giovedì 26 settembre 2013

Si è fatto tardi, ovvero Oberlin-Michigan del 1892

Il 19 novembre nel 1892 era un sabato pomeriggio freddo, la squadra dell'Oberlin College scendeva in campo a Ann Arbor contro un Michigan fortemente favorito, per la seconda volta in due anni: la stagione precedente, il 24 ottobre, i giallorossi dell'Ohio erano andati a casa con le ossa rotte 26-6 nonostante. per Michigan, la stagione si fosse risolta in un deludente record di 4-5
Oberlin 1892
Gli ospiti erano un po' diversi dall'anno precedente: tanto per iniziare, come giocatore-allenatore era arrivato dalla University of Pennsylvania, John Heisman, assunto dall'Oberlin Athletic Association (una associazione gestita dagli studenti in quei giorni) e che aveva portato la squadra imbattuta ad Ann Arbor. In posizione di runningback c'era Charles Savage, che pochi anni dopo sarebbe diventato direttore atletico di Oberlin e, come Heisman, figura di spicco a livello nazionale, ed a cui sarebbe stato poi intitolato lo stadio del college. Il miglior lineman di Oberlin, infine, era uno studente di teologia, John Henry Wise , metà tedesco e metà hawaiano, che dopo la laurea sarebbe tornato a casa sulla sua isola e si sarebbe unito alla controrivoluzione del 1895 volta a rovesciare la Repubblica delle Hawaii ed a ripristinare la monarchie e la regina Liliuokalani e la monarchia, finendo per tre anni in galera con l'accusa di tradimento. Di Oberlin va ricordato anche il preparatore atletico ed "infermiere per i feriti" (a quell'epoca il gioco mandava all'ospedale molto spesso i giocatori, se non all'obitorio) Clarence Hemingway, che avrebbe continuato a esercitare la medicina ad Oak Park, Illinois, trasmettendo il suo amore per la caccia a suo figlio, il futuro scrittore Ernest Hemingway .
Michigan 1892
Anche i padroni di casa avevano operato una serie di cambiamenti importanti: dopo aver intrapreso la strada di un vero coaching staff l'anno prima, dove il capo allenatore era anche il giocatore Frank Crawford, era arrivato Frank Barbour, ex-quarterback di Yale che aveva appena portato alla stagione perfetta, e che si era riciclato ad allenatore lì ad Ann Harbor. Michigan inoltre vide tra le sue fila il primo giocatore afro-americano della sua storia, George Jewett, che nel precampionato dei Wolverines fu descritto da chi lo vide come "fenomenale".

La gara, inaspettatamente, fu tiratissima, alla fine del primo tempo Michigan conduceva 22-18. Ma ho già detto che erano altri tempi? Beh, se non l'ho detto lo dico ora: erano altri tempi, ed all'intervallo, i capitani delle squadre concordarono un secondo tempo più breve, per terminare alle 16:50 così da consentire ai ragazzi di Oberlin di poter prendere l'ultimo treno per casa.
La gara si fece più dura ed il tabellone rimase bianco fino a circa due minuti alla fine, quando Michigan arrivò fino alla linea delle 5 yard prima che la difesa di Oberlin li fermò forzando il turnover e nella seguente azione l'halfback Savage di cui abbiamo già detto, si guadagno la gloria imperitura del suo College, riuscendo ad uscire dalla battaglia sulla linea, col pallone in mano e correndo per 90 yards fino alle 5 di Michigan, dove una delle star dei Wolverines, George Jewett, riuscì a raggiungerlo ed abbatterlo. Ancora  negli anni '50, alla notizia della morte di Savage, un giornalista di Cleveland ne fece l'elogio ricordando proprio quel momento:
"Those of us who knew him and loved him hope that at the moment he was departing this earth he was once again galloping over that Michigan gridiron with the ball tucked under his arm, his straight-arm working to perfection, and the goal posts getting nearer and nearer and nearer."
Essere stati fermati a pochi passi dalla segnatura della vittoria non scompose gli ospiti che due down dopo riuscirono ad andare in touchdown portando inaspettatamente Oberlin in vantaggio 24-22 con meno di un minuto sul cronometro.
Appena Michigan ricevette il calcio d'inizio e si predispose al suo drive, il referee (di Oberlin) dichiarò terminata la gara perchè si erano fatte le 16.50 ed i ragazzi giallorossi, come quando si gioca al parco e la mamma chiama, uscirono trottando dal campo per cambiarsi e correre sul treno. L'umpire (di Michigan) invece, dichiarò che rimanevano ancora 4 minuti per via di un timeout non conteggiato, così il surreale finale di gara vide Michigan schierarsi sullo scrimmage da sola, e concludere "vittoriosamente" il drive fissando il punteggio sul 26-24, così come è registrato negli annali del College Football, e Oberlin festeggiare sul treno la vittoria per 24-22, continuando poi i bagordi una volta tornati a casa, con falò di piazza e cene a base di ostriche.
La mattina dopo, i giornali non fecero eccezione in quella confusione: per The University of Michigan Daily e per The Detroit Tribune aveva vinto Michigan; per The Oberlin News e The Oberlin Review aveva ovviamente vinto Oberlin.

lunedì 23 settembre 2013

Bottlegate

Sia chiaro, non era comunque una stagione esaltante per i Browns, fermi sul 6-6.
D'altronde si trattava della loro terza stagione al rientro nella NFL dopo che la squadra nel 1995 era stata spostata baracca e burattini a Baltimore, lasciando a Cleveland le insegne e la memorabilia, ed un triste Municipal Stadium in attesa di essere demolito.
Però si sa, le stagioni a volte vivono momenti di svolta che stanno dentro piccole e sofferte vittorie, una corsa fermata al momento giusto, un TD siglato al momento giusto.
Il problema è che i momenti di svolta possono pioverti addosso anche in maniera poco ortodossa come successe il 16 dicembre, quando nel nuovissimo Browns Stadium, Cleveland ospitava i Jacksonville Jaguars. I Browns stavano guidando verso la end zone est il drive decisivo dato che i Jaguars conducevano 15-10, ma a 48 secondi dal termine della gara e senza timeout i padroni di casa erano usciti da una situazione scabrosa convertendo un 4th&1 con passaggio di Couch a Quincy Morgan. A giocatori schierati Couch ricevette lo snap e fece una spike per fermare il cronometro ed il referee segnalò che avrebbe rivisto la precedente giocata.
Ovviamente la "scusa" fu che l'avviso dell'ufficiale addetto al replay fosse arrivato prima che fosse partita la giocata, il referee Terry McAulay (che nella sua carriera poi ha diretto due Super Bowl) venne affrontato da un Butch Davis un po' su di giri per quel pasticcio arbitrale, le regole NFL vietano infatti che venga rivista una azione se quella successiva ha già preso avvio. Nella review, tanto per far piovere sul bagnato McAulay stabilì che Morgan non aveva mai avuto il controllo della palla, così il passaggio era da ritenersi incompleto, con conseguente cambio di possesso a favore dei Jaguars.
I malumori serpeggianti sulle tribune esplosero in un fitto lancio di oggetti dal Dawg Pound, la zona dove è posizionato il tifo "caldo" di una città come Cleveland che a sua volta è "calda" nel tifo. Il problema fu che il lancio era di bottiglie prevalentemente di birra, che invasero la endzone verso cui attaccava Cleveland. Il capo arbitro non contento del cambio di giudizio e indispettito della protesta, dichiarò terminato l'incontro con aria particolarmente scocciata (vedetevelo, vale la pena). I giocatori si avviarono al tunnell di ingresso in campo trovando la strada sbarrata da un fuoco di fila di bottigliette provenienti dagli spalti, così questi omoni che in campo si picchiavano come maniscalchi, furono costretti a fare gli ultimi metri di endzone di corsa proteggendosi il capo con le mani per evitare di essere centrati da qualcosa proveniente dagli spogliatoi.
Il mesto finale, con la sovrimpressione del risultato, tutta ornata di festoni natalizi, attorniata da bottigliette di birra vuote, in realtà non fu il vero finale della gara, perchè il commissioner NFL dell'epoca, Tagliabue, mezzora dopo tutto questo, rispedì le squadre e la crew arbitrale in campo per giocare gli ultimi secondi della gara con i Jaguars in possesso palla, tra gli ululati dei quasi 73.000 spettatori presenti quel giorno nell'impianto.
Gli ufficiali di gara, si apprese in seguito, furono scortati fuori dallo stadio dalla polizia. Il presidente della squadra  Carmen Policy ebbe a dire:
"I am not criticizing the fans at all, because I don't think it's appropriate today. I think a lot has happened. The fans' hearts have been ripped out. I am not condoning what the fans did, and I'm not criticizing it. I am not condoning what the officials did."
Sta di fatto che successivamente fu tratto in arresto un tifoso che se la prese con un agente di polizia addetto al traffico nella zona dello stadio. Il cornerback Daylon McCutcheon fu tra i pochi Browns a non "giustificare" la rabbia dei tifosi perchè, come ricordò poi Coughlin, all'epoca ai Jaguars, dagli spalti non piovvero bottigliette di plastica vuote, ma bottiglie di vetro semipiene di birra.
A quanto pare... Only the Browns could lose in this fashion.

mercoledì 18 settembre 2013

Johnny Unitas


I Louisville Cardinals, nelle loro partite casalinghe, uscendo all'Howard Schnellenberger Complex,entrano in campo dal north end del Papa John's Cardinal Stadium, ma prima di farlo, toccano tutti la statua di bronzo posta al centro del cortile del complesso, che raffigura un uomo pronto a lanciare un pallone da football.
Quell'uomo è Johnny Unitas.

Quando leggiamo le statistiche, di cui ci riempiamo gli occhi e le convinzioni, spesso ci rimane a margine un elemento fondamentale di questo gioco, ovvero la sua evoluzione, e gli uomini che hanno portato a questa evoluzione. Quando stiliamo le classifiche dei giocatori più forti, inevitabilmente, in testa a queste classifiche, compaiono quei giocatori che hanno determinato i passaggi più importanti, che in alcuni casi, in alcuni momenti, sono stati essi stessi il football.
Johnny Unitas è conosciuto come uno dei più grandi di tutti i tempi. Uno dei suoi successi più memorabili è senza dubbio quello che mi ha colpito profondamente, ovvero il  NFL Championship del 1958, il primo in diretta televisiva nazionale davanti a quaranta milioni di telespettatori. In quel giorno, Unitas condusse i suoi Baltimore Colts alla vittoria 23-17 sui New York Giants sul loro campo di casa.
Ma la sua strada per i tre titoli NFL, per il Super Bowl del 1970 e per la Pro Football Hall of Fame, non fu certo in discesa.

Johnny era il figlio di un minatore di carbone di origini lituane, nacque e crebbe in una zona povera di Pittsburgh. Il padre di Johnny si ammalò a seguito di anni di lavoro nelle miniere di carbone della Pennsylvania e come spesso succedeva, non ebbe scampo, andandosene quando il figlio aveva poco più di quattro anni. Inutile dire che gli sforzi economici della madre furono tanti e grandi, e diedero la possibilità al ragazzo, seppur non proprio come fisico, adatto al football, di poter giocare per la St Justin's High School di Pittsburgh in posizioni di halfback e quarterback.
Il modello di Unitas era Knute Rokne ed il suo sogno era quello di poter giocare a football per Notre Dame, ed i suoi anni alle scuole superiori furono così ben spesi che la chiamata da South Bend in effetti arrivò. Tuttavia lo staff dei Fighting Irish lo trovò troppo poco sviluppato fisicamente per poter competere in maniera accettabile. Lo stesso atteggiamento di Notre Dame venne tenuto anche da alcuni altri programmi collegiali, fino ad accasarsi in Kentucky, a Louisville.
Nei suoi quattro anni coi Cardinals, Unitas completò 245 passaggi per 3139 yard e 27 TD, iniziando il suo percorso dalla quinta gara della stagione 1951 contro St. Bonaventure. In quella partita la matricola passò per 11 completi consecutivi e tre touchdown, tuttavia i Cardinals persero 22-21. I Cardinals terminarono la stagione con record di 5–5, 4–1. Da matricola Unitas completò 46 passaggi su 99 per 602 yard e 9 touchdown.
I tagli al programma imposti dal nuovo rettore Philip Grant Davidson, tennero fuori ben 15 studenti-atleti dall'accesso alle borse di studio, la squadra ovviamente ne risentì anche se nel 1952 i Cards vinsero sia il loro primo match contro Wayne State, sia il secondo contro Florida State, poi si persero in cinque sconfitte e una vittoria chiudendo 3–5, e non fu meglio l'anno successivo quando vinsero il loro primo match contro Murray State ma persero tutte le seguenti partite, terminando la stagione con un record negativo di 1–7.
In quello che poteva rappresentare l'anno del riscatto Unitas, eletto capitano della squadra, a causa di un infortunio ad inizio stagione, si vide in azione raramente .La sua prima apparizione si ebbe nella terza partita della stagione contro Florida State. Alla fine della stagione, i Cards terminarono con un record di 3-6 e Johnny passò per 527 yard chiudendo la sua carriera universitaria
Dopo la laurea, Johnny Unitas fu scelto al nono round dai Pittsburgh Steelers ma le speranze di diventare un pro football player si infransero su Walt Kiesling che lo tagliò. Dopo essere stato lasciato andare dagli Steelers, dove gli fu mai data la possibilità di dimostrare il suo valore, continuò a giocare semi-pro per i Bloomfield Rams a sei dollari a partita, e lavorare in una ditta edile.
Nel 1956, i Baltimore Colts,sotto la guida del leggendario coach Weeb Ewbank, si accorsero di lui e lo fecero firmare. L'esordio contro i Chicago Bears, fu a dir poco traumatico: sconfitta per 58-27 con il primo passaggio intercettato e nel secondo possesso un hand-off sguillato per le terre e ricoperto da Chicago. Ma la reazione fu altrettanto ad effetto con la prima vittoria contro i Cleveland Browns. Nella sua stagione da rookie Unitas segnò il record di parcentuale di completi per un rookie con il  55,6%.

In un'epoca in cui l'opzione A per la maggior parte delle squadre rimaneva la corsa, nel 1957, la sua prima stagione da titolare, Unitas terminò primo nella classifica per yard passate (2.550) e passaggi touchdown (24) portando i giovani Colts a terminare con un record positivo di 7-5, il primo nella storia della franchigia.
Fu il prologo alla consacrazione datata 28 dicembre 1958, quando nel primo supplementare della storia del NFL Championship, Baltimore sconfisse i New York Giants 23-17.

The Greatest Game Ever Played.

Nel 1959 Unitas concedette il bis al NFL Championship conquistato 31-16 ai danni, ancora una volta, dei New York Giants, cogliendo anche un riconoscimento personale pretigioso come MVP della NFL. Unitas chiuse la stagione dominando di nuovo la classifica  per yard passate (2. 899), passaggi in touchdown (32) e passaggi completati (193). Solo nell'anno successivo si chiuse una eccezionale striscia di 47 gare con almeno un passaggio in touchdown, record battuto solo di recente da Drew Breese
Il fuoco d'artificio di Johnny Unitas lanciò l'ultimo lampo il 17 gennaio del 1971 quando condusse, oramai trentasettenne, i suoi Colts alla vittoria nel Super Bowl V ai danni dei Dallas Cowboys in quello che per molti è considerato il SB con il maggior numero di errori e palle perse della storia.
A sei anni dal suo ritiro, fu eletto nella Pro Football Hall of Fame, come si deve ad un campione della sua caratura, uno che "se la gioca" con Joe Montana ad essere il miglior quarterback della storia del football.
Unitas e Baltimore sono stati e saranno sempre inscindibili, la decisione del proprietario degli allora Colts, Irsay, di trasferirsi ad Indianapolis fece letteralmente infuriare Unitas che tagliò tutti i ponti con la squadra trasferita e chiese più volte di togliere alla HOF le targhette a lui riferite che non riportassero come dicitura "Baltimore Colts", donò tutti i suoi cimeli al Babe Ruth Museum di Baltimore e si fece infine promotore di una assegnazione di una franchigia alla città del Maryland non appena la NFL avesse potuto.
La nascita dei Ravens fu, per Unitas, a tutti gli effetti la rinascita dei suoi Colts, tanto da diventare un accanito sostenitore dei purple in sideline, per vederli riportare l'anello a Baltimore trent'anni dopo il suo anello, e potersene andare in pace colpito da un attacco di cuore l'11 settembre 2002.
C'è un gesto mio avviso, che rende la giusta gratitudine a questo giocatore: per la gara seguente la sua morte, il quarterback degli Indianapolis Colts Peyton Manning richiese alla NFL di indossare un paio di galloccie nere come tributo agli stivali neri che usava Johnny, ma lega rifiutò la richiesta minacciando una multa di 25.000 dollari nel caso Manning le avesse indossate. Il quarterback dei Baltimore Ravens Chris Redman, ex alunno di Louisville come Unitas, se ne fregò della NFL ed indossò le galloccie senza chiedere il permesso venendo multato di 5.000 dollari, il prezzo per commemorare chi la NFL ha contribuito a renderla così popolare.

"He was better than me. Better than Baugh. Better than anyone"
(Sid Luckman)

martedì 17 settembre 2013

Il Rose Bowl del 1922



"All I know about Washington and Jefferson is that they're both dead."


Questa affermazione del giornalista Jack James del San Francisco Examiner era il bizzarro prologo al Rose Bowl del 1922, l'ultimo svoltosi al Tournament Park, e di conseguenza l'ultimo ad avere come nome ufficiale Tournament East-West Football Game.
Washington and Jefferson è tuttora un piccolissimo college della contea di Washington, Pennsylvania, che all'epoca contava 450 studenti, ma che miracolosamente allenata da Greasy Neale, era giunta al termine della stagione regolare con un netto 10-0 che la issavano sul gradino più alto tra le formazioni dell'est degli States. Neale era un eclettico allenatore che non aveva sfigurato né come giocatore di baseball (Cincinnati Reds e per pochissimo Philadelphia Phillies) né tanto meno come giocatore di football nella Ohio League con varie squadre; smesse le braghe, si era messo ad allenare le squadre di college: Muskingum, West Virginia Wesleyan, Marietta, ottenendo con quest'ultima una stagione da 7-1 nel 1920.
La felice parentesi di Marietta lo portò sulla sideline di W&J dove, nella sua prima stagione applicò alcune felici prassi soprattutto a livello di recruiting, assemblando una squadra solida in difesa, tanto da completare un exploit mica da ridere battendo Pitt, Detroit e Syracuse. Il 7-0 su Pitt era stato così sentito che per celebrarlo erano state annullate le lezioni per un giorno ed accesi falò di festa, seguiti addirittura da alcuni "inspirational speech" davanti al tribunale della contea di Washington. Nella stagione in cui aveva esordito la diretta radiofonica di una partita di football proprio tra due rivali di W&J (West Virginia e Pitt), obtorto collo gli organizzatori del Rose Bowl, come loro tradizione, chiamarono i Prexies a giocare la gara contro la migliore dell'Ovest, la University of California di Berkeley guidata da Andy Smith che aveva concluso la stagione 9-0 battendo Washington State, Stanford, Washington e Oregon. A Washington arrivò un telegramma che recitava:
"The directors of the Tournament of Roses Association have unanimously resolved that the artistic and educational pageant of New Year's Day, January 2, 1922 shall be followed by a football game between the best teams of the East and the West, and by like vote have determined to issue an invitation to Washington and Jefferson College to send its eleven as the Eastern representative."
I vostri undici. era una formula usata per indicare l'intera squadra, tuttavia la trasferta in California presentava non poche problematiche logistiche per il piccolissimo istituto, che si potè permettere di mandare a tutti gli effetti veramente solo venti uomini a Pasadena.
Il lunghissimo viaggio in treno di 4.000 chilometri, che i giocatori si pagarono da soli (Robert "Mother" Murphy ipotecò la casa per pagarselo) a quell'epoca non era una passeggiata fatta su comodi convogli superveloci: coach Greasy Neale pretese di continuare ad allenare anche durante il viaggio, ne conseguì che Lee Spillers si prese una polmonite e non potè continuare il viaggio, ricoverato all'ospedale di Kansas City. E. Lee, North racconta in Battling the Indians, Panthers, and Nittany Lions: The Story of Washington & Jefferson College's First Century of Football, come in realtà sul treno ci fosse un uomo in più della squadra che viaggiava abusivamente e che venne allo scoperto all'insorgere della malattia del compagno.
Tutto questo dava adito alle previsioni degli analisti, per cui la gara veniva data vinta dai Golden Bears con scarto tra i 14 ed i 21 punti.
Gli ultimi due allenamenti effettuati da W&J il giorno di capodanno si incentrarono su quello che oggi viene chiamato special team: disturbo o blocco di kick e punt e dei rispettivi ritorni.

Poi si fece il 2 gennaio 1922.
Loro non lo sapevano, ma Herb Kopf e Carl Konvolinka come end, il capitano Russ Stein e Chet Widerquist (tackle), Ralph Vince e Ray Neal (guardie), Al Crook (centro), Charlie "Pruner" West (quarterback) al posto dell'infortunato Ray McLaughlin, Hal "Swede" Erickson e Wayne Brenkert (halfback) e Joe Basista (fullback) scesero in campo e vi rimasero tutti ed undici per tutta la gara. Gli ultimi undici ironman nella storia del Rose Bowl.
Charlie West fu il primo quarterback afroamericano a scendere in campo in un Rose Bowl. Hal Erickson invece era al suo secondo Rose Bowl, avendo giocato per Great Lakes nella gara del 1919 dove aveva sconfitto i Mare Island Marines, buon auspicio?
Può darsi, ma certo di buon auspicio non fu la crew arbitrale che annullò un TD ai Prexies per un offside del capitano Stein che avrebbe portato allo sblocco del risultato nel primo tempo, per il resto della gara, in un campo fortemente allentato dalle piogge che avevano imperversato nella California durante i giorni precedenti, le difese ebbero la meglio sugli attacchi, si susseguirono i punt e la tenace linea di W&J tenne lontano dalla segnatura Cal, che schierò anche un non certo brillante Harold "Brick" Muller, passatore medaglia di bronzo nel salto in alto ad Anversa nel 1920 che mise assieme solo due lanci, di cui uno finito in un fumble. Le lancette scorsero, inesorabili per Cal, fino alla fine.

California 0 Washington & Jefferson 0

L'ultimo e unico pareggio senza punti a tabellone nella storia del bowl. Stein fu votato miglior giocatore della gara e il piccolo college della Pennsylvania, con una improbabile e gagliarda prestazione, mise la museruola agli orsi californiani.
Washington & Jefferson, con quella stagione imbattuta, secondo l'Official NCAA Division I Football Records Book, si può considerare Campione del 1921 al pari di altre squadre come Cal, Cornell e Lafayette, tuttavia questo titolo non compare negli annali della scuola, forse per modestia, forse perchè per anni il football non ha rappresentato il fiore all'occhiello di un college che ha ripreso il programma solo nei primi anni '80 dopo averlo cancellato per diversi decenni.
Rimane ovviamente quella sorniona soddisfazione di essere stati un piccolo Davide che ha fermato il grande Golia.

venerdì 13 settembre 2013

Joe Namath

Ispirato da Pawtucket Patriot di Endzone.it sono andato a riprendersi un po' la storia del Super Bowl III del 1968 vinto dai NY Jets con quello che molti ritengono la più grande sorpresa sportiva nella storia dello sport a stelle e strisce subito dopo la finale USA-URSS di hockey alle olimpiadi invernali di Lake Placid nel 1980.
Il contesto storico avrebbe bisogno di un'enciclopedia tutta sua, in cui snocciolare ogni singola vicenda che aveva portato alla formazione della prima vera lega in grado di concorrere con la NFL in maniera accettabile, la AFL, e di come si era mossa la NFL a riguardo, confidando nella sua storia scritta da dinastie come i Green Bay Packers del mai troppo rimpianto VInce Lombardi o dei Baltimore Colts del ragazzo baciato da Dio, Johnny Unitas. 
La AFL aveva aggredito spazi di interesse con squadre che oggi ci sembrano già storiche come i Patriots (allora ufficialmente a Boston), i Denver Broncos, i Los Angeles Chargers (e vabbè, chi è che non ha fatto qualche stagione a LA suvvia...) ed i New York Jets, ma il divario pareva ancora difficilmente colmabile specialmente dopo i primi due traumatici Super Bowl dove Green Bay aveva semplicemente maciullato Kansas City e i Raiders.
Che pensare se non "altra carneficina" quando per il SB III si presentarono da una parte una corazzata come i Colts che nel NFL Championship aveva vaporizzato i Browns 34-0 chiudendo la stagione con un record di 13-1, dall'altra New York... ma chi, i Giants? No quegli altri, i cugini sfigati, quelli verdi, quelli che hanno quel tizio lì che al college era forte. Ma adesso, dai, dall'altra parte c'è Unitas, uno che letteralmente ha cambiato la concezione del quarterback, lanciando in TD per 47 partite di fila in un'epoca in cui il lancio era già una opzione secondaria rispetto alla corsa, figurarsi un lancio diretto in TD. Uno che ha scritto statistiche cancellate solo cinquant'anni dopo, uno che ha giocato gare che hanno trasformato la NFL nella lega sportiva con cui l'America meglio si identifica, forse per chi non è addentro è persino difficile spiegare cosa significa per il football Unitas, tanto che in alcuni momenti, forse sono stati la stessa cosa.
Namath, beh, il tempo ha distorto le cose, trasformando la crescita sportiva di un giocatore viveur, in una esplosione fantastica di un misconosciuto alla corte dell'imperatore Unitas. Non stavano così le cose, si parla di un ragazzo che alla fine dell'High School era braccato dai recruiter e che, dopo essere stato scartato da Maryland perchè aveva voti troppo bassi, era stato acchiappato ben volentieri da Bryant ad Alabama, una scelta che lo stesso coach aveva definito come  "the best coaching decision I ever made."
Al College era stato un grande, Bryant sosteneva che fosse il miglior atleta che avesse mai allenato, nel 1964, ultimo anno prima della chiamata nei pro, Namath portò all'Orso il campionato nazionale. Al college però aveva iniziato quel percorso di formazione umana che lo aveva portato alla difesa dei diritti civili degli afroamericani in una terra segregazionista come l'Alabama.
Dopo aver scelto i Jets in AFL (ed i loro 400 e rotti mila dollari a stagione) piuttosto che i Cardinals in NFL, fu rookie of the year nel 1965 e fu il primo QB professionista a passare le 4000 Yard a stagione nel 1967, liquidando i Raiders campioni in carica AFL, aveva portato i Jets al loro primo Super Bowl.
Si, è vero: a Namath piace godersi la vita: macchine, vestiti, donne, drink, club. E considerando che non era l'epoca di Balotelli e della Fico, questo aspetto della sua vita era guardato piuttosto male dall'opinione pubblica, ma a quanto pare Namath sapeva cosa stava facendo, come quando gli chiesero al Touchdown Club, se fossero veramente spacciati contro i fortissimi Colts.
"We’re going to win Sunday. I guarantee it."
Si vabbè ma era sbronzo. Sbronzo si ma ebbe ragione. Non che vinse la gara da solo, tuttaltro: una gara dura e tirata in cui i Colts diedero sfoggio di una catasta di errori e buttarono nella mischia un malconcio Unitas solo nel second half, il running game di New York, la guardinga precisione di Namath ed i sanguinanti quattro intercetti accumulati da Morrall (3) e Unitas (1) scavarono il solco, solo il touchdown di Hill a pochi giri di lancetta dal termine rese meno amara la sconfitta dei Colts frutto di una metà di Sneal e tre field goal. 
Tuttavia lo stile leggero di Namath vinse e scolpì la storia di questa lega, che si trovò al centro dell'attenzione anche di fasce d'età giovanili che prima erano attirate solo dal college football.
Un commento molto calzante cita  "L'idea di vedere questo capellone che tanto assomigliava a Jimmy Page, Keith Richards e Ringo Starr vincere (e soprattutto avere la faccia tosta di predire) il SB contro una squadra ampiamente favorita che ovviamente rappresentava il sistema, il vecchio, tutto ciò contro cui i giovani si battevano alla fine degli anni '60, fu qualcosa che portò gli hippie (ovviamente i meno "bruciati") a rivedersi in uno sport come il football una volta che essi capirono che era arrivata l'ora di crescere, inoltre da non sottovalutare sono anche i germi di un pubblico femminile attirato inizialmente da giocatori come Namath che quindi ha tutto il diritto di arrogarsi il diritto di essere la prima superstar moderna dello sport americano, rifletteteci la prossima volta che vedete la famosa foto di Namath in panchina col montone bianco, e oltre a pensate 'Che cazzone era questo qui!!!'."
Any given sunday anyone can beat anyone.
Joe Namath non era il signor nessuno quando scese in campo per vincere il suo primo ed unico Super Bowl, ma di certo quello che ha compiuto, e come lo ha compiuto, manda in soffitta tutta la sua precedente esistenza per consegnarcelo come l'uomo che, a tutti gli effetti, ha cambiato il football.