mercoledì 25 dicembre 2013

Piove sul Rose Bowl

Il primo gennaio è pur sempre pieno inverno, anche nel sud della California, tuttavia è raro che da quelle parti piova incessantemente per tre giorni. Era quello invece il tempo che aveva imperversato su Pasadena negli ultimi giorni del 1933, trasformando il Rose Bowl in una specie di acquitrino.
Ed il primo gennaio era in programma la ventesima edizione proprio del Rose Bowl.
Non era epoca di rank, di BCS e di altri affari cinesi complicati da calcoli matematici fatti da grossi elaboratori. Si trattava di organizzatori e di inviti, e gli organizzatori non avevano avuto molti dubbi su chi invitare per la costa ovest: Stanford.
C'è da fare una piccola premessa: nella precedente stagione 1932, il "Thundering Herd " degli USC Trojans, guidati da Howard Jones, aveva sconfitto Stanford 13-0 nella sua marcia verso il secondo titolo nazionale consecutivo e la vittoria nel Rose Bowl del 1933. Il QB Frank Alustiza, dopo la sconfitta, aveva dichiarato
“They Will never do that to our team. We will never lose to the Trojans.”
Ed a ruota un suo compagno aveva calato il carico, dimostrando quanto la scaramanzia non fosse un problema statunitense “Let’s make that a vow.” La stampa diede risalto a questo voto, ma fu presto dimenticato con il passare dei mesi fino all'autunno 1933 quando di fronte a USC, Stanford compì il capolavoro della stagione.
L'11 novembre a Los Angeles, USC (6-0-1) venne sconfitta dagli allora Indians (5-1-1) con il punteggio di 13-7, subendo il primo stop dopo 27 partite, e di fatto consegnando il titolo PCC a Stanford, fu così che tornò in mente a tutti il voto di dodici mesi prima e la classe del '36 di Stanford divenne i "Vow Boys".
Columbia 1933
E per la costa est, chi invitare?
Princeton aveva concluso la stagione immacolata 9-0 massacrando gli avversari e lasciando a zero tutte le prime sette scuole affrontate quell'anno. La stagione eccezionale però non cambiò le carte in tavola nella politica della blasonata scuola: niente post season.
Gli organizzatori snobbavano frequentemente squadre dei laghi e del sud, Michigan guidata da Kipke, oppure Ohio State. Alla fine si decise per Columbia, giunta al termine della stagione con una sola sconfitta per mano proprio di Princeton. Per i Lions si trattava del primo Bowl della loro storia, e le previsioni erano particolarmente funeste non solo per il meteo ma anche per il risultato: Stanford era nettamente favorita sulla compagine di Lou Little.
Nei tre giorni prima della partita, piogge torrenziali inondarono il campo di gioco. In una intervista-amarcord al NY Times nel 1981, Cliff Montgomery, capitano della squadra di Columbia, ricordò
"When we arrived the day before the game [after traveling from New York by train], the Rose Bowl looked like a lake"
I vigili del fuoco di Pasadena intervennero con delle pompe idrauliche per portare tutta quell'acqua fuori dallo stadio, ma il giorno della gara, oltre ad essere anch'esso piovoso, e quindi insolito per la tiepida Southern California, mostrò spalti semivuoti, con una affluenza attorno alle 35.000 persone che fu la più bassa della storia del Rose Bowl, ma soprattutto un campo fangoso che rese il gioco difficile tanto da lasciare le squadre senza segnature per tutto il primo quarto e buona parte del secondo.

A quel punto, con la palla sulle 17 yards di Stanford, Cliff Montgomery, QB oltre che capitano ospite, realizzò un trick chiamato KF-79: una finta di hand-off su Ed Brominski eseguita dopo la malandrina consegna della palla con una rotazione del corpo ad Al Barabas. Gli Indians puntarono Montgomery e Brominski fallendo la lettura della giocata e potendo solo guardare Barabas aggirare la difesa e concludere in touchdown. Il "Vow Boys" Bobby Grayson (152 yards su 28 portate, più di tutta Columbia messa assieme), l'end Monk Moscript, il lineman Bob Reynolds e gli altri grandi giocatori di Stanford, in quel pantano, non riuscirono a ribaltare la gara, rimediando otto sanguinosissimi fumble, scontrandosi con una granitica goal line defense, ed uscendone infine sconfitti 7-0 in quello che è considerato il più sorprendente risultato nella storia del Rose Bowl.
La vittoria inoltre ha cementato la reputazione di Lou Little alla Columbia come il più grande allenatore dei Lions e la vittoria del Rose del 1934 resta la più grande prestazione nella storia della squadra di football dell'università newyorkese.

domenica 22 dicembre 2013

No football champions

A poco più di 15 anni dalla prima storica gara di football tra Rutgers e Princeton, il gioco era diventato molto più che un divertente passatempo per sfogare gli istinti violenti: già diverse migliaia di persone si assiepavano a vedere le università più in voga e la stagione autunnale si animava di una miriade di partite che, nel 1886, avevano già superato quota 80.
Il giorno del ringraziamento, 25 novembre 1886, si chiudeva la stagione tra i due college all'epoca più blasonati, che avevano contribuito a costruire quel gioco, a regolamentarlo, a perfezionarlo e, ovviam ente a dominarlo. In palio infatti, oltre al prestigio della vittoria, c'era anche il decimo titolo della giovane Intercollegiate Football Association, fino a quel momento vinto quattro volte da Princeton e tre da Yale, più due pari merito.
Il match iniziò con grave ritardo per l'assenza di un arbitro, le pesanti piogge ed il cielo coperto causarono il calo dell'oscurità anticipato nel secondo tempo, mentre Yale, guidata dal brillante quarterback Beecher, era in vantaggio con il punteggio di 4-0. Le circa 5.000 persone accorse nell'impianto di Princeton se ne tornarono a casa nell'oscurità e, secondo le regole dell'epoca, la gara fu dichiarata "no contest" dal referee Tracy Harris, ed il risultato finale fu registrato come 0-0.

La sera del 27 novembre, per dibattere la questione dell'assegnazione del trofeo IFA, al solito Fifth Avenue Hotel di New York, si presentarono:
- Brooks (capitano) ed Appleton per Harvard.
- Savage (capitano) e Bird per Princeton.
- Corwin (capitano), Peters e Walter Camp per Yale.
- Stevens, capitano di Wesleyan.
- Young e Posey per Pennsylvania.
Walter Camp, che aveva contribuito, con le sue idee, a trasformare il football da surrogato del rugby a gioco a sé stante, dichiarò che si aspettava un comportamento eticamente retto da parte dei rappresentanti di Princeton, che a suo dire avrebbero dovuto proporre la consegna del trofeo a Yale. 
Bird rispose picche e citò l'articolo 17 delle norme della IFA che rimettevano inappellabilmente la decisione all'arbitro. Tuttavia, considerando che il dibattito non stava portando a nulla, lo stesso Bird propose l'uscita dalla sala dei rappresentanti di Yale e Princeton, e la decisione per mano dei rimanenti cinque rappresentanti di Harvard, Wesleyan e Pennsylvania.
I cinque produssero una risoluzione, piuttosto criptica:
"Resolved that Yale, according to the points made, should have won the Championship"
Tuttavia si aggiornò di qualche ora, ed emise un bollettino finale: 
"This convention has voted that We cannot sa a convention award the official Championship for 1886"
Essendo necessaria la firma di entrambi i capitani sul documento di consegna del trofeo, alla fine non se ne fece niente, il New York Times titolò laconicamente "No football champions", tuttavia Princeton per bocca del suo capitano Savage, invitò Yale ad una nuova sfida il 4 dicembre al Polo Grounds di New York, ma Yale glissò l'invito, ne scaturì che sulla carta New Jersey e Yale condivisero il titolo IFA pur non condividendo nulla di quanto accaduto in campo...

lunedì 2 dicembre 2013

Lo Snow Bowl

Il Columbus Dispatch segnala per il 25 novembre 1950 una temperatura minima di 5° F (-15°) e 20° di temperatura massima (-6,7°) con sette pollici e mezzo di neve che corrispondono a circa 20 cm di neve. Il vento a quasi 30 nodi (il peggior blizzard a Columbus negli ultimi 37 anni) completava un quadro veramente infausto per un sabato pomeriggio all'aria aperta, magari per giocare a football.
E invece era proprio in programma The Game: la partita, quella tra Ohio State e Michigan, in un'epoca d'oro per i programmi della Big Ten. Cancellare la gara serabbe stato vantaggioso per i padroni di casa: li avrebbe portati al titolo Big Ten ed avrebbe automaticamente estromesso Michigan dalla possibilità di giocare il Rose Bowl, due piccioni con una fava. Tuttavia all'Ohio Stadium avevano già venduto un botto di biglietti per la gara, ed il direttore atletico dei Buckeyes, Dick Larkins, dopo aver parlato con i responsabili di Michigan e della Big Ten, decise di giocare comunque. Il giornalino universitario, Ohio State University Monthly, riportò senza mezzi termini le condizioni meteo di quel pomeriggio:
“The game was played in the teeth of a full-scale blizzard, five inches of snow on the ground and snow whistling through the air, borne on a 29-mile-per-hour gale.  Despite the fact it was the worst blizzard in 37 years in Columbus, the Ohio capital easily defended its title as the football craziest town in the nation.  A total of 50,503 persons braved the elements, staying below deck, under the Stadium, until just a few minutes before the kickoff.”
Più di 50.000 persone sfidarono gli elementi per vedere i loro beniamini e, per la maggior parte, sperare che i Buckeyes portassero a casa la partita rifacendosi della sconfitta patita una settimana prima contro Illinois, e vincessero così la Big Ten Conference. I Wolverines giocavano anche per un posto nel Rose Bowl, Ohio State era andata l'anno precedente ed in Big Ten Conference vigeva la regola del no-repeat: non si poteva giocare due anni a fila il Rose Bowl. Se Michigan avesse perso, il rappresentante Rose Bowl probabilmente sarebbe stato Wisconsin , che aveva chiuso con un record di 5-2.
Le condizioni meteo drammatiche alterarono il normale svolgimento del gioco, rendendolo una sequela di papere sportive: agli sbuffi nel freddo facevano da contraltare le continue scivolate dei giocatori, gli urti inaspettati, mentre le mani intirizzite si facevano sfuggire palle che in altri momenti sarebbero apparse a dir poco facili. A questo aggiungete che praticamente ad ogni chiusura di giocata, intervenivano squadre di volontari che cercavano di tenere sgombre almeno le righe per determinare una misurazione esatta dei guadagni: pala in mano, imbacuccati fino alle orecchie, attendevano lo svilupparsi del "gioco" in attesa di entrare in campo.
Presto la strategia si fece basilare: primo e secondo down con corse centrali per evitare gli slittamenti sulle corse laterali, terzo down al punt perchè in caso di fumble ci sarebbe stata la seconda occasione al quarto down. Furono gli errori nell'eseguire questa basilare strategia a fare la differenza: Ohio State segnò per prima con un field goal del futuro Heisman Trophy Vic Janowicz, dopo che Robert Momsen aveva ricoperto un punt dei Wolverine bloccato. Momsen aveva di fronte, tra le fila di Michigan, suo fratello Tony, che fu provvidenziale: dopo aver subito una safety per un punt bloccato ed uscito lateralmente in endzone, a 47 secondi dalla fine del primo tempo, Ohio State si trovò a dover eseguire un altro punt presso la propria endzone, Tony Momsen riuscì a bloccare il punt e cadde fortunosamente sopra la palla, recuperandola e segnando un insperato touchdown che fissò il punteggio sul 9-3. Ohio State fallì un field goal, e nel secondo tempo non vi furono segnature per l'incessante nevicata e la stanchezza dei giocatori. 
Dopo quella gara che chiuse la stagione per Ohio State e mandò Michigan al Rose Bowl poi vinto contro California 14-6, l'HC dei Buckeyes Wes Felser finì in un altro blizzard, questa volta fatto di critiche sulla gestione della gara, e sulla sua incapacità cronica contro gli avversari storici: quando venne licenziato di lì a poco, il suo record contro Michigan si chiuse con un misero ed inappellabile 0-3-1.
Di lì a pochi mesi, dopo la messa alla porta di Felser, sulla sideline di Ohio State si sarebbe presentato un signore di nome Woodrow "Woody" Hayes, ma questa è tutt'altra storia.