI, sfidava gli arcinemici di Texas.
Inaspettatamente, e crudelmente, Alabama subì più punti a Miami di quanti ne avesse subiti in tutta la stagione, gli eccellenti Longhorns misero in campo una difesa muscolare e trovarono la segnatura su due pazzesche giocate: un lancio da 69 yard e, ben peggio per la difesa di Bryant, una corsa da 79 che lasciò sbattezzati tutti i (tanti) pronosticatori di Alabama vincente. Per Texas, la vittoria fu quella dell'orgoglio, per Alabama la sconfitta fu in un certo senso indolore, dati i premi già portati a casa. Per Arkansas una forte conferma di quanto i poll avessero sbagliato: come disse Broyles,  "I certainly consider us No. 1".


Il sistema dei poll fu messo in crisi durante quel 1964, già rivoluzionario per il reinserimento del two-platoon system. Il fatto che a fine anno fosse stato premiato un college con un record peggiore di quello della seconda nel ranking fece decidere un cambio di programma ad Associated Press, che per il 1965, e poi definitivamente nel 1968, introdusse il poll finale dopo il periodo dei Bowl. UPI invece rimase ancorata al poll pre Bowl fino al 1974. I Bowl diventarono a tutti gli effetti parte integrante della stagione e delle dinamiche per l'assegnazione del titolo.
Per Arkansas quell'ultima prova al Cotton Bowl, al di là di quello che decisero AP ed UPI, rappresentò il punto più alto della sua storia, a tutt'oggi ineguagliato, raggiunto continuando a rincorrere l'obbiettivo fino all'ultima gara.
Never yeld.

sabato 5 aprile 2014

Immagini dal Rose Bowl



1902: Michigan 49, Stanford 0
Il Rose Bowl fu così sbilanciato a favore della Michigan di Yost che al capitano di Stanford fu concessa la possibilità di terminare il gioco a poco meno di metà del quarto quarto.


1925: Notre Dame 27, Stanford 10
Il primo Rose Bowl di Notre Dame, allenata dal coach irlandese Knute Rockne e con in campo per l'ultima volta della loro carriera universitaria i Four Horsemen (Jim Crowley, Elmer Layden, Don Miller e Harry Stuhldreher). Fu anche il primo di cui una foto fu trasmessa via cavo.


1926: Alabama 20, Washington 19
Alabama mise a segno tre touchdown in meno di sette minuti nel secondo tempo stordendo Washington, vincendo il Rose Bowl e rivoluzionando la geografia delle potenze del college football. Fu la prima vittoria di una squadra del sud e fu anche il primo titolo dei Tide.


1929: Georgia Tech 8, California 7
La partita del famigerato Wrong-Way Run: Roy Riegels di California recuperò un fumble e lo riportò per 65 yard ma nella direzione sbagliata, fermato da un disperato compagno di squadra sulla linea della yarda. Tech bloccò il punt tentato pochi giochi più tardi, segnando una safety decisiva.


1941: Stanford 21, Nebraska 13
Una delle gare più famose della storia del Rose Bowl, dopo Nebraska tenne lontano Stanford dalla segnatura per quattro giochi consecutivi sulla linea della yarda, i Cornhuskers giocarono un punt per allontanare la sfera dalla loro endzone, Stanford (che presentò per la prima volta la T-formation) ritornò il punt in touchdown e vinse la gara.


1942: Oregon State 20, Duke 16
La gara, per questioni di sicurezza nazionale dopo l'attacco a Pearl Harvor di 25 giorni prima, fu spostato al campus di Duke. Ci vollero due settimane ai giocatori di Oregon State per raggiungere il luogo della gara in treno, ma la vittoria valse la fatica dell'impresa.


1956: Michigan State 17, UCLA 14
Il 1956 Rose Bowl fu quello con la percentuale di ascolti più alta. Un mese prima, Rosa Parks diede il via al boicottaggio degli autobus di Montgomery, UCLA e Michigan State erano in realtà due squadre già integrate con un totale di 13 afroamericani in rosa. Il coach degli Spartans Duffy Daugherty riuscì a portare la squadra in raggio da FG, il resto lo fece il kicker Dave Kaiser, scarto di Notre Dame.


1963: USC 42, Wisconsin 38
La prima volta che i college numero 1 e 2 del ranking nazionale, si trovarono a giocare in una gara di post season, non delusero . Wisconsin segnò 23 punti senza risposta nel quarto quarto, ma non riuscì a completare la rimonta in una partita che segnò 11 record del Rose Bowl.


1966: UCLA 14, Michigan State 12
UCLA distrusse i sogni di gloria dei favoriti (e #1) Spartans con due touchdown su corsa nel secondo quarto del sophomore QB Gary Beban. Gli Spartans quasi la raddrizzarono, ma sbagliarono entrambe le conversioni da due, compresa la drammatica seconda sul 14-12 in cui Bob Stiles fermò Bob Apisa un piede dalla end zone e poi svenne.


1980: USC 17 , Ohio State 16
L' Heisman Trophy Charles White corse il record del Rose Bowl (247 yards) e segnò il touchdown della vittoria con poco più di un minuto sul cronometro. USC concluse la stagione #2 dietro Alabama a causa di un pareggio con Stanford ad inizio stagione in una partita che conduceva 21-0.


1988 USC 17 , Michigan State 20
Rivincita della gara di inizio stagione vinta dagli Spartans, sul 17-17, Michigan State segnò un field goal con John Langeloh con 4 minuti da giocare, dopo essersi salvati grazie ad un lancio al cardiopalmo di Bobby McAllister ad Andre Rison. Il QB dei Trojans Rodney Peete portò USC sulle 29 yard con 2 minuti da giocare, ma provocò un fumble al successivo snap, che gli Spartans ricoprirono.



1997: Ohio State 20, Arizona State 17
Mentre le telecamere inquadrano Jake "The Snake" Plummer che aveva portato ASU sul 17-13, Joe Germaine, nato e cresciuto a Mesa, fuori dai cancelli del campus di ASU, guida incredibilmente i suoi al 20-17 con un ultimo lancio sul freshman David Boston a 19 secondi dal termina, il "Germaine Miracle".



2005: Texas 38, Michigan 37
La gara che fa conoscere al mondo Vince Young, che mette assieme 372 yard e cinque segnature per rimettere in corsa i Longhorns dopo essere stati sotto di 10 punti nel quarto quarto. Dusty Mangum calcia a tempo scaduto il FG della vittoria nella prima partecipazione di Texas.


2006: Texas 41, USC 38
Una delle più grandi partite di college football con Texas che negò ad USC suo terzo titolo nazionale consecutivo nazionale. Texas fermò i Trojans su un 4&2 con 2:09 sul cronometro. Young guidò i Longhorns nel drive decisivo scramblando in TD a 19 secondi dalla fine su un 4&5 e riportando il titolo nazionale a Texas trentasei anni dopo quello del 1970 .

domenica 30 marzo 2014

The Guilty Dozen

Se uno va a guardarsele bene, le gare di college football hanno ammassato talmente tante situazioni bizzarre che si potrebbero riempire enciclopedie intere. Una voce di questa enciclopedia bisogna sicuramente riservarla alla The Guilty Dozen o forse qualcosa tipo The Night They Made Twelve An Odd Number In Miami. La scena è quella dell'Orange Bowl del 1969, i protagonisti sono i Penn State Nittany Lions di coach Joe Paterno, ed i Kansas Jayhawks di coach Pepper Rodger.
La gara era stata ben giocata ma soprattutto nessuna delle due squadre aveva perso di vista l'altra.
Nel primo quarto Penn State era sembrata nettamente superiore alla difesa del Kansas , ma un fumble perso e due intercetti avevano impedito ai Nittany Lions di segnare se non nel secondo quarto. Kansas, pur non eccezionale in attacco, era riuscita ad andare in touchdown ed il 7-7 di fine primo tempo era apparso ragionevole. Nella seconda metà l'halfback di Kansas, Don Shanklin, riuscì in una magia delle sue, riportando un punt per 47 yard fino alla linea delle sette di Penn State, da dove i Jayhawks trovarono la via per la seconda segnatura di giornata, portandosi in vantaggio.

Ad ottanta secondi dalla fine, Kansas, era avanti 14-7, Penn State usò l'ultimo time-out ed allo snap successivo costrinse Kansas al punt. I Lions giocarono una 10 - Go Charge, una giocata disperata in cui si buttano dieci uomini sul punter nella speranza di bloccare il calcio. La tattica funzionò solo parzialmente, il calcio fu deflesso e cadde sulla linea di metà campo, 50 yard dalla endzone. Era già disperazione perchè il quarterback Burkhart non passava per essere un braccione, ma il lancio, effettuato un attimo prima di essere toccato da un avversario sfuggito al blocco, esce con una lunga parabola che trovò incredibilmente Campbell, che era riuscito ad aggirare il suo marcatore, il salto e la presa portarono inaspettatamente Penn State sulla linea delle tre yard. 
A quel punto, con un minuto alla fine, Paterno chiamò Burkhart in sideline e gli spiegò i successivi tre giochi. 
"Chuck was positively the coolest guy around. He kept telling me 'We'll win, coach, don't worry'. It was great, but sometimes I wonder if he has quite enough talent to be all that cocky"
Burkhart e Paterno erano legati con un doppio filo, il QB era il traduttore in campo di quello che il coach pensava, era colui che aveva portato la squadra a una stagione imbattuta (il 1968, 11-0) e dopo altre dieci gare senza sconfitte, era a sette yard dal pareggiare una gara disperata. Burkhart ricorderà un episodio curioso, in occasione del licenziamento di Paterno a causa dello scandalo-pedofilia che colpì Penn State:
"George Welch was my position coach, and one day he was showing me how to run a play, but it was not how Joe wanted it done. When Joe saw what we were doing, he came running over, screaming at me to please to do it right. I looked over at George and asked, 'Why didn't you tell him you told me to do it this way?' George said, 'Because he loves you. All he's going to do to you is yell. Me? He'd have fired me!' "
E mentre Penn State stava preparando la sua ultima spinta offensiva per tentare quantomeno il pareggio, Kansas mandava in campo la sua difesa in versione goal-line, ma mentre nelle sostituzioni solo un giocatore scese, due salirono, creando la superiorità illegale di cui nessuno si accorse per due snap. Questi due snap furono diligentemente giocati da Burkhart come chiesto da Paterno ma la difesa resse ed alla terza chiamata, 56-scissor, un handoff sulla linea per l'halfback Charlie Pittman, Burkhart cambiò idea: non diede palla al sorpreso Pittman, la fece scivolare dietro la sua anca e corse una bootleg esterno sinistro per il touchdown, il primo nella sua personale carriera collegiale, vano fu il tentativo di fermarlo prima della goal line. A questo punto Joe Paterno, uno che giocava sempre il tutto per tutto, decise di provare per due punti. "Se non fossimo riusciti a vincere, avremmo perso" ebbe a dire laconicamente più tardi. Sembrava si avverasse la seconda opzione quando il passaggio del quarterback Chuck Burkhart all'halfback Bob Campbell nell'angolo destro appresso al piloncino, venne deviato e mandato a terra da un nugolo di giocatori di Kansas.

Si, in effetti c'erano un sacco di caschi dei Jayhawks in campo, e Pepper Rodgers era un allenatore intelligente, imprevedibile, scaltro; certo ha architettato alcune difese veramente feroci a suo tempo, ma mai una con 12 uomini. In fondo si può pensare che dopo nove ore di bowl il giorno di capodanno, se ne siano viste a sufficienza, invece c'era ancora tempo per quell'ultima trovata.
Il nugolo risultò un po' troppo nutrito anche per Foster Grose, referee della crew, che aveva diligentemente contato i giocatori e che già prima dello snap sapeva dell'errore, ma non aveva avuto immediatamente la prontezza di per chiamare la flag. Piu tardi dichiarò che era sua routine contare i giocatori ad ogni step... mah, considerato che ci furonodue snap con 12 persone in campo, prima che al terzo se ne accorgesse, mi sembra che sia una bugia bella e buona.

Tuttavia la flag rossa di Grose svelò a Kansas ed a tutti gli spettatori, televisivi e non, che i Jayhawks stavano giocando in 12, che lo snap era da ripetere e che il sogno di conquistare l'Orange non si era avverato, e non si sarebbe mai avverato perchè alla giocata successiva, una corsa di Campbell portò il risultato su un pazzesco 15-14, far vincere l'Orange Bowl a Penn State e proiettarla al numero 2 del ranking nazionale.
Due punti che non sarebbero mai stati possibili senza il touchdown precedente, naturalmente, quello segnato senza che ci fosse stato nessun tipo di sventolio di fazzoletti rossi come avrebbe dovuto essere.


Dopo la partita, stravaccato su una sedia pieghevole nello spogliatoio semibuio, Pepper Rodgers, con un sorriso a denti stretti, dichiarò che la gara, ed in particolare quell'ultima azione era materiale da film, per aver trasformato una potenziale vittoria di Kansas in una emozionante vittoria per Penn State. Kansas, dopo essere arrivata a quel fantastico climax, negli anni successivi è sprofondata, chiudendo la stagione 1969 con un 1-9 sintomatico di quello che sarebbe accaduto nei successivi quarant'anni, dove i Jayhawks risulteranno novantunesimi nella classifica delle percentuali di vittorie.
Paterno nelle prime ore del mattino seguente a quell'Orange Bowl, diede la propria opinione ad una TV che stava ripercorrendo le fasi salienti della gara:
"You know, there was enough glory in that game for both teams. No one should be ashamed. We were both great teams tonight" 
Giusto. E i giocatori in campo in quell'ultimo angosciante minuto, per lo spettacolo che contribuirono a dare a chi li guardava, dovrebbero essere particolarmente orgogliosi, tutti e ventitré nessuno escluso!