sabato 20 aprile 2013

Four Horsemen


I quattro cavalieri di Notre Dame.
Si cammina sul confine tra storia e mito per questo quartetto che scrisse la storia del college football a metà degli anni '20, a cui Notre Dame ha addirittura concesso l'onore di una statua all'interno del campus, rigorosamente equestre.
I quattro furono il backfield della squadra del 1924 successivamente riconosciuti come la migliore squadra della nazione.
Harry Stuhldreher, Don Miller, Jim Crowley ed Elmer Layden .
Il soprannome così evocativo fu coniato da un giornalista sportivo, Grantland Rice, diventato celebre per i suoi pezzi scritti e radiofonici che andavano oltre, come lingua, ad una semplice cronaca. A tutt'oggi i quattro ragazzi di Notre Dame sono considerati alla stregua di leggende, nella lunga storia del college football nazionale.
Il Quarterback Harry Stuhldreher, il left halfback Jim Crowley, il right halfback Don Miller, e il fullback Elmer Layden iniziarono ad imperversare nelle difese avversarie da quando coach Knute Rockne li inserì nel roster nel 1922 durante la loro stagione da sophomore. Durante i successivi tre anni, Notre Dame perse solo due partite, una nel 1922 e una nel 1923, entrambe contro Nebraska.

Il quartetto si giovò della poetica dello stesso Grantland Rice , giornalista sportivo dell'allora New York Herald Tribune. Dopo la sorprendente vittoria su Army 13-7, il 18 ottobre 1924, Rice scrisse "la più famosa apertura di un articolo sportivo", che recitava:
"Outlined against a blue-gray October sky, the Four Horsemen rode again. In dramatic lore their names are Death, Destruction, Pestilence, and Famine. But those are aliases. Their real names are: Stuhldreher, Crowley, Miller and Layden. They formed the crest of the South Bend cyclone before which another fighting Army team was swept over the precipice at the Polo Grounds this afternoon as 55,000 spectators peered down upon the bewildering panorama spread out upon the green plain below."
George Strickler, studente ed assistente di Rockne e successivamente redattore sportivo del Chicago Tribune, rimase fortemente colpito da questa apertura, tanto da impegnarsi in modo da conservarla, aveva lanciato l'idea ad alta voce alla fine del primo tempo della partita contro la squadra dell'Esercito nel box stampa come accostamento al film di Rodolfo Valentino del 1921 "I quattro cavalieri dell'Apocalisse". Quando la squadra tornò a South Bend, insistette per far posare i quattro giocatori, vestiti con le loro uniformi, sul dorso di quattro cavalli. Le agenzie di stampa ripresero il bizzarro scatto, rendendolo immortale così come il soprannome assegnato ai ragazzi di Notre Dame.
"Sul momento, non mi rendevo conto l'impatto che avrebbe avuto", disse successivamente Crowley "Ma la cosa semplicemente crebbe a dismisura. Dopo la sovraesposizione sulla stampa, gli appassionati di sport della nazione si interessarono a noi, insieme ad altri giornalisti sportivi. Il nostro record fece la sua parte. Se avessimo perso un paio di gare, non credo che saremmo stati ricordati.
Dopo la vittoria contro Army, terza vittoria consecutiva di Notre Dame in quell'inizio stagione, i Fighting Irish furono raramente impensieriti dagli avversari per il resto delle gare: una solida vittoria contro Stanford al Rose Bowl del 1925 diede alla Notre Dame di Rockne il titolo nazionale ed il fregio di una stagione chiusa imbattuti con un record di 10-0-0.
I Quattro Cavalieri, grazie alla stampa ed alla formidabile squadra a cui contribuivano, guadagnarono il loro posto nella storia del football. Anche se nessuno dei quattro era più alto di un metro e ottanta e nessuno dei quattro pesava più di 74 chili, i quattro cavalieri si possono considerare se non il più grande backfield, sicuramente tra i più grandi. Stuhldreher, Crowley, Miller e Layden giocarono assieme 30 partite e persero appunto solo da una squadra, Nebraska, due volte, a questo si somma il fatto che il tutto avvenne in un epoca di iron man, dove i giocatori ricoprivano sia ruoli offensivi che difensivi, non essendo ammesso il rientro in campo dopo essere stati sostituiti (regola sparita definitivamente a fine anni '40).
Stuhldreher, era di Massillon, Ohio. Un leader sicuro di sé, che non solo lanciava con precisione, ma era anche affidabile punt returner e solido blocker. Si fece già notare per le quattro gare nella sua stagione da sophomore nel 1922, spesso etichettato come arrogante, grintoso ed ambizioso. ma ogni critica si scioglie davanti al suo impareggiabile carisma nella guida della squadra.
Crowley arrivò a Notre Dame nel 1921 da Green Bay, Wisconsin portandosi dietro il suo soprannome "Sleepy Jim" per il suo aspetto assonnato, Si destreggiò in maniera eccellente anche in difesa, diventando poi un portatore di palla sfuggente.
Miller, originario di Defiance, Ohio, aveva seguito i suoi tre fratelli a Notre Dame. Secondo Rockne, Miller è stato il più grande corridore in campo aperto che abbia mai allenato.
Layden, il più veloce del quartetto, divenne la stella difensiva degli Irish con i suoi puntuali intercetti oltre a gestire la questione punt. Originario di Davenport, Iowa, vantava un tempo di 10 secondi sulle 100 yards (91 metri e mezzo circa).
Dopo la laurea, la vita dei Quattro Cavalieri rimasero su percorsi simili, legati alle carriere come allenatori. giocarono solamente un'altra gara assieme, negli Hartford Blues nel 1925 (Stuldreher stava già giocando per la squadra quell'anno) perdendo per 13-6 contro i Cleveland Bulldogs.
Layden ha allenato presso la sua alma mater per sette anni con un record di 47-13-3. Ha lavorato anche come direttore atletico a Notre Dame, e poi come commissioner della National Football League.
Crowley ha iniziato come assistente allenatore presso l'Università di Georgia, è poi passato come head coach alla Michigan State University ed alla Fordham University, dove la sua linea divenne celebre come i "Seven Blocks of Granite" che includeva anche Vince Lombardi. Portò Fordham al Cotton Bowl Classic ed al Sugar Bowl. Il suo record complessivo fu 78-21-10.
Stuhldreher, che morì nel 1965 all'età di 63 anni, fu capo allenatore per 11 anni presso la Villanova University, poi direttore sportivo e coach presso la University of Wisconsin-Madison.
Miller lasciò dopo quattro anni alla Georgia Tech dedicandosi alla carriera in avvocatura.
Tutti e quattro i giocatori sono stati eletti alla College Football Hall of Fame. Nel 1998, la United States Postal Service ha onorato i Quattro Cavalieri con in francobollo, facente parte di una serie di quindici commemorativi dei "ruggenti anni venti".

L'anno successivo alla laurea dei quattro, nel 1925, Notre Dame si accordò per giocare un match esibizione contro i campioni della giovane NFL, i Pottsville Maroons. Questi ultimi si offrirono di ospitare Notre Dame al Minersville Park, che all'epoca conteneva circa 5.000 persone, una quantità che già era esigua per la NFL, figurarsi per una gara del genere, di conseguenza scelsero Shibe Park che poteva contenere all'incirca 23.000 persone. Il 12 dicembre, davanti a circa 10.000 persone, la Notre Dame senza i quattro cavalieri fu battuta per 9-7 con un field goal all'ultimo minuto.
Sportivamente parlando, la vittoria dei Maroons è uno spartiacque: prima di tale vittoria il college football era generalmente considerato migliore del football pro, il cambio di equilibri diede una nuova spinta alle leghe professionistiche tanto che proprio l'anno successivo venne fondata la prima versione della AFL.

venerdì 12 aprile 2013

Biff il ghiottone


Yost era un "Michigan man", come si soleva dire, in quanto ad attaccamento e dedizione totale ed incondizionata, per cui non gli parve vero che Wisconsin, nel 1923, si potesse permettere di portare a bordocampo un tasso (mascotte della squadra dell'università, i Wisconsin Badgers) e loro, porca miseria, non potessero avere la loro bella mascotte viva e vegeta piuttosto che un pupazzo con dentro un volontario (consuetudine di quegli anni), certo carino e divertente, ma santo cielo, volete mettere con un animale vero?!
Il leggendario coach a quell'epoca a Michigan era anche direttore atletico, quindi si mise in testa di procurarsi a tutti i costi per la stagione 1924 quello che era il simbolo della squadra, un wolverine, un ghiottone.
Che dal nome sembra quasi un animale tenero, ma in realtà è ferocissimo, con mascelle in grado di rompere il femore a una renna.

Yost pare scrisse a diversi cacciatori, poi ad altri, e ad altri, fino a contattarne sessantotto, e nessuno che riuscisse a procurargli uno stramaledetto ghiottone, per cui si arrese al tempo che scorreva inesorabile e per la stagione 1924 non se ne fece nulla, e fu costretto a ingaggiare dalla Hudson's Bay Company un pupazzo che poi comparve anche nella copertina del programma del 1925 con il soprannome di Biff, assieme al capitano Robert J. Brown che si sforzava di tenerlo al guinzaglio e di non apparire, nel contempo, ridicolo. La didascalia annunciava "Il capitano Bob Brown e Biff: il ghiottone mascotte del Michigan Athletic Team è noto per la sua ferocia e e per non risparmiarsi in battaglia, una caratteristica di ogni squadra che veste il gialloblu". Squilli di trombe.
Nel 1927, non si sa bene come, lo zoo di Detroit acquisitò dieci ghiottoni provenienti dall'Alaska e la voce arrivò anche a Michigan. Durante la stagione 1927, Yost raggiunse un accordo con lo zoo per avere due dei ghiottoni il sabato ad Ann Arbor per le partite. I due animali, soprannominati "Biff" e "Bennie", fecero la loro prima apparizione il primo di ottobre del 1927, giorno di inaugurazione del Michigan Stadium, quando i padroni di casa batterono facilmente gli Ohio Wesleyan 33-0. Tutti contenti, compreso Yost, che finalmente aveva i suoi feroci ghiottoni a bordocampo.

Un rapporto del dipartimento atletico dell'università, poco tempo dopo sentenziava che Biff e Bennie erano "troppo cresciuti e diventati troppo feroci", cosicchè lo stesso Yost che tanto aveva brigato per averli, concluse che "evidentemente le mascotte di Michigan avevano brame sui tifosi di Michigan, e per nulla amichevoli", di conseguenza, l'uso di portare Biff e Bennie nello stadio finì dopo una sola stagione. Uno dei due compari, Biff, fu messo in una gabbia presso il giardino zoologico dell'università. Il National Geographic riferì che "Yost non aveva tenuto conto della rapida crescita e della ferocia degli animali, e quando i suoi giocatori non furono più disposti a trasportare i ghiottoni in giro per lo stadio, una mascotte, 'Biff', fu consegnata allo zoo dell'Università del Michigan in modo che gli studenti fossero in grado di visitare - ed essere ispirati da - esso".

mercoledì 10 aprile 2013

1966 Notre Dame Fighting Irish vs. Michigan State Spartans

Nel football fioccano i "game of the century" , l'abuso di questa terminologia va a danno di quelle che sono state veramente gare che hanno fatto la storia di questo sport, che sono rimaste scolpite newlla memoria degli appassionati, che ancora fanno salire la pelle d'oca a chi ne rivede i fotogrammi.
1966.
I Beatles a Candlestick Park, gli Stati Uniti che bombardano il Vietnam del Nord, l'alluvione di Firenze.
Il football di college lasciò il suo segno nell'anno con la gara, considerata tra le più grandi e controverse, tra Michigan State e Notre Dame, giocata il 19 novembre allo Spartan Stadium.

Notre Dame, il cui ultimo titolo nazionale risaliva al 1953, si presentò a East Lansing fregiandosi del #1 per AP e Coach, trovandosi di fronte ai campioni nazionali e #2 Michigan State (nonostante la sconfitta al Rose Bowl di undici mesi prima con UCLA 14-12).
La fame dei Fighting Irish contro la storia ed il vantaggio del campo per gli Spartans.
Era la prima volta da vent'anni che i media rispolveravano "Game of the Century" per questa gara che il caso volle si giocasse l'ultima settimana, anche perchè di solito Notre Dame giocava l'ultima con Iowa sin dal 1945.
Dopo il 1964 gli Hawkeyes declinarono e Michigan State di rese disponibile per completare la schedule di Notre Dame per il biennio 1965–66. Ad ulteriore testimonianza di quanto a sorpresa arrivasse quella specie di finale per il titolo nazionale, nessuna delle due squadre aveva scelto quella gara come diretta TV né a livello nazionale né a livello locale: Notre Dame si era giocata la TV sulla gara inaugurale di stagione contro Purdue. 50.000 lettere convinsero la ABC a mandare in onda la gara in differita, mentre allo stadio si presentarono oltre 80.000 persone: non male per un impianto che aveva una capienza di 76.000 spettatori...

La gara fu dura, il quarterback degli Irish Terry Hanratty fu messo fuori gioco nel primo quarto da un sack di Bubba Smith, andò a fare compagnia in infermeria al running back Nick Eddy, che era rovinato a terra scendendo dal treno sulla banchina ghiacciata della stazione di East Lansing, ed aveva una spalla fuori uso. Il centro George Goeddeke li raggiunse procurandosi una distorsione alla caviglia durante un punt. Michigan State si portò sul 7–0 grazie a un touchdown da 5yards su corsa di Regis Cavender a 1:40 del secondo quarto, a cui si aggiunse un lungo field goal segnato dal piede scalzo del kicker hawaiano di MSU Dick Kenney.
Iniziarono a volare rotoli di carta igienica come stelle filanti, le endzone dovettero essere ripulite, ed anche le menti dei ragazzi di Notre Dame, annichiliti dagli infortuni e dalle segnature dei padroni di casa. I Fighting Irish trovarono prima dell'intervallo lungo uno splendido touchdown su passaggio di 34 yards del QB di riserva Coley O'Brien, che filò tra le braccia del safety Jess Phillips e si posò tra le mani del l'halfback Gladieux riaccendendo le speranze di Notre Dame.
Il terzo quarto non portò a segnature, ma gli ospiti pareggiarono la gara al primo possesso del quarto quarto con un field goal da 28 yards di Joe Azzaro. I sogni di gloria di MSU si infransero su un passaggio di Jimmy Raye per Gene Washington, troppo veloce rispetto al lancio, costretto a tornare sui suoi passi per riceverlo e prontamente bloccato dalla difesa ospite, Notre Dame fallì con Azzaro un field goal da 41 yards, che sfiorò letteralmente il palo destro, ma con un minuto abbondante di gioco, i Fighting Irish ebbero la possibilità di un ultimo drive dalle proprie trenta.
Circa 40 yards dividevano Notre Dame da un punto in cui un tentativo di field goal avrebbe portato alla vittoria, ma coach Ara Parseghian, usando prudenza, non rischiò turnover che sarebbero stati sanguinosi in quel punto del campo e lasciò correre il cronometro fino a zero, preservando, con quel pareggio, il #1 del reanking.

La strategia prudente di Parseghian, a distanza di quasi cinquant'anni, riaccende discussioni e polemiche mai del tutto sopite. Il coach ha sempre difeso le sue scelte, nonostante questo abbia lasciato in molti fans l'impressione di un'opera lasciata incompiuta.
Se andate dalle parti di East Lansing, molti vi diranno che Parseghian si comportò da codardo non giocandosela fino alla fine (qualche anno più tardi un altro coach di ND, Lou Holtz, sui pareggi si espresse così "dicono che pareggiare è come baciare la propria sorella, io penso che sia sempre meglio che baciare il proprio fratello"), ed in effetti in quei momenti il motto "play like a champion" non potè certo essere messo in atto dai ragazzi di Notre Dame, Dan Jenkins nel suo articolo per SPorts Illustrated disse che Parseghian "Tie one for the Gipper", che suona come "lo pareggiò da delinquente". nel medesimo articolo Parseghian si espresse dicendo "We'd fought hard to come back and tie it up. After all that, I didn't want to risk giving it to them cheap. They get reckless and it could cost them the game. I wasn't going to do a jackass thing like that at this point."
Il risultato sportivo lasciò invariate le posizioni di AP poll per Irish e Spartans al #1 e #2, davanti comunque ad Alabama che chiuse la stagione anch'essa imbattuta ed inoltre senza pareggi. ND e MSU si divisero il MacArthur Trophy, mentre i Crimson Tide rimasero fuori dai giochi, e questo tutt'oggi è uno dei motivi di discussione originati da questa gara.

Curiosamente, nessuna delle due squadre campioni nazionali giocò bowls quell'anno: Notre Dame per scelta, Michigan State per la combinazione perversa di due norme della Big Ten, che non permettevano di giocare per due anni di fila il Rose Bowl ma contemporaneamente non permettevano alle squadre di Big Ten di giocare in nessun altro Bowl.

A seguito del tragicomico infortunio di Eddy, Notre Dame non effettuò mai più trasferte in treno. Le due squadre coprono le 160 miglia da South Bend a East Lansing in autobus.

giovedì 4 aprile 2013

Il Rose Bowl

Il Rose Bowl come soprannome ha “The Granddaddy of Them All” ed a ben vedere data la sua storia ultracentenaria che ne determina il grande prestigio. Il primo kick off infatti fu addirittura nel 1902 quando fu organizzata una gara di football nell’ambito della Rose Parade, per aiutare economicamente l’organizzazione della parata, ed il suo primo nome non fu particolarmente fantasioso: “Tournament East-West football game”, il primo di gennaio, avviando così la tradizione dei bowl nel giorno di capodanno. In quel primo bowl, giocato come i successivi fino al 1923 al Tournament Park di Pasadena, fu Michigan, guidata da Fielding H. Yost, a letteralmente massacrare Stanford 49-0 in tre quarti, dopodiché quest’ultima abbandonò la gara. Michigan chiuse la stagione imbattuta 11-0 e fu considerata campione nazionale.

Senza troppo indagare sulle motivazioni, la gara fu messa in ghiaccio per un quindicina di anni, sostituita da svariate manifestazioni come corse dei carri, ma tornò al suo posto per il primo di gennaio del 1916, quando lo State College of Washington (attualmente Washington State University) sconfisse la Brown University per 14-0. Il Bowl crebbe di interesse fino all’inizio degli anni ’20 quando il Tournament Park, nella zona del campus di California Tech, venne abbandonato per un nuovo impianto, costruito ad hoc e per questo chiamato proprio Rose Bowl. La capacità di pubblico del nuovo impianto variò diverse volte dalla sua costruzione terminata nel1922, tuttavia esso rimase l’impianto più grande degli Sati Uniti sino agli ultimi anni del XX secolo quando la capacità fu ridotta dai precedenti 104 mila e passa spettatori ad una cifra a cavallo dei 94.000, attualmente una nuova riconfigurazione lo ha portato a circa 92.500 posti, il settimo impianto più grande degli USA e l’unico impianto attualmente non utilizzato dalla NFL ad ospitare uno dei principali Bowl del college football. Ma chi veniva invitato a questo Bowl diventato così interessante per essere seguito dagli appassionati di questo sport? La prima squadra fino al 1946 era una della Pacific Coast Conference (PCC, antesignana della moderna Pacific-12 Conference) contro una squadra della costa est degli USA. Questo diede modo alla gara di far spesso incontrare squadre, coach e filosofie diverse ed a loro modo importanti, come la gara del 1925 tra i Four Horsemen di Notre Dame e la Stanford di Pop Warner o quello del 1940 tra i Trojans di Howard Jones e la Tennessee di Bob Neyland. Il periodo più buio della seconda guerra mondiale, successivo all’attacco giapponese di Pearl Harbor dell’8 dicembre del 1941mise in guardia l’intelligence americana anche riguardo la Rose Parade, con il suo milione di avventori, ed il Rose Bowl, che avrebbe concentrato quasi centomila persone in un’area ridotta come un campo da football. L’iniziale cancellazione della gara fu scongiurata dall’invito della Duke University alla Oregon State presso Durham, North Carolina. I Castori attraversarono l’America per vincere il loro primo e per ora unico Rose Bowl 20-16. 

Anche la lunga e sanguinosa seconda guerra mondiale finì e sebbene il football non si fosse mai fermato, ma semplicemente limitato a causa dei problemi nel muoversi e della mancanza di tanti giocatori impegnati al fronte, la stagione 1946 si può definire come la prima vera stagione postbellica, in cui iniziarono a giocarsi regolarmente i Rose Bowl tra la vincente della PCC e quella della Big Nine, le due conference si trovarono in sintonia anche nel trattare i propri ragazzi come amatori e non come semiprofessionisti (proposta proveniente dalle università del sud degli Stati Uniti), in più iniziò una fase di desegregazione dei ragazzi afroamericani che in altre parti del paese sarebbe arrivata con colpevole ritardo: la Southeastern Conference non ebbe atleti afroamericani in nessuna delle sue scuole fino al 1966. Il Cotton Bowl, l’Orange Bowl, ed il Sugar Bowl non accettarono atleti afroamericani rispettivamente fino al 1948, 1955 e 1956. La PCC si dissolse nel 1958 a causa di uno scandalo legato al pagamento degli atleti che solo pochi anni prima la conference si fregiava di ritenere amatori in tutte per tutto, il Rose Bowl rimase quindi orfano di uno dei due canali da cui attingere le squadre partecipanti, per la stagione 1959 invitò Washington, primo college campione della neonata Athletic Association of Western Universities (AAWU), come avversario di Wisconsin nel Rose Bowl del 1960. The Big Ten autorizzò ad accettare qualsiasi invito da parte degli organizzatori del Rose Bowl a loro discrezione, per testimoniare quanto fosse giá ritenuto prestigioso questo match. La AAWU siglò poi un accordo con il Rose Bowl che rimase in essere dalla gara del primo gennaio 1961 sino al l’avvento del BCS nel 1998. AAWU crebbe come Conference divenendo ufficialmente “Pacific-8″ nel 1968 (prima il termine era usato informalmente ed era legato semplicemente al numero di squadre presenti), e successivamente “Pacific-10″ con l’arrivo di Arizona e Arizona State nel 1978, la Big Ten Conference (che nei primi anni non aveva un accordo ufficiale con l’organizzazione, come testimoniato dal rifiuto di giocare la gara del 1962 da Ohio State senza incappare in penali) non ha mutato il proprio nome per tutto il periodo che ha separato il Bowl dall’arrivo del BCS. Entrambe le conference obbedivano peraltro ad una sorta di regola detta “no repeat” che prevedeva la non riproposizione dell’invito per due Nni consecutivi alla medesima squadra, a meno che questa non fosse campione della conference, la Big Ten ha abolito questa regola nel 1972. Altra regola che venne a cadere durante gli anni ’70 fu quella che impediva alle squadre partecipanti di giocare un qualsiasi altro Bowl della medesima post-season. Nel 1998, nel tentativo di ordinare l’intricatissimo e gelosamente custodito (dis)ordine del college football, fu creata la Bowl Championship Series, e questo per il Rose Bowl significò il dover dividere con gli altri tre Bowl della BCS i contendenti, cercando in tutti i modi di mantenere comunque il formato che prevedeva la presenza di una squadra della Pac-10 (attualmente Pac-12 con l’arrivo di Utah e Colorado nel 2011) ed una della Big Ten. In due occasioni, il Bowl valse come BCS championship game: nel 2002 si affrontarono la #1 Miami (Big East Conference) e #2 Nebraska (Big 12 Conference) con una polemica molto accesa sulla decisione di invitare quest’ultima piuttosto che Oregon, il che volle dire la mancata presenza di una squadra della costa ovest da quando esisteva il Bowl, e la prima volta dal 1946 in cui non si sarebbero fronteggiate Pac-10 e Big Ten. Nel 2006 fu il fenomenale Longhorns-Trojans 41-38 a rompere la consuetudine Pac-10 vs. Big Ten, ma questo cambio valse il maggior ascolto televisivo per una gara di college football da vent’anni. in altre due occasioni il Bowl fu rimaneggiato dal format consueto: nel 2003 gli organizzatori non poterono invitare Ohio State, impegnata nel Fiesta Bowl per il titolo nazionale, e nemmeno Iowa precedentemente selezionata per l’Orange Bowl, fu così che a Pasadena scese per la prima volta Oklahoma, contro Washington State. Nel 2005 scese in campo Texas (Big 12) preferita a California, ed il Rose Bowl rimase per la seconda volta orfano di una squadra della Pac-10. USC è il college più presente al Rose Bowl con 33 gare, seguono Michigan (20), Washington (14), Ohio State (14). Alabama, 4-1-1 di record al Rose Bowl, è la squadra non Pac-12 o Big Ten più presente. USC è anche quella che detiene in maggior numero di vittorie (24), seguita da Michigan (8), Washington (7) e Ohio State (7). I coach Howard Jones (5-0) e John Robinson (4-0) guidano la lista dei coach imbattuti alla gara della rosa, che nonostante il suo secolo abbondante, restituisce ancora un fascino difficilmente eguagliabile, quando lo stadio viene inondato dal sole della California nel tardo pomeriggio di ogni Capodanno.