giovedì 17 ottobre 2013

All Or Nothing

You tell them what the men home from the war told you once upon a time. Keep striving. Don't quit. Anything is possible.
You tell them that if they work together they can achieve something special, something that endures.

You tell them about the Bulls of '58.

La University at Buffalo nel college football, è avvolta nell'anonimato del suo piccolo programma sportivo senza troppe pretese. Nel suo primo mezzo secolo o poco più di vita, ancora si chiamava University of Buffalo e non faceva parte del sistema universitario dello stato di New York, le sue squadre avevano infilato buone stagioni negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale da indipendenti, poi nulla più fino all'arrivo sulla sideline di Dick Offenhamer nel 1955 direttamente dal football di high school.
Dick lavorò bene, lavorò per dare onesti risultati ad un college che non aveva mai avuto grandi tradizioni e che nei suoi 120 anni di vita riceverà solo due inviti ad un bowl.
Nel 1958, alla sua quarta stagione da HC, Offenhamer portò Buffalo ad un lusinghiero 8-1-0 nelle nove partite di regular season aggiudicandosi la Lambert Memorial Cup come il miglior programma collegiale di piccole dimensioni nella parte orientale degli Stati Uniti, i due capitani di origini italiane Nick Bottini e Lou Reale ricevettero il trofeo nel corso di "The Ed Sullivan Show": il programma nella sua interezza festeggiò sentitamente perchè era la seconda miglior stagione della sua storia ma soprattutto era la prima in assoluto in cui Buffalo si rendeva elegibile ad un bowl.
Mike Wilson
Qualche giorno dopo, infatti, i Bulls furono invitati ufficialmente ad affrontare i Florida State Seminoles nella tredicesima edizione Tangerine Bowl ad Orlando, nell'impianto del Citrus Bowl.
Quando già si pensava alle divise da sfoggiare giù in Florida ed alla logistica per la banda musicale della scuola, gli organizzatori fecero sapere all'università che non avrebbe potuto schierare lo starting halfback Willie Evans ed il defensive end di riserva Mike Wilson.
Motivazione? La Orlando High School Athletic Association, tenutaria del Citrus Bowl, vietava la promiscuità razziale nelle sue attività sportive, Evans e Wilson erano afroamericani, di conseguenza o Buffalo lasciava a casa i suoi due ragazzi troppo scuri di pelle, o non scendeva in campo per il primo bowl della sua storia.

A nulla valse la rimostranza della Orlando Elks Lodge, sponsor della gara: l'associazione rimase inamovibile nel suo divieto. Ricorda la guardia Phil Bamford:
"We weren't the same team without Willie and Mike, whether they were benchwarmers or stars, we wouldn't have been the same team."
Joe Oliverio, il QB della squadra, era stato il primo della sua famiglia ad andare al college. Veniva da North Tonawanda, un sobborgo tra Buffalo e Niagara Falls. I suoi genitori erano, come si intuisce dal cognome, immigrati italiani di prima generazione che abitavano in un quartiere di immigrati quasi tutti italiani, comunque bianchi. La maggior parte dei ragazzi neri che aveva incrociato abitava in città, e veniva affrontato, ai tempi della high school, solamente sul campo, per cui per i ragazzi, il contatto con il mondo della segregazione razziale, se non il contatto tra i gruppi etnici, era per lo più intuito ma non toccato, fino all'arrivo nel variegato mondo universitario.
Anche per Oliverio la vita universitaria e la possibilità di giocare con i Bulls furono il disvelamento di un mondo nuovo: bianchi e neri vivevano, studiavano, si allenavano e giocavano insieme. Si mangiava assieme ad un compagno di colore, si passava il tempo libero, le serate, le nottate, assieme ad irlandesi, italiani, afroamericani... l'abbattimento dei pregiudizi, il disvelamento di un mondo diverso dai campanili visti fino a quel punto: era l'uscita dall'esistenza del quartiere per entrare in quella del mondo. 
"We were aware of what was going on in the country. But there was very little coverage where we were, it was absolutely incredible to us to think that another human being could be treated differently for the color of his skin."
Willie Evans
Evans veniva da downtown Buffalo, dalle parti di Purdy street, dove molti dei reduci di guerra furono suoi "genitori" quasi al pari dei suoi veri genitori, facendolo sentire parte di una comunità afroamericana che stava facendo la sua parte nella costruzione della più grande comunità americana. Evans aveva giocato a basket prevalentemente, oltre a dedicarsi all'atletica, ed era arrivato all'università con appena un anno di football alle spalle. Al primo allenamento quando Offenhamer gli aveva chiesto una dive lui si era buttato per terra, anzi, si era "tuffato" per terra. Nell'anno da freshman giocò 3 minuti e 41 secondi, come ama sottolineare con precisione, mentre nelle tre stagioni a Buffalo chiuse con più di 1500 yard corse e 15 TD.
Bamford ricorda che:
"We didn't look at the outside, we lived together and worked together and struggled together, so we saw the inside of each other."
Contro Harvard
E la stagione, con quelle premesse iniziò ad Harvard con la prima sorpresa: una vittoria nel fango per 6-3, davanti a duemila anime, poi altre due vittorie con Cortland e Western Reserve, poi l'amara sconfitta nell'homecoming con Baldwin-Wallace, allenata dal padre di Jim Tressel, Lee, per 26-0 che segnò in positivo la squadra, che non giocò più gare punto a punto, prendendo letteralmente il volo: Columbia, Temple, Wayne State, LEhigh e Bucknell.
Non essendoci stelle nella squadra, e non essendoci ambizioni personali, appare naturale l'andamento della squadra come appare naturale quello che decise la squadra stessa riguardo all'offerta del Tangerine Bowl, fu il logico proseguimento della stagione di lavoro e sacrifici che avevano appena concluso assieme: Dick Offenhamer lasciò quindi alla squadra la scelta se accettare o meno l'offerta, per alcuni sarebbe potuta essere una grandissima vetrina, per altri il coronamento di una carriera sportiva spesa non certo sotto i riflettori di programmi di football prestigiosi. I giocatori si riunirono nel seminterrato del Clark Gymnasium per decidere e quando i capitani Bottini e Reale si presentarono con dei biglietti in cui esprimere il voto segreto, i giocatori rifiutarono di compilarli.
All'unanimità, e senza nascondersi, respinsero l'offerta. All or nothing.

Fu un attimo che accese di nuovo i riflettori su coloro che erano stati grandiosi sul campo, e che furono superlativi nel loro lato umano, Willie Evans fu poi draftato dai neonati Bills della AFL ed ebbe un compagno che veniva da Ole Miss che si rifiutava di parlargli perchè di colore, simili episodi di razzismo strisciante ci furono anche quando prese servizio come insegnante, come se stesse "rubando" il mestiere ad un onesto professore bianco. Evans non si è mai scomposto, anzi, forse ha addirittura ridimensionato tutto questo rispetto al suo sentire, per lui quello che è contato, in quell'esperienza sportiva terminata con quel grande gesto di solidarietà, fu quello che lui ed i suoi compagni avevano fatto dentro il gridiron:
You appreciate the way your teammates responded in rejecting the bowl bid. You do. You feel that affection and commitment, and it brings you true joy even now. But to hell with the idea that what you had with them had to be put to a vote at all. [...]. The vote isn't your story. The game you didn't play is nothing next to the games you did play, nothing next to the feeling when the the gun went off and your effort, and the effort of every man on your side, was enough to win.




martedì 15 ottobre 2013

Ara Parseghian

“There are more good football teams today, I think, than there has ever been. I think it's much more significant today, and not to diminish past accomplishments, but the very fact that it's a different ballgame today, it's much more difficult to go undefeated and go on to win the national championship.”
La resurrezione di Notre Dame dalle paludi di fine anni '50 ed inizio anni '60 deve tanto ad un uomo dell'Ohio, di origini armene e francesi, che risponde al nome di Ara Raoul Parseghian.
Considerato a pieno titolo come uno dei migliori coach mai presentatisi sulla sideline dei Fighting Irish, assieme Knute Rockne, Frank Leahy e Lou Holtz, Parseghian nacque nel 1923 dal padre fuggito dalla Turchia durante il genocidio armeno, crescendo ad Akron, Ohio, una delle culle del football professionistico. La mamma, come tutte le mamme, non apprezzava molto che suo figlio si dilettasse in giochi pericolosi, ma a dispetto di questo, Ara si fece la fama di ragazzo duro, il più duro della sua classe tanto da essergli affidato il pattugliamento notturno della scuola per evitare vandalismi. La madre riuscì a tenerlo lontano da uno sport rude come il football solo per un anno, una volta arrivato alla Akron High School, poi lui stesso decise che avrebbe giocato anche senza il permesso dei genitori e le qualità di giocatore esplosero sotto Frank "Doc" Wargo, suo primo coach.
La sua storia da giocatore è simile a quella di tanti ragazzi nati attorno alla metà degli anni '20: football durante la high school, iscrizione all'Akron University per continuare quello che gli riusciva tanto bene, poi scoppio della seconda guerra mondiale ed abbandono degli studi per arruolarsi nella forze armate, la Marina degli Stati Uniti per un fermo di due anni. Durante l'addestramento su alla Naval Station Great Lakes conobbe Paul Brown che a molti forse non dice molto ma che è stato un mito dell'high school football guidando la Massillon Washington HC. Pur non partecipando alla stagione di Great Lakes per un infortunio, Parseghian fece tesoro dei metodi di allenamento di Brown.
Dopo la guerra, terminò la sua carriera universitaria presso l'Università di Miami in Ohio, e fu selezionato dagli Steelers nel draft del 1947, ma la contemporanea chiamata dei Cleveland Browns dominatori della appena nata All-America Football Conference, ed allenati da Paul Brown, lo fece propendere per questi ultimi con cui vinse i titoli AAFC nel 1948 e nel 1949 .

A soli 26 anni la sua carriera da giocatore si chiuse per un infortunio all'anca patito nella seconda gara della stagione 1949 contro i Colts, così Parseghian tornò nella sua alma mater come assistente allenatore per la squadra dei freshmen, sotto la guida di Wayne "Woody" Hayes nella stagione in cui Miami vinse la Mid American Conference Quando Hayes lasciò nel 1951 per approdare presso la Ohio State University , Parseghian prese il suo posto ed a 28 anni si ritrovò a capo allenatore rimanendovi fino al 1956, collezionando un lusinghiero record di 39–6–1 e due titoli Mid American, oltre ad una stagione senza sconfitte 9-0-0 con realtivo ingresso nel ranking nazionale proprio nell'anno in cui disse addio a Miami. L'approdo fu la ben più prestigiosa Northwestern University in Illinois, una delle università che aveva battuto con la piccola Miami, dove in otto stagioni compilò un record di 36-35-1.
La scelta di Parseghian in sostituzione del suo ex compagno ai Brows Lou Saban, risollevò NU da un periodo orribile iniziato dopo il 1948: all'arrivo del coach da Miami i Wildcats avevano ormai un ricordo sbiadito del Rose Bowl del 1948 ed erano reduci da quattro stagioni consecutive con record negativi nella Big Ten. Nelle sua stagioni a Nortwestern colse prestigiosi successi come le vittorie su Michigan e Ohio State nel 1958 ed addirittura si presentò al #2 del ranking nazionale nella successiva stagione, cogliendo un'infausta striscia di tre sconfitte che la estromisero dalla lotta al titolo della Big Ten 1959. Affabile, amante dei rapporti informali anche con i giocatori che vedevano in lui un ragazzo di pochi anni più grande (assunse la carica di coach a NU all'età di 32 anni), sfoggiò la sua capacità di recruiter con il piccolo budget di cui disponeva Nortwestern, la duttilità dei giocatori scelti permise a Parseghian nel 1962 di chiudere la stagione 7-2, e battere Ohio State e Notre Dame, quest'ultima davanti a più di 55.000 persone, record battuto solo recentemente. Motivi di frustrazione però, in quello che sembrava un piccolo paradiso per lui, ce n'erano e non pochi: il ridotto budget per il programma e gli alti standard accademici richiesti agli studenti-atleti per le borse di studio costringevano NU a fare sempre le nozze coi fichi secchi, a questo si aggiunse una progressiva perdita di feeling con il direttore atletico Holcomb che nel 1963 gli comunicò di non voler rinnovare il suo contratto nonostante la ottima stagione da 7-2 sopra detta. Nel volume di Jim Dent Resurrection: The Miracle Season That Saved Notre Dame, Parseghian commenterà molti anni dopo laconicamente: 
"I took them to the top of the polls in 1962, and that was not good enough for Northwestern"
Il successo di Parseghian con cinque stagioni positive e due ingressi nel ranking nazionale attirò comunque l'interesse di Notre Dame, anch'essa in cattive acque da diverse stagioni, e che nelle sfide con Northwestern da quando era stata ripristinata la serie nel 1959, aveva pigliato quattro briscole su quattro da Parseghian.
I primi contatti, a dire il vero non furono dei migliori: il reverendo Edmund Joyce parve freddo all'interesse di Parseghian per il posto, successivamente quando fu Notre Dame ad interessarsi seriamente al coach di Northwestern fu quest'ultimo a tentennare più che altro per motivi personali: Notre Dame è una istituzione profondamente cattolica, e Parseghian, memore dei racconti del padre, imputava ai silenzi della curia cattolica una parte della colpa dello sterminio della sua gente. Presbiteriano della chiesa armena, inoltre, si trovò a fare i conti con la tradizione di coach di Notre Dame laureati a South Bend e quindi, giocoforza, cattolici. Questo anni dopo porterà alla famosa stilettata di John McKay rifilata al reverendo Hesburgh, dopo il 55-24 del 1974 “That's what you get for hiring a Presbyterian!”
Al suo arrivo nel 1964 i Fighting Irish erano reduci da una stagione con 2-7-0 in cui gli unici due scatti d'orgoglio erano arrivati contro i classici "nemici" di USC e UCLA. Kuharich aveva tolto le tende per andare a fare il supervisore degli arbitri nella NFL, posto costruitogli a tavolino dal suo amico e commissioner NFL Pete Rozelle, Devore a cui era stato affidato l'incarico ad interim aveva bruciato la sua occasione con una stagione a dir poco disastrosa.
Parseghian, aiutato da tre suoi uomini di fiducia già a Northwestern più quattro ex giocatori degli Irish, oltre che da John Huarte in cabina di regia, diede una svolta al programma riaccendendo immediatamente l'interesse per Notre Dame, con un sistema d'attacco più spostato verso il passaggio. L'introduzione da parte della NCAA delle sostituzioni illimitate proprio in quel 1964 favorì l'uso nel solo attacco di giocatori fisicamente più compatti, che non sarebbero stati adatti al gioco di difesa.
Non quotati nel ranking, con previsioni che andavano da ottimistici 6-4 a più pacati 5-5, gli Irish sbalordirono tutti giungendo ad un record di 9-0 prima della gara con USC: al Los Angeles Memorial Coliseum, #1 del rank e accreditati di un vantaggio di 11 punti secondo gli esperti, i Fighting Irish videro crollare i loro sogni di gloria dapprima con una controversa chiamata arbitrale che diede a USC il 20-17 dopo essere stata sotto 0-17, poi con un passaggio di Huarte a sei secondi dalla fine, reso vano da quattro Trojans.
La sconfitta con USC fu un "incidente" che purtroppo si ripeterà spesso nelle undici stagioni di Parseghian sulla sideline di Notre Dame: dal 1964 al 1974 i Trojans si imporranno ben sei volte oltre a due pareggi. D'altronde si parla dei due programmi probabilmente più forti del periodo: gli Irish di Parseghian avranno solo stagioni positive negli undici anni dell "Ara Era", vincendo due titoli nazionali un Cotton Bowl, un Orange Bowl ed un Sugar Bowl.
La laurea di Huarte, Heisman Trophy del 1964 con più di 2000 yard di passaggi, e di Snow costrinse Notre Dame ad una piccola rivoluzione che portò il programma nel 1965 ad un "modesto" 7-2-1. Parseghian trovò le sue nuove galline dalle uova d'oro nel quarterback Terry Hanratty e nel receiver Jim Seymour: otto vittorie d'infilata fino al celeberrimo 10-10 con Michigan State uno dei tanti Game of The Century.
Parseghian venne fortemente criticato per la sua dose massiccia (per molti stomachevole) di pragmatismo quando fece trascorrere gli ultimi secondi della gara senza tentare la vittoria, tuttavia questa scelta, coronata dalla demolizione 51-0 di USC la settimana dopo, fece tornare quel titolo nazionale che mancava a South Bend dal 1949.
Due anni dopo, una nuova rivoluzione, questa volta concettuale, e se vogliamo epocale, coinvolse l'ateneo dell'Indiana: per reperire fondi per pagare le borse di studio minori, Notre Dame acconsentì all'invito degli organizzatori del Cotton Bowl e scese in campo contro i Texas Longhorns campioni nazionali perdendo 21-17. Questo avvenne poco dopo la riaccensione della rivalità con Michigan che avvenne nel 1969 quando le due scuole siglarono l'accordo anche grazie alla vecchia conoscenza tra Parseghian ed il coach di Michigan Schembechler, suo assistente a Northwestern.
Il secondo titolo nazionale giunse nel 1973 dopo due anni più opachi, la stagione perfetta sia di Alabama #1 che di Notre Dame #3 fece incontrare le due squadre al Cotton Bowl in quello che a tutti gli effetti si poteva considerare uno spareggio.
La gara, considerata tra le più belle ed emozionanti di tutta la storia del college football, vide la vittoria degli Irish 24-23 ed il palese sbugiardamento di Coaches' Poll, che dichiarava il proprio campione nazionale prima del periodo dei bowl, fece si che venisse cambiato quest'uso e venisse spostato il rilascio dell'ultimo poll a dopo la postseason.
L'ultima stagione da allenatore, il 1974, fu funestata da diversi episodi drammatici sia all'interno della squadra che nella vita privata del coach: a luglio Luther Bradley, Russ Browner, Al Hunter, Willie Fry, Roy Henry, e Dan Knott, sei componenti della squadra tra cui quello che venne definito dai giornali "the heart of the Irish defense", vengono accusati di violenza sessuale ai danni di una ragazza diciottenne all'epoca. Immediatamente sospesi, lasciano Parseghian profondamente deluso. Sul campo la stagione è segnata alla terza settimana da una sconfitta assolutamente inaspettata con Purdue, che aumentò a dismisura la pressione sul coach fino a fargli decidere ben prima di dicembre, di rassegnare le proprie dimissioni. Fisicamente esausto ed emotivamente svuotato, come egli stesso si definì, Parseghian mostrò di aver subito il contraccolpo non solo dei guai sportivi, ma anche di quelli personali, con la morte di tre dei suoi più stretti amici e la scoperta da parte di sua figlia, di essere affetta da sclerosi multipla. La gara di addio, una sorta di rivincita dell'Orange Bowl dell'anno prima, finisce 13-11 per i ragazzi di South Bend, fissando il suo record a 95-17-4, il secondo maggior numero di vittorie da parte di qualsiasi allenatore di calcio nella storia della scuola, dietro Rockne. Parseghian aveva solo 51 anni, ma aveva lasciato profonde emozioni a Notre Dame, e non solo, dato che su sua esplicita richiesta erano spariti dalle divise di gioco tutti i segni ornamentali e che, nei suoi undici anni da capo allenatore, gli Irish non avevano mai indossato il verde, avendo imposto Parseghian come colore di casa il blu na

Tralasciando la carriera di commentatore sportivo, sicuramente molto più rilassata di quella di coach di una delle squadre più prestigiose nel panorama del college football, va aggiunto che Parseghian fu inserito nella College Hall of Fame nel 1980, a 59 anni.
La lotta alle malattie genetiche, maturata anche in conseguenza della morte di tre suoi nipoti per la Malattia di Niemann-Pick di tipo C, oltre alla diagnosi di sclerosi multipla della figlia, è sfociata nella fondazione della Ara Parseghian Medical Research Foundation nel 1994.

giovedì 10 ottobre 2013

Il Cotton Bowl del 1954

Alabama vs. Rice, rispetto alle previsioni degli analisti, non fu certo così sensazionale nel punteggio il 28-6 per i gufi rispecchiava quanto combinato durante l'anno dalle due università.
Alabama si presentava al Cotton Bowl con Harold Drew sulla sideline, imbattuta in stagione per quanto riguarda le gare intra-conference: i pareggi contro LSU, Tennesse e Mississippi State non avevano intaccato la leadership della SEC, così i Crimson Tide si erano lasciati dietro Georgia Tech, Kentucky e Ole Miss tutte ferme a 4-1-1. Il ranking però puniva i ragazzi di Tuscaloosa lasciandoli fuori dai primi dieci della nazione.
Viceversa Rice guidata da Jess Neely, per una vita sulla sideline dei gufi, era al suo secondo Cotton Bowl dopo aver chiuso la stagione 9-2 ed aver condiviso con Texas il titolo di Conference per il 1953. Il Ranking accreditava gli Owls della sesta piazza nazionale e dei favori del pronostico come sopra detto.

Davanti a più di 75.000 persone, dopo essersi scambiati i punt, fu Alabama a portarsi avanti a metà periodo quando Bart Starr (si esatto, quello che tutti si ricordano a Green Bay) che intercettò un passaggio di Fenstemaker ritornandolo fino alle 48 di Rice, questo possesso si chiuse poco più tardi con una corsa di Tommy Lewis per il 6-0, la trasformazione non andò a buon fine.
Rice si scosse rapidamente e rispose con quello che poi sarebbe stato il mattatore dell'incontro, ovvero Dicky Moegle, che concluse una corsa da 79 yard in TD per il 7-6.
A metà del secondo avvenne la giocata chiave dell'incontro, Moegle ricevette l'handoff dal quarterback LeRoy Fenstemaker direttamente nella propria endzone e corse sul lato destro dove si era aperta la strada, l'accelerazione fu ottima dato che a circa metà campo era praticamente solo verso l'endzone di Alabama, a quel punto il running back Tommy Lewis si alzò dalla panchina su cui era seduto, entrò in campo e mise giù con un placcaggio Moegle sulla linea delle 42 yard, poi se ne tornò a sedere tutto tranquillo. 
Il referee Cliff Shaw come "sanzione" per l'episodio assegnò un touchdown da 95 yards a Moegle, anche se questi non raggiunse mai fisicamente l'endzone. Il Reading Eagle commentò scherzosamente l'accaduto:
"The incident became the first in bowl game history where a man on the bench tackled a runner, and also the first where a runner received credit for a touchdown while flat on his back 38 [sic]yards from the goal line."
Tommy Lewis, intervistato da The Tuscaloosa News rilasciò una dichiarazione non molto illuminante:
"I didn't know what i was doing when I had him tackled. I jumped and i got back on the bench. I Kept telling myself 'I didn't do it, I didn't do it'. But I knew I did."
Come disse lo stesso Lewis, aveva fatto qualcosa di cui veramente avrebbe sentito parlare per tutta la vita, e per di più che non contò un beneamato perchè lo scatenato Moegle segnò un altro touchdown nel terzo periodo su una corsa di 37 yard a coronamento di un drive di 67 yard per i gufi, e chiuse nel quarto periodo Grantham portando il punteggio finale ad un perentorio 28-6.
Un bizzarro (o se vogliamo un dispettoso) fato volle che l'unico ad essersi dimenticato di quello che avvenne sia proprio Lewis, che dopo una carriera da coach in leghe minori, ora soffre di Alzheimer.

domenica 6 ottobre 2013

5th down


Il destino quasi mai segue un ritmo scandito, una progressione lineare, ma fa giri strani, piroette su sé stesso. Ci sono quegli anni in cui non si capisce subito che tocca a te, ma poi avverti da come girano certe gare, da come negli episodi che contano, la fortuna non ti giri più le spalle, ma anzi ti prenda per mano. Magari è questione di ottimismo, di lavoro, di fiducia nei propri mezzi, e quello che ti era stato tolto beffardamente, ti ritorna con gli interessi.

Giù a Boulder, coach McCartney stava lavorando bene, la triple option in voga già sul finire degli anni '70, messa in pratica dall'OC Gerry DiNardo, aveva portato la squadra a tre Bowl nell'85, '86 ed '88, e ad un passo dall'olimpo l'anno prima, con la sconfitta all'Orange Bowl contro Notre Dame per 21-6 che era costata la prima piazza del ranking a favore degli Hurricanes allenati per la prima stagione da Dennis Erickson, una brutta botta per chi aveva assaporato, per la prima volta nella sua storia, com'era accaduto ai Colorado Buffaloes, il profumo del titolo nazionale, per poi vederselo sfilare via.
Come racconta Gerry DiNardo “Noi venivamo da anni di frustrazione: spesso eravamo costretti a lanciare sul primo down e in caso di incompleto eravamo subito al 2nd & 10. Non si può sprecare un down importante come il primo nel football, è un down troppo rilevante per l’attacco. Sul primo down la difesa non sa cosa aspettarsi, mentre 2nd and 10 favorisce la lettura della difesa. Per cui dovevamo fare qualcosa. Avevamo dato ai nostri ragazzi un credo: con le letture giuste, la triple option ci consentiva un guadagno di 4 yard ogni volta di media. Istruimmo i ragazzi a giocare 1st and 10, 2nd and 6, 3rd and 2. E dicemmo loro, se riusciamo a convertire la metà dei terzi down, saremo inarrestabili. E andò quasi in quel modo”.

La preseason aveva assegnato i favori del pronostico di nuovo a Miami, mentre Colorado, dopo l'amaro in bocca della fine stagione precedente, era data #5. L'esordio in stagione era previsto contro Tennessee: i Volunteers erano anch'essi nella Top 10 di preseason (#8), e sfidavano Colorado nella cornice di Anaheim per la prima edizione del Pigskin Classic, una sorta di concorrente west coast del Kickoff Classic.
La gara non fu certo semplice, Tennessee poteva schierare nove giocatori dell'attacco ed otto della difesa provenienti dall'anno prima, ma nonostante i tre turnover nel primo quarto, riuscì a portarsi avanti solo 7-0, il primo tempo si chiuse sul 10-10 a rimarcare l'equilibrio in campo. La progressione dei Buffs nel terzo quarto, si chiuse con un vantaggio di 31-17 con 7:11 da giocare. Il braccino corto di Colorado però permise ai Volunteers di riportarsi in parità 31-31 ed addirittura avere il drive della vittoria, morto a 16 yards dalla endzone. Era il primo pareggio per Colorado dal 1982, e coach McCartney parve frustrato nelle dichiarazioni post-gara, il suo Quarterback Hagan, si dimostrò molto più serafico:
“You can’t say it was almost like a loss, because it wasn’t a loss.”
Il pareggio fece scendere Colorado a #6 in attesa di quattro gare non-conference: nella prima Stanford fece sudare al Folsom Field i nero-oro, il 21-17 striminzito fece scendere ancora la considerazione sui Buffs, non parliamo poi della successiva gara del 15 settembre a Champaign contro Illinois #21, finita in una sconfitta seppur di misura 23-22. Lo scatto d'orgoglio si materializzò a cospetto di Texas, sconfitto a domicilio ad Austin 29-22, ed in casa contro gli Huskies, battuti 20-14.

Ad Ottobre iniziano di norma le gare di Conference, Colorado era chiamata alla trasferta presso Columbia, per la sfida ai Missouri Tigers, avversario non certo irresistibile.
L'assenza di Darian Hagan, QB dei Buffs, dava spazio al backup Charles Johnson, e non variava le previsioni che vedevano gli ospiti fortemente favoriti, tuttavia la gara rimase punto a punto: 14-14 all'intervallo, 24-24 a 11:11 dal termine, per poi virare a favore, inaspettatamente, di Missouri con un passaggio di Kiefer da 38 yard per Mays, che con 2:32 da giocare dava il vantaggio 31-27 ai Tigers. Jonhson condusse i Buffs ad un ultimo drive al cardiopalma con attacco hurry-up, completando a 40 secondi dal termine un passaggio per il TE Jon Boman che scivolò alla yarda a causa delle condizioni del campo. Immediatamente le squadre si riassettarono attorno allo scrimmage e Johnson fece una spike per fermare il cronometro, il secondo down non ebbe esito (Eric Bienemy fu nuovamente fermato alla yarda) e Colorado chiamò il terzo ed ultimo timeout.
Durante il timeout i referee non avanzarono il marcatore dei down che rimase sul 2, e Colorado riprovò uno schema similare con Bienemy di nuovo stoppato sullo scrimmage e Johnson, letto il "3" sul marcatore, fece una nuova spike per avere tempo di giocare l'ultimo down con il cronometro fermo, a 2 secondi dalla fine. Il quarto down, in realtà quinto, fu infine realizzato dallo stesso Johnson che segnò il TD della vittoria.
Il referee J.C. Louderback e la officiating crew della Big Eight conferirono per quasi venti minuti per decidere la loro linea di condotta sulla giocata. Durante questo tempo, commentatori radio e video si accorsero (ovviamente) che Colorado aveva segnato con l'aiuto di un down supplementare. Louderback fu inquadrato al telefono. Dopo una lunga consultazione, gli arbitri annunciarono la loro decisione: touchdown, con invito a Colorado ad eseguire la conversione per l'extra point, ma per non rischiare, i Buffaloes eseguirono una nuova spike (la terza in uno stesso drive, record mai più eguagliato) e chiusero la gara con un controverso 33-31.
Il "Quinto Down" come fu subito ribattezzato, era una riedizione di un errore simile, occorso in favore della Cornell nella stagione 1940. All'epoca il college vincitore a causa (o grazie a) quell'errore, diede forfait per la gara, concedendo la vittoria d'ufficio ai Dartmouth Indians. La stessa ipotesi fu presa in considerazione per la gara di Columbia, ma Bill McCartney, ex Missouri Tigers da giocatore, peraltro, pur ammettendo di averci pensato, aveva scartato l'idea perché "il campo era pessimo", la lamentela si concentrava sulla scarsa presa del terreno, piuttosto liscio, che a suo dire aveva causato ripetuti slittamenti e cadute durante il gioco. Non contento, aveva accusato i responsabili di Missouri di non aver volutamente aggiunto sabbia sul campo, al fine di renderlo più scivoloso.
Nonostante l'appello alla Big Eight Conference proposto da Missouri, Carl James, Big Eight commissioner, fu irremovibile:
"It has been determined that, in accordance with the football playing rules, the allowance of the fifth down to Colorado is not a post-game correctable error, the final score in the Colorado-Missouri football game will remain as posted."
L'officiating team fu sospeso a tempo indefinito e Colorado, dopo sei gare, si ritrovò 4-1-1, ancora in corsa per il titolo seppure #14 del ranking.
Dal grande "spavento" nacque la grande consapevolezza: i ragazzi di McCartney (che riuscì a dispiacersi di quella sorta di furto solo nel 1998) iniziarono una serie di gare dove misero in mostra una vera superiorità. Batterono Iowa State 28-12, Kansas 41-10, #22 Oklahoma 32-23, per giungere al Memorial Stadium di Lincoln, contro i Cornhuskers #3.
Sotto 12-0 all'inizio del quarto quarto, I Buffs trovarono due TD (il primo con mancata conversione da 2) poi una terza segnatura per il 20-12, per poi fermare il decisivo drive di Nebraska e conquistare un nuovo possesso portato a compimento da Bienemy, autore di tutti e quattro le segnature della squadra.
Sull'onda della memorabile vittoria, Colorado liquidò Oklahoma State e Kansas State al Folsom Field (41-22 e 64-3) presentandosi #2 all'Orange Bowl contro i Fighting Irish.

A volte il destino ti riserva delle vendette veramente inaspettate: Notre Dame aveva di fatto scucito il titolo nazionale a Colorado l'anno passato, cucendolo sul petto di Miami.
Ora a Miami, Colorado poteva vendicarsi. Ed a ben vedere, lo fece nella maniera più vistosa possibile:
Dopo un primo quarto senza segnature fu Colorado ad andare 3-0 con un Fg di Jim Harper dalle 22 yard. Pochi minuti dopo, su un 2&goal, il tailback Ricky Watters si tuffò in touchdown dalle 2 yard per dare ai Fighting Irish il vantaggio, che non si incrementò quando Ronnie Bradford bloccò la trasformazione di Craig Hentrich, 6-3. Questo costò l'interruzione della striscia di trasformazioni realizzate da Hentrich a 73 tentativi.
I Buffaloes, sotto di 3, rimasero senza il QB titolare poco prima dell'intervallo lungo quando Hagan si infortunò seriamente ai legamenti del ginocchio sinistro e dovette lasciare il posto a Johnson. Nel terzo quarto Bienemy realizzò l'unico TD per Colorado che arrivò all'ultimo quarto in vantaggio minimo 10-9.
Poi probabilmente l'ultimo punt della partita, della stagione, per molti ragazzi dell'intera vita sportiva nel football. Raghib Ismail ritornò il calcio per 92 yard per il touchdown all'apparenza vincente con 43 secondi dalla fine. Questo avrebbe suggellato la vittoria per Notre Dame e sarebbe nuovamente costato il titolo a Colorado, ma arrivò una flag, e sulla giocata si abbattè come una mannaia la penalità di clipping (blocco illegale basso, per semplicità), chiudendo di fatto l'incontro a favore di Colorado che secondo AP poll si potè considerare campione nazionale al pari di Georgia Tech (preferita da coaches poll ed imbattuta seppur con un calendario facile).
Fu una sorta di canto del cigno del sistema triple option, ucciso dal recruiting che non lasciava scampo a scuole che non formavano atleti con possibilità di poter diventare professionisti ben pagati, ma fu un canto che ancora oggi a Colorado, ricordano bene.

Il fato toglie ed il fato restituisce...

giovedì 3 ottobre 2013

USA 2007 World Champion

Voi direte "beh, facile facile".
Ed in effetti, chi deve vincere i mondiali di football americano se non l'America?
Tuttavia a Kawasaki, quella finale contro il Giappone non fu propriamente una passeggiata come lo erano state le gare del girone, dove gli Stati Uniti avevano liquidato la Corea del Sud 77-0 e la Germania 33-7, entrambe al piccolo Kawasaki Stadium, capace di 2.700 persone.
La nazionale statunitense era alla prima apparizione mondiale, selezionata con criteri molto rigidi dalla USA Football, una associazione per lo sviluppo del football a livello giovanile e amatoriale: una sorta di federazione, creata dalla stessa NFL per promuovere il football e rappresentare gli Stati Uniti in seno alla federazione internazionale. Nel 2007 aveva assunto John Mackovich ex HC dei Chiefs e dei Texas Longhorns, per l'avventura del primo mondiale, scegliendo tra i ragazzi ex-college che non erano mai stati professionisti, e che dovevano aver terminato il college da non più di un anno e, in surplus, il roster doveva essere composto di giocatori provenienti da tutti i livelli del football collegiale.
Ne uscì un mix di giocatori per la maggior parte nati tra il 1983 ed il 1984 tra cui Josh Kubiak, Free Safety da Mary Hardin-Baylor, college di terza divisione, affianco a gente come Jeremy Van Alstyne, DE che aveva giocato per Michigan al Rose Bowl del 2003 e che era stato scoutato per il draft 2007, e il compagno a Michigan Brian Thompson. Certo, a ben vedere, ragazzi che si sono giocati dei Bowl non dovrebbero avere partita contro chicchessia nel mondo, ma proprio questa pressione non doveva certo giovare a ragazzi che si stavano per trovare di fronte le migliori scelte del campionato giapponese, allora forte di 64 formazioni semiprofessionistiche che pescavano dal campionato universitario istituito alla fine della seconda guerra mondiale.
Non uno scherzo, il Giappone finalista aveva ottenuto due vittorie in altrettante precedenti edizioni sbarazzandosi di Messico in entrambi i casi, aveva a roster gente sicuramente più esperta, con decenni di football alle spalle come Masahiro Nomuna, DB del 1971 o Akihito Amaya, WR del 1972. L'unico aspetto di cui si poteva stare certi era la differente "taglia" delle due squadre, con i giapponesi che pagavano genericamente centimetri e chili in un gioco fatto di contatto (o collisione, come diceva Lombardi).

Il 15 luglio del 2007, al Todoroki Stadium, capace di 25.000 persone ma riempito con poco più di 10.000 anime, sotto la pioggia causata dal tifone Man-Yi, che aveva imperversato nel sudest del Giappone nei due giorni precedenti, scesero in campo i padroni di casa e detentori del titolo, ed USA Football. Gli ospiti passarono per primi con Kyle Kasperbauer da Nebraska-Omaha, trasformato da Coffin, pareggio scaturito dal lancio di Yuichi Tomizawa per per il DL Mitsunori Kihira , scattato in posizione di receiver verso l'angolo destro della endzone (trasformazione valida) e sorpasso con un field goal di Kaneoya da 49 yards sotto la pioggia, che non è da tutti, nonostante il forte vento che spirava in quel momento, avesse aiutato l'eccezionale calcio.
Dopo il riposo lungo, gli USA cercarono di spostare il gioco dalle corse di Kasperbauer ai lanci, ma Austin trovò faticoso riuscire a trovare WR liberi nel backfield, il grande lavoro difensivo giapponese portò solo ad un field goal dalle 35 yards di Coffin a 4:18 dalla fine del terzo, apparentemente annullando le differenze di taglia tra i ragazzi del Sol Levante e gli americani.
Il Giappone riuscì invece a variare i giochi sfruttando la precisione del QB Tomizawa che trovò un altro passaggio perfetto al tight end Takuro Mayuzumi in endzone portando il risultato a 17-10 in favore del Giappone con 7:07 dalla fine della gara.
La risposta statunitense fu da squadra di rango: 80 yard di drive conclusa con una corsa di Kasperbauer con 2:51 sul cronometro, minuti che il Giappone non riuscì a far fruttare. Fu così che entrò in scena l'overtime che ricalcava quello utilizzato nei bowl: ognuna delle due squadre partiva dalle 25 dell'avversario, al termine chi era in vantaggio vinceva. In caso di parità si ricominciava con altri due drive.
Il finale thrilling portò a due segnature nella prima serie, con due field goal (20-20), sulla successiva serie, il calcio di Kaneoya dalle 34 non centrò i pali grazie alla deviazione di Chris Thomer, mentre Coffin non fallì l'esecuzione che diede la vittoria agli americani.
Abe, HC del Giappone, espresse rammarico e orgoglio per lap restazione

"It's really hard to express how I feel right now," Abe said at the post-game news conference. "We've always put our target on the United States since March, and thought we by any means wanted to play with them."
Mackovic elogiò la difesa e la capacità di reagire alla segnatura del 17-10:
"We knew neither team would not give many points in this game. So we were fortunate to battle back in the fourth quarter."
Si tende a definire chi vince la NFL, "World Champion" per il football, tuttavia Coffin e Kasperbauer, eroi della giornata, e tutti i loro quarantaquattro compagni, sono storicamente i primi veri ed ufficiali ragazzi statunitensi ad essersi laureati campioni del mondo.