domenica 28 luglio 2013

My little brother's coming tomorrow

Le tigri bianche sono piuttosto rare, più o meno come i QB bianchi dalle parti di Grambling. Dove ha sede una delle storiche università nere degli Stati Uniti, nel pieno della Cotton Belt, in Louisiana, tanto da far parte del Louisiana African American Heritage Trail.
Qui ha allenato, per un tempo vicino ad una vita intera, Eddie Robinson: cinquantasei anni da head coach dei Tigers, squadra storicamente affiliata alla SouthWestern Athletic (FCS), con cui ha compilato il secondo miglior record di tutto il college football.
Qui, oltre alle migliaia di ragazzi afroamericani che ha avuto a disposizione nella squadra di football, ce ne fu uno, Jim Gregory, che con Grambling, così a prima vista, c'entrava poco. Cresciuto e diplomatosi a Corcorian, in California, aveva poi guadagnato l'interesse di Rob al Tulane Kings All-Star Game, e con lui, dopo l'accordo per il recruiting, verso la Louisiana erano partiti altri dodici ragazzi grazie a delle non-athletic scolarship. Secondo Gregory stesso l'idea di Rob, balzana anche a parere degli stessi concittadini di Gregory, era quella di inserire atleti bianchi per preparare i ragazzi neri alla vita che li avrebbe aspettati fuori dal college, ovvero il contatto anche professionale con la popolazione bianca.
Gregory non andò mai oltre la posizione di backup QB, chiuso da James "Shack" Harris prima e da Matt Reed poi, due nativi di Monroe; laureandosi e poi spostandosi di nuovo in California dove oltre ad insegnare arte ceramica, si è poi dedicato al football ed al basket di high school alla Reedley High School. La questione dei giocatori bianchi a Grambling è rimasta molto forte, tanto che nel 1996, quando per il Bayou Classic, c'erano in campo due starting QB bianchi, per poco qualcuno non si è sentito male. Mike Kornblau per Grambling, peraltro come Gregory trent'anni prima, non partiva da posizione titolare, ma a causa di un infortunio del junior Applewhite era stato promosso con risultati mediocri come tutta la squadra, inchiodata alla fine dell'anno ad un record negativo.

Gregory, tuttavia, ricorda sempre con grandissimo trasporto il periodo a Grambling, dove diede un nuovo significato alla parola "ospitalità" e crebbe umanamente e professionalmente, tanto da diventare un coach, definito dai suoi stessi studenti "Great individual with an outstanding work ethic". Completando un ciclo di studio ed attività che contribuì a incrinare questa sorta di barriera razziale a rovescio, Gregory vinse poche battaglie da protagonista sul campo ma diverse fuori da esso: nonostante i compagni fossero particolarmente in difficoltà anche solo a "girarci assieme" per i sobborghi neri delle città della Louisiana da cui provenivano, avevano per lui una miriade di domande sulla sua vita e su tutto quello che era il non essere un ragazzo nero della Louisiana, e alla lunga Jim diventò amico di Charles Tank Smith, un ragazzone nero innamorato di una ragazza bianca. 
Non che Gregory avesse perso l'impressione di essere una sorta di pesce fuor d'acqua, rafforzata alla cerimonia funebre in onore di Robinson quando si era reso conto che la stragrande maggioranza dei presenti non sapeva nemmeno chi fosse. Ma quando lo stesso Harris gli aveva chiesto, dal palco, di alzarsi in piedi, si era ritrovato proiettato nella squadra di cui aveva fatto parte, ritrovando una volta ancora gli insegnamenti del suo coach che tanti insegnanti e tanti coach, nella sua vita, aveva contribuito a creare.
"The two men who have influenced me the most are my father and Eddie Robinson" ha detto Gregory in una intervista dopo la morte di Rob, "You think, ‘maybe I need to do more', there is always another kid out there you can help. I think that's why Coach Rob stayed at Grambling so long."
Il libro, uscito nel gennaio 1971, quando ancora Gregory faceva parte di Grambling, in realtà a detta dello stesso protagonista, calca troppo la mano sulle sue presunte potenzialità e sulla sua condizione di Mosca bianca, colorendo quello che secondo Gregory era semplicemente una avventura di uno studente-giocatore con una gran voglia di fare football a livello universitario, scontratosi con una realtà tutto sommato riluttante ad accettarlo al di fuori del gridiron. A questo possiamo aggiungere che all'epoca dei fatti vi erano altri studenti-atleti come Rick Tucker presente a Grambling nella squadra di baseball.
Sta di fatto che l'esotica esperienza di un ragazzo bianco in un college black ha sicuramente destato molto più interesse delle situazioni a parti invertite, seppure con risultati sinceramente molto differenti (pensate a cosa sono stati capaci di fare i ragazzi neri per college come Alabama, per rimanere nel profondo sud). Il suo passaggio in touchdown contro Morgan State nell'ultimo inutile minuto dell'ultima gara di un campionato positivo ma non vincente, il suo letterale "pisciarsi addosso" per gli ululati dalle tribune, il suo frequentare il Penny's Soul Food Restaurant come tempio del cibo del South, sono diventati immediatamente conosciuti ed interessanti aneddoti di fama nazionale, così come i suoi trucchi per evitare che le ragazze notassero il suo occhio sinistro ballerino.
Il film TV tratto dal libro, "Grambling's White Tigerpresenta Harry Belafonte all'esordio nella parte di coach Eddie Robinson, e Bruce Jenner nella parte di Gregory durante la stagione da freshman, ed è uscito nel 1981, riporta come sottotitolo una bella frase seppure un po' banale "the toughest battle is off the field".



mercoledì 24 luglio 2013

NFL Films

Nel XIX secolo, un medico condotto, finlandese, Elias Lönnrot, nei suoi viaggi causa lavoro in giro per le sconfinate pianure finniche, ebbe modo di ascoltare svariate saghe incentrate su personaggi mitici comuni a gran parte degli abitanti ma protagonisti di storie senza un'organicità ed una continuità. Il medico si prese la briga di raccogliere tutte queste storie in rima, studiarle, metterle in fila e restituirle con organicità tanto da ottenere un poema epico, il Kalevala, diventato poi talmente celebre, da assurgere a monumento nazionale, e la prima data di uscita è diventata persino festa nazionale.
L'emozionare nell'elaborare il materiale che si ha a disposizione, è la capacità che rende possibile l'epica, sia essa legata a saghe popolari, sia essa legata ad eventi sportivi. E questo è ciò che NFL Films è riuscita a fare dal 1962, oltre ad un preziosissimo lavoro di archiviazione e mantenimento di immagini d'epoca che rendono la NFL la lega con più materiale filmografico d'annata soprattutto per quanto riguarda gli anni '60 e primi anni '70.

L'NFL Championship 1962
L'ideatore di questo progetto, Ed Sabol, era un veterano della Seconda Guerra Mondiale che nel suo tempo libero si divertiva ad usare la cinepresa ricevuta come regalo di nozze, per registrare le partite di football del liceo di suo figlio Steve. Ispirato dal suo hobby, Sabol fondò una piccola casa di produzione chiamata Blair Motion Pictures, dal nome di sua figlia Blair, e con questa casa di produzione vinse la gara per i diritti per filmare il NFL Championship del 1962 per 5.000 dollari, il doppio di quanto stanziato per la gara dell'anno prima. L'opera montata da Sabol impressionò l'allora commissario NFL Pete Rozelle, che vide nella tecnica di montaggio e nello stile di documentazione, qualcosa che poteva fare molto comodo alla lega: mise i proprietari davanti all'opzione di acquisto di tutta la società di Sabol , ma l'assemblea declinò la proposta per l'anno 1964 salvo poi cambiare idea l'anno successivo, e cambiare nome alla neo-acquisita azienda in NFL Films: in cambio di 280.000 dollari (20.000 per ogni squadra) Sabol aveva il compito di riprendere tutte le gare e produrre gli highlight della stagione per ognuna delle franchige.
Cosa che, negli anni, ha saputo fare magistralmente, tanto che il critico televisimo Matt Zoller Seitz ha definito NFL Films "the greatest in-house P.R. machine in pro sports history... an outfit that could make even a tedious stalemate seem as momentous as the battle for the Alamo" e questo grazie ad alcuni accorgimenti in grado di enfatizzare sia il gesto atletico come le slowmotion camera, specialmente quelle che seguono quasi frontalmente i lanci del QB; sia la tensione del momento, catturata da microfoni in sideline, ma soprattutto resa dalle voci narranti, scelte sempre profonde, quasi baritonali, come quella di Burt Lancaster.
Le voci, quelle che per NFL Films determinano assieme alla musica, una colonna sonora che deve ispirare costantemente la "grandezza" del gesto compiuto dall'atleta: spesso oltre alla narrazione fatta da queste voci profonde, si aggiungono "ritagli" di cronache radiofoniche locali o comunque di parte, con i radiocronisti che si sperticano in aggettivi e toni decisamente da leggenda. A questo si mischia il costante tentativo di associare il gesto a contesti più nobili, come il balletto o la battaglia in senso storico, lo scontro uomo contro uomo, l'arte gladiatoria.

Tutto questo ha reso l'immagine della lega estremamente appetibile, estremamente (per usare un termine forse banale ma efficace) "bella", tanto che NFL Films può essere tranquillamente considerata una delle artefici del successo mediatico della NFL, nonostante i suoi guadagni (di tutto rispetto, sui 50 milioni di dollari all'anno) siano solo una frazione di quelli che la lega incassa per i diritti televisivi, ovvero circa 18 miliardi di dollari.Gli oltre 110 Sports Emmy sono principalmente frutto di questo continuo lavoro sull'immagine, si prenda ad esempio lo spezzatino mediatico che la TV offre quando si consuma il Superbowl, ivi compresi gli HT Show, e si prenda il film che ne ottiene la casa di produzione di Sabol: c'è poco da fare, sono due mondi differenti, e se il secondo gode della fortuna di poter tagliare, selezionare e montare con la tranquillità che manca ad una diretta, è fuori discussione che lo faccia in maniera veramente efficiente.
Come premio di questo lavoro, molto spesso passato in secondo piano a vantaggio dei gesti stessi che venivano immortalati, il 6 agosto 2011 Ed Sabol è stato inserito nella Pro Football Hall of Fame.

mercoledì 17 luglio 2013

Il Soldier Field



E' là ma non è più là, e questo forse è uno dei più vividi esempi di che differenza c'è tra il college football ed il football pro, ovvero la differenza di atteggiamento verso quello che è stato.

Il Soldier Field, dedicato alla memoria dei caduti di ogni guerra a cui hanno partecipato gli Stati Uniti (senza polemizzare su quante giuste e quante ingiuste) e inaugurato nel 1924 è stato completamente demolito nelle sue parti funzionali e riaperto nel settembre 2003 dopo circa un anno e mezzo di lavori, un avveniristico usurpatore che destina agli archivi foto/filmografici la conservazione delle immagini di quello che c'era prima, di un impianto affascinante con i suoi tre colonnati neoclassici dai capitelli dorici, come piaceva agli americani all'alba del secolo XX, in cui la città di Chicago ha ospitato congressi eucaristici, incontri di boxe, gare di NASCAR, raduni sentitissimi come quello di Chicago Freedom Movement di Martin Luther King, o come il ritorno negli USA di Douglas MacArthur dopo la fine della seconda guerra mondiale. E tanto, tanto football, impersonato dai Chicago Bears che in quell'impianto ci hanno giocato trent'anni. Intendiamoci: non stiamo parlando di una simbiosi come potrebbe essere quella tra il Kyle Field e Texas A&M, che dura da 110 anni ormai ed è oggettivamente inscindibile, ma di una solida realtà trentennale che supera di gran lunga la media degli impianti NFL: se prendiamo i 125 impianti in cui giocano le università di FBS Division, scopriamo che l'anno medio di costruzione è il 1955, se prendiamo invece la NFL questo numero si alza fino al 1989 (1992 se considerassimo il Soldier Field un impianto nuovo, quale è).

Questa è una realtà che ci dice molto sul bisogno di innovazione e di stimoli (che si trasformano in ritorni economici) per una lega professionistica, tralasciando magari aspetti più sentimentali che rimangono legati al college football o al prep football. Il terreno della squadra della scuola è l'identificazione del terreno sacro della propria città, della propria contea, del proprio stato e pensare di consacrare a realtà scolastiche vecchie in molti casi oltre un secolo, altri recinti di terreno diventa qualcosa di insostenibile. Buttare giù il Soldier Field per costruire qualcosa di "altro" e di tecnologicamente avanzato, ma di sentimentalmente distante sia per gli appassionati di football che per gli amanti di uno dei simboli della città, è un colpo al cuore che alla NFL, le cui 32 squadre sono tra i 50 team sportivi più ricchi di tutto il globo terrestre, frega fino a un certo punto.

Le critiche al nuovo impianto, giunte da più parti in epoca di progettazione, si sono rafforzate in corso di realizzazione, definendo la nuova struttura "un UFO schiantatosi su delle antiche rovine", "un uovo gigante in una tazza gigante", "un ciccione che tenta di mettersi dei pantaloni di un uomo magro", come riportò il New York Times il 16 giugno 2003 a pochi mesi dall'inaugurazione ufficiale. L'idea del nuovo progetto, pionieristico ed aggressivo, ha colpito anche David Bahlman, presidente del Landmarks Preservation Council of Illinois, che aveva tentato di fermare il progetto "If you'd never seen Soldier Field before this, you'd have a hard time figuring out what the original structure looked like". Pare che un conto sia fare un nuovo ingresso di un museo d'arte, perchè l'arte della progettazione si confà all'arte in generale, altra cosa è toccare un edificio con un progetto così dirompente, definito all'epoca dal Chicago Tribune "Monstrosity on the Midway" e "Mistake by the Lake" senza considerare che, forse per colpa di una novità ancora non ben digerita, il Chicago Sun-Times pubblicava un sondaggio secondo cui il nuovo Soldier Field era l'edificio più brutto di Chicago. Ma la NFL è la NFL, e la pressione, pur sulla città di una delle squadre storiche, una di quelle squadre senza cui la NFL sarebbe decisamente altra cosa, come Giants o Packers, per dirne due, ha portato la città a decidere la nuova realizzazione, definita dal critico Blair Kamin "a nightmare". Tuttavia lo studio con sede a Boston, all'epoca rispose alle critiche sventolando le imposizioni della NFL ai nuovi impianti, che avrebbero reso impossibile la costruzione di uno stadio mantenendo i canoni di quello progettato negli anni '20, modernità significa cambiamento, anche da schemi che hanno incantato per decenni, e che hanno persino ispirato un intero volume di Liam T.A. Ford dal titolo"Soldier Field: A Stadium and Its City" pubblicato dalla University of Chicago Press.

Sta di fatto che del Soldier Field, come lo abbiamo ammirato per anni ed anni, rimane la cinta muraria esterna alle due tribune ed alla curva esposta a sud, i due colonnati dietro cui si scorge la nuova struttura completamente avvolta da vetro e acciaio. I pochissimi tratti rimasti del vecchio stadio sono stati ulteriormente umiliati tra il 2004 ed il 2006 quando si è avviata e conclusa una procedura che ha tolto all'impianto la qualifica di National Historic Landmark. Non giudico l'opera architettonica in sé, preferendo la struttura interna di impianti come quello di New York o quello di Denver (per non parlare degli stupendi impianti di Texans e Cardinals), ma al pensiero che un giorno dentro il Lambeau Field possa nascere uno di questi "cosi" semplicemente mi si gela il sangue.

venerdì 12 luglio 2013

Toilet Bowl


Spulciando Twitter mi sono imbattuto in un divertente articolo di Darren Everson e Ben Cohen per il Wall Street Journal che si riferiva al passato non troppo glorioso di Oregon prima dell'epoca targata Bellotti e poi Kelly, e di Oregon State, dimentichi degli anni '60 e dei discreti successi firmati da Prothro (Rose Bowl del '65 perso con Michigan) e Andros (#7 del rank nel '67). Il pezzo fa riferimento in particolare alla gara del 1983 soprannominata, senza tanti complimenti "Toilet Bowl", un gioco di parole che suona comunque come "Tazza del Cesso". Oregon ed Oregon State, come ricordato altre volte, annualmente danno vita a una accesissima rivalità che porta il nome di Civil War e si rinnova ultimamente al termine della stagione, come quel 19 novembre all'Autzen Stadium di Eugene, dove i Ducks di Rich Brooks, con un record di 4-6-0 ospitavano i Beavers di Avezzano fermi ad un orribile 2-8-0, sotto un'acqua scrosciante. 
Nonostante le prospettive tecniche, quelle "di classifica" ed il tempo inclemente, più di 33.000 persone, richiamate dal fascino della rivalità, accorsero a vedere una gara infiorata da un numero incalcolabile di errori di cui alcuni veramente marchiani: undici fumble di cui cinque ricoperti dalla difesa, cinque intercetti e quattro errori su quattro su field goal, tra cui anche una rarissima combinazione di due calci entro le 30 yard falliti nella stessa gara. Questa imbarazzante gara terminò con un altrettanto imbarazzante 0-0 (letto bene: zero a zero, come certi pareggi calcistici sbadigliofori) che da un certo punto in avanti spinse i tifosi a scandire dalle tribune  "BOR-ING!" e ad applaudire ironicamente i loro beniamini anche solo alla chiusura di un primo down. Tuttavia tale risultato rimane storico, perchè è l'ultimo pareggio senza squadre a tabellone nella storia del college football. 

Il momento, per i due team universitari, non era certo brillante, ed i limitati budget si specchiavano in squadre tecnicamente modeste, in più i coach non furono aiutati nello specifico dal tempo che non gli permise in pratica di vedere nulla dai box in alto nell'impianto di gioco, se non aprendo le finestre ed esponendosi agli inclementi elementi. A dire il vero, non vedere forse conveniva: la serie di errori divenne presto da drammatica a comica, con situazioni in cui la palla sembrava animata da una ferma volontà di ridicolizzare il possessore, lo stesso QB titolare di Oregon, Mike Jorgensen, costretto a guardare la gara per un infortunio, ammise che "It felt like you were sitting in a toilet bowl", mentre il suo backup Chris Miller, futuro NFL in campo veniva intercettato due volte, di cui una su un pallone lanciato in una zona desolatamente vuota di maglie verdi. Il sentore che si stesse assistendo a "molto rumore per nulla" è stato poi anche confermato da Keith Richard, archivista di Oregon, che spiegò come nell'ultima decina di minuti di gioco, sugli spalti ci fosse la convinzione che si trattasse di una sorta di scherzo e che per volere di questo scherzo, non sarebbe comunque successo niente, sensazione poi confermata quando sull'ultima azione di Oregon, il fullback Johnson partendo da posizione profonda nella propria metà campo, prese un passaggio laterale e corse fino alla endzone, fermato solo dalla chiamata arbitrale che gli contestò di essere uscito dal campo attorno alla linea delle 50. Oregon, data vincente di 14, non riuscì così ad evitare il ridicolo pareggio, così orribile nella memoria degli astanti, che lo stesso Jorgensen, nonostante fosse out, dai tifosi viene spesso ricordato in campo, pare, perché per stessa ammissione del ragazzo, essendo un "quarteback di merda" vieni involontariamente associato a tutte le gare di merda della tua squadra, anche quando non sei in campo. Lo scherzo, la volontà bizzarra rimane anche nelle parole di Rich Brooks ("There were so many strange plays. You'd almost have to script it to believe it"), un head coach che dopo aver affrontato su in Oregon delle stagioni magre e difficili come queste, è riuscito a portare il college di Eugene ad un passo dall'olimpo, quando nel 1994 chiuse la sua quasi ventennale carriera ai Ducks portandoli al #11 del ranking nazionale. Tutto questo, passando anche attraverso il Toilet Bowl perchè, come disse un grandissimo coach come Tom Landry "I’ve learned that something constructive comes from every defeat".

Quote #6


martedì 2 luglio 2013

John McKay

Il 30 novembre 1974, dopo aver subito 55 punti in un tempo e dieci secondi, il reverendo Hesburgh, rettore di Notre Dame, parlando con McKay, gli espresse il suo disappunto "That wasn't very nice", l'allenatore di USC lo freddò dicendo, "That's what you get for hiring a Presbyterian!".
Questo era John McKay, un monumento a Los Angeles per Southern California, capace di vincere, in sedici anni di sideline per i Trojans, quattro titoli nazionali, nove titoli di conference.


La vita di McKay non si può definire tutta rose e fiori: nato in un paese di minatori, con il padre soprintendente alla miniera che nel 1927 saltò in aria facendo 111 morti. Orfano di padre a 13 anni, si iscrisse a Wake Forest grazie ad una scolarship per il football ma non potè iniziare a causa della malattia delal madre che lo costrinse a rientrare ad Everettville e lavorare come elettricista prima di arruolarsi per la seconda guerra mondiale come mitragliatore sui B29 in stanza nel pacifico.

Tornato da questa esperienza, si iscrisse a Purdue all'età di 23 anni ma l'anno successivo si trasferì ad Oregon, contribuendo alla felice stagione 1948 degli allora Webfoots guidati da Jim Aiken, terminata 9-2 e 7-0 in Pacific Conference (titolo condiviso con Cal), sconfitti al Cotton Bowl da Southern Methodist. La perdita di Norm Van Brocklin destinazione NFL rese Oregon una squadra onestamente mediocre, la successiva stagione terminò 4-6 e McKay finì la sua carriera scolastica rimanendo dalle parti dell'Autzen Stadium come assistente ad Aiken e poi a Jim Casanova, in tutto per nove stagioni condite da un titolo di conference in coabitazione con i cugini di Oregon State nel 1957 e la successiva apparizione al Rose Bowl dove fecero sudare Ohio State campione nazionale.
McKay poi accettò il posto da assistente a Don Clark presso USC al termine di un momento nero per diversi college della Pacific a causa delle sanzioni NCAA che colpirono le loro possibilita di recruiting. I due anni di apprendistato gli lasciarono in dono nel 1960 la guida della squadra che condusse a due stagioni sicuramente non esaltanti: 4-6 e 4-5-1 con i Trojans ancora limitati dal periodo di osservazione comminatogli dalla NCAA. Topping, il rettore, ricevette parecchie pressioni per licenziare McKay, ma analizzato il buon lavoro di recruiting, diede una nuova possibilità a John non si fece sfuggire l'occasione: USC mise assieme una stagione 1962 a dir poco fantastica con un 10-0 che la portò spedita al Rose Bowl dove davanti si trovò i Wisconsin Badgers per il primo storico bowl #1 contro #2. La vittoria 42-37 costruita sul secondo e sul terzo quarto, portò il primo titolo nazionale a Los Angeles dai tempi di Howard Jones più di vent'anni addietro. Fu l'inizio di un periodo quantomeno glorioso per i Trojans di McKay, che potè esprimere al meglio il suo running game partendo prevalentemente da I-formation: USC si aggiudicò il titolo nazionale anche nel 1967, nel 1972 e nel 1974. ESPN ha selezionato qualche anno fa le dieci migliori squadre di college football di tutti i tempi, tra cui anche i Trojans del 1972 di cui ben 33 ragazzi giocarono poi in NFL e cinque furono scelti al primo giro del draft. In questo tappeto splendente compare però una grossa macchia di ragù datata 1966 quando Notre Dame sconfisse USC 51-0 infliggendogli la peggior sconfitta della loro storia da cui la frase che pare abbia detto il coach riguardo al fatto che non avrebbe mai più perso con Notre Dame, poi ritrattata a poco tempo dal decesso, precisando che la frase sarebbe stata "they'll never beat us 51-0 again".

Cambiare aria, per uno che aveva già vinto quattro titoli nazionali, non doveva essere facile: dove andare? Cosa fare? McKay aveva rifiutato, nel corso della sua carriera i Browns, i Patriots, i Rams. Della NFL sembrava fregargliene il giusto. Poi nel 1976 decise di accettare una grande scommessa, ovvero non solo andare nel football "pro", per mettersi alla prova con la NFL, ma farlo partendo da zero, e quello zero erano i Tampa Bay Buccaneers, al primo anno nella lega e con una squadra da costruire totalmente.
Come ovvio che sia, le prime tre stagioni in Florida furono traumatiche: Tampa mise assieme 26 sconfitte consecutive prima di battere i Saints al Superdome e concludere la stagione 1977 12-2, il 1978 fu concluso 5-11 (con il nuovo formato a 16 gare) e finalmente il 1979 segnò la prima stagione positiva per i Buccaneers, con un 10-6 che gli valse il titolo della NFC Central e la prima partecipazione ai playoff.
Dopo le positive stagioni 1981 e 1982 con le partecipazioni ai playoff anche grazie alle prestazioni del QB Doug Williams, quest'ultimo tolse le tende per la USFL e Tampa affondò in due stagioni da due vittorie ed una da cinque, l'ultima di un mestissimo McKay che, per tutta la vita rimpiangerà di aver fatto il salto e non essere rimasto ai suoi amatissimi Trojans. La gestione di uno spogliatoio di NFL sicuramente lo mise in difficoltà e soprattutto verso la fine della sua presenza ai Buccaneers gli fu mossa più volte la critica di non saper affrontare i giocatori né prima né dopo una gara, forse anche per questo, ad ogni tornata di sostituzione di elementi dello staff, cercò di inserire sue persone fidate, secondo alcuni per poter meglio piegarle al loro volere, cosa che non sempre gli riusciva con i giocatori. Il suo disagio apparve evidente quando le sue esternazioni graffianti (all'epoca del college ne fece di memorabili) si trasformarono in scoppi di ira che lo portarono a definire "idioti" i tifosi, gli avversari ed anche i giornalisti.
Il rapporto con i giocatori, indicato come non certo rose e fiori, in alcuni casi fu criticato per le "battutine" che rivolgeva ai suoi ragazzi, salvo poi difenderli in maniera feroce soprattutto davanti a stampa e tifosi, e soprattutto a riguardo al razzismo che gli faceva saltare i nervi persino quando si trattava dei "suoi" tifosi. Tifosi che forse non ha mai sentito veramente suoi, convinto com'era che non gli avessero mai perdonato lo 0-26 con cui partì Tampa nella sua avventura in NFL.

Ucciso dalle complicanze del diabete nel 2001 a Tampa, dove suo figlio Rich era general manager dei Buccaneers, a testimoniare il suo simbiotico legame con Southern California che con lui aveva toccato vette eccezionali di efficienza, tanto da trascendere nella leggenda del football, chiese di essere cremato, e che le sue ceneri fossero sparse sul campo del Los Angeles Memorial Coliseum, per essere per sempre affianco ai suoi ragazzi.