mercoledì 25 dicembre 2013

Piove sul Rose Bowl

Il primo gennaio è pur sempre pieno inverno, anche nel sud della California, tuttavia è raro che da quelle parti piova incessantemente per tre giorni. Era quello invece il tempo che aveva imperversato su Pasadena negli ultimi giorni del 1933, trasformando il Rose Bowl in una specie di acquitrino.
Ed il primo gennaio era in programma la ventesima edizione proprio del Rose Bowl.
Non era epoca di rank, di BCS e di altri affari cinesi complicati da calcoli matematici fatti da grossi elaboratori. Si trattava di organizzatori e di inviti, e gli organizzatori non avevano avuto molti dubbi su chi invitare per la costa ovest: Stanford.
C'è da fare una piccola premessa: nella precedente stagione 1932, il "Thundering Herd " degli USC Trojans, guidati da Howard Jones, aveva sconfitto Stanford 13-0 nella sua marcia verso il secondo titolo nazionale consecutivo e la vittoria nel Rose Bowl del 1933. Il QB Frank Alustiza, dopo la sconfitta, aveva dichiarato
“They Will never do that to our team. We will never lose to the Trojans.”
Ed a ruota un suo compagno aveva calato il carico, dimostrando quanto la scaramanzia non fosse un problema statunitense “Let’s make that a vow.” La stampa diede risalto a questo voto, ma fu presto dimenticato con il passare dei mesi fino all'autunno 1933 quando di fronte a USC, Stanford compì il capolavoro della stagione.
L'11 novembre a Los Angeles, USC (6-0-1) venne sconfitta dagli allora Indians (5-1-1) con il punteggio di 13-7, subendo il primo stop dopo 27 partite, e di fatto consegnando il titolo PCC a Stanford, fu così che tornò in mente a tutti il voto di dodici mesi prima e la classe del '36 di Stanford divenne i "Vow Boys".
Columbia 1933
E per la costa est, chi invitare?
Princeton aveva concluso la stagione immacolata 9-0 massacrando gli avversari e lasciando a zero tutte le prime sette scuole affrontate quell'anno. La stagione eccezionale però non cambiò le carte in tavola nella politica della blasonata scuola: niente post season.
Gli organizzatori snobbavano frequentemente squadre dei laghi e del sud, Michigan guidata da Kipke, oppure Ohio State. Alla fine si decise per Columbia, giunta al termine della stagione con una sola sconfitta per mano proprio di Princeton. Per i Lions si trattava del primo Bowl della loro storia, e le previsioni erano particolarmente funeste non solo per il meteo ma anche per il risultato: Stanford era nettamente favorita sulla compagine di Lou Little.
Nei tre giorni prima della partita, piogge torrenziali inondarono il campo di gioco. In una intervista-amarcord al NY Times nel 1981, Cliff Montgomery, capitano della squadra di Columbia, ricordò
"When we arrived the day before the game [after traveling from New York by train], the Rose Bowl looked like a lake"
I vigili del fuoco di Pasadena intervennero con delle pompe idrauliche per portare tutta quell'acqua fuori dallo stadio, ma il giorno della gara, oltre ad essere anch'esso piovoso, e quindi insolito per la tiepida Southern California, mostrò spalti semivuoti, con una affluenza attorno alle 35.000 persone che fu la più bassa della storia del Rose Bowl, ma soprattutto un campo fangoso che rese il gioco difficile tanto da lasciare le squadre senza segnature per tutto il primo quarto e buona parte del secondo.

A quel punto, con la palla sulle 17 yards di Stanford, Cliff Montgomery, QB oltre che capitano ospite, realizzò un trick chiamato KF-79: una finta di hand-off su Ed Brominski eseguita dopo la malandrina consegna della palla con una rotazione del corpo ad Al Barabas. Gli Indians puntarono Montgomery e Brominski fallendo la lettura della giocata e potendo solo guardare Barabas aggirare la difesa e concludere in touchdown. Il "Vow Boys" Bobby Grayson (152 yards su 28 portate, più di tutta Columbia messa assieme), l'end Monk Moscript, il lineman Bob Reynolds e gli altri grandi giocatori di Stanford, in quel pantano, non riuscirono a ribaltare la gara, rimediando otto sanguinosissimi fumble, scontrandosi con una granitica goal line defense, ed uscendone infine sconfitti 7-0 in quello che è considerato il più sorprendente risultato nella storia del Rose Bowl.
La vittoria inoltre ha cementato la reputazione di Lou Little alla Columbia come il più grande allenatore dei Lions e la vittoria del Rose del 1934 resta la più grande prestazione nella storia della squadra di football dell'università newyorkese.

domenica 22 dicembre 2013

No football champions

A poco più di 15 anni dalla prima storica gara di football tra Rutgers e Princeton, il gioco era diventato molto più che un divertente passatempo per sfogare gli istinti violenti: già diverse migliaia di persone si assiepavano a vedere le università più in voga e la stagione autunnale si animava di una miriade di partite che, nel 1886, avevano già superato quota 80.
Il giorno del ringraziamento, 25 novembre 1886, si chiudeva la stagione tra i due college all'epoca più blasonati, che avevano contribuito a costruire quel gioco, a regolamentarlo, a perfezionarlo e, ovviam ente a dominarlo. In palio infatti, oltre al prestigio della vittoria, c'era anche il decimo titolo della giovane Intercollegiate Football Association, fino a quel momento vinto quattro volte da Princeton e tre da Yale, più due pari merito.
Il match iniziò con grave ritardo per l'assenza di un arbitro, le pesanti piogge ed il cielo coperto causarono il calo dell'oscurità anticipato nel secondo tempo, mentre Yale, guidata dal brillante quarterback Beecher, era in vantaggio con il punteggio di 4-0. Le circa 5.000 persone accorse nell'impianto di Princeton se ne tornarono a casa nell'oscurità e, secondo le regole dell'epoca, la gara fu dichiarata "no contest" dal referee Tracy Harris, ed il risultato finale fu registrato come 0-0.

La sera del 27 novembre, per dibattere la questione dell'assegnazione del trofeo IFA, al solito Fifth Avenue Hotel di New York, si presentarono:
- Brooks (capitano) ed Appleton per Harvard.
- Savage (capitano) e Bird per Princeton.
- Corwin (capitano), Peters e Walter Camp per Yale.
- Stevens, capitano di Wesleyan.
- Young e Posey per Pennsylvania.
Walter Camp, che aveva contribuito, con le sue idee, a trasformare il football da surrogato del rugby a gioco a sé stante, dichiarò che si aspettava un comportamento eticamente retto da parte dei rappresentanti di Princeton, che a suo dire avrebbero dovuto proporre la consegna del trofeo a Yale. 
Bird rispose picche e citò l'articolo 17 delle norme della IFA che rimettevano inappellabilmente la decisione all'arbitro. Tuttavia, considerando che il dibattito non stava portando a nulla, lo stesso Bird propose l'uscita dalla sala dei rappresentanti di Yale e Princeton, e la decisione per mano dei rimanenti cinque rappresentanti di Harvard, Wesleyan e Pennsylvania.
I cinque produssero una risoluzione, piuttosto criptica:
"Resolved that Yale, according to the points made, should have won the Championship"
Tuttavia si aggiornò di qualche ora, ed emise un bollettino finale: 
"This convention has voted that We cannot sa a convention award the official Championship for 1886"
Essendo necessaria la firma di entrambi i capitani sul documento di consegna del trofeo, alla fine non se ne fece niente, il New York Times titolò laconicamente "No football champions", tuttavia Princeton per bocca del suo capitano Savage, invitò Yale ad una nuova sfida il 4 dicembre al Polo Grounds di New York, ma Yale glissò l'invito, ne scaturì che sulla carta New Jersey e Yale condivisero il titolo IFA pur non condividendo nulla di quanto accaduto in campo...

domenica 24 novembre 2013

Il declino della Big Ten

Un Gophers-Badgers degli anni '40
Fino agli anni '80, vincere la Big Ten equivaleva ad avere grandi possibilità di diventare campione nazionale. Ben 13 volte i campioni della più vecchia conference della NCAA, sono poi risultati campioni nazionali. Dagli anni '80 questa possibilità si è ridotta ad un lumicino, fino a scomparire dal 2002 in avanti.
So che rischio la figuraccia da qui a poche settimane con Ohio State in forte corsa per il BCS Championship, ma i numeri parlano chiaro: la rivalità tra Big Ten e SEC sta inesorabilmente scivolando a favore di quest'ultima.
Quantificandola in semplici bocce di cristallo, proprio l'attuale ultima (forte) speranza della Big Ten, ovvero Ohio State, è l'ultima vincitrice ormai più di un decennio or sono, mentre negli ultimi anni ben sette titoli sono finiti giù al sud compreso il BCS Championship del 2012 dove si sfidarono addirittura due squadre della stessa conference: Alabama e LSU.
Tuttavia, quando si tratta di entrate, la Big Ten non ha problemi a tenere dietro la grande rivale, generando più di 315 milioni di dollari di entrate nella sua ultima dichiarazione dei redditi (anno fiscale chiuso al 30 giugno 2012), mentre la SEC è quarta nelle entrate (circa 270 milioni dollari, secondo Forbes) dietro anche a Pac-12 e ACC.
Eppure, per quanto riguarda l'appeal dal vivo, la tendenza si inverte: durante la stagione 2012 giù al sud ci sono stati ben 75.538 tifosi a partita, nella Big Ten 70.040, Nessun altro campionato ha in media più di 60.000 spettatori a partita. Questo dimostra che parlando di spalti, oppure di schermi televisivi, Big Ten e SEC sono senza dubbio i due marchi più grandi e popolari in college football, e questo è ciò che rende l'arretramento tecnico della Big Ten così difficile per i suoi tifosi da digerire.

Evidentemente i dollari non sono tutto, come spesso succede nello sport.
"Sarebbe davvero difficile comprare un campionato nazionale in college football ", sostiene il direttore atletico di Michigan, Dave Brandon, che sovrintende uno dei più grandi e più ricchi dipartimenti atletici nel paese, che quest'anno ha rovinosamente fallito la stagione, "Ci sono un sacco di altre cose che portano al successo nel mondo del football. C'è la tradizione e la cultura e gli stimoli, e fortuna e abilità nel reclutamento e nella consistenza".
Tuttavia, come sostiene Jim Phillips di Northwestern
"C'è una precisa correlazione tra le risorse e la probabilità di successo. Certamente non garantiscono il successo, ma se si è sottodotati economicamente, ci si avvia verso una strada che rischia di non soddisfarti e di non centrare gli obbiettivi che ti sei dato".
Eppure la Big Ten non sembra avere problemi di risorse. Sei programmi della Big Ten hanno finito nella top 20 a livello nazionale in termini di ricavi e spese nel 2012, secondo i dati di USA Today, e ad esclusione di Northwestern che non può generare ricavi in quanto istituzione privata, tutte le undici scuole sono tra le prime 35 in fatto di bilancio.

Uno degli aspetti più importanti è il tipo di attività sportiva che esercitano le università nell'ambito della NCAA: i dati legati alle entrate delle sezioni sportive per l'anno 2012 mostrano che per la SEC le entrate del football sono superiori a quelle di altre grandi conference, circa il 59% di tutte le sue entrate atletiche. Big Ten, Big 12 , ACC e Pac-12, di contro, generano tra 46-52 per cento dei loro ricavi dal college football. Questo si amplifica quando si sovrappone al numero medio di sport universitari sponsorizzati a cui partecipano le università: Big Ten 24, ACC 23, SEC 20, Pac-12 19,5, Big12 18.
Se le università fossero delle imprese, il consiglio cinico sarebbe di tagliare gli sport poco redditizi per concentrarsi su quelli che lo sono di più. Ma i programmi atletici larga base sono una parte importante dell'identità della Big Ten, è quindi questa filosofia ad ostacolare l'arrivo di risultati proporzionali al denaro che producono?

Probabilmente un aspetto che non va sottovalutato è lo staff che ruota attorno al capo allenatore, e che numericamente si sta gonfiando un po' in tutti i programmi, specialmente in quelli che hanno ambizioni. Gli staff si rimpinguano soprattutto in profili legati al recruiting, e sebbene ci sia una limitazione a nove assistenti allenatori per squadra, non vi sono vincoli per il personale fuori campo, ormai assunto con definizioni esotiche come assistenti ai giocatori e sviluppatori dei giocatori... per dare un'idea, Alabama ha destato molto scalpore con i suoi 24 (ventiquattro!) uomini di personale noncoaching, che ha dato una forte mano alla squadra nella conquista dei tre titoli nazionali negli ultimi quattro anni da parte della squadra di Nick Saban.
Tuttavia Gene Smith, direttore atletico di Ohio State, è convinto che l'elefantiaco staff dei Crimson Tide non sia esattamente l'obbiettivo da perseguire, a sua detta "Un sacco di quei ragazzi dello staff di Alabama, scommetto che non sono al recruiting, ma stanno a guardare filmati", la vera buona sorte dei college SEC è la possibilità di avere giocatori di alto livello reclutabili nell'arco di non più di 150 miglia, ovvero High School di valore, che formano ragazzi bravi, ciò che negli anni d'oro era il carburante della Big Ten. Questo fattore demografico amplifica la miopia nel cogliere i talenti da parte delle università Big Ten: vero che solo cinque ragazzi scelti al primo giro del Draft sono della loro zona, ma di questi solamente due sono stati selezionati, gli altri sono stati costretti a ripiegare su programmi minori come Eric Fisher a Central Michigan.
La conseguenza quindi dev'essere non uno staff più grosso, che visiona centinaia di ragazzi nella speranza di trovare il famoso "diamante grezzo", ma uno staff più duttile, strategicamente più scaltro, che possa avere più tempo per muoversi dove attualmente si sfornano più talenti, in posti come Texas o Georgia, come ha voluto Smith per il suo coach Urban Meyer.

Combattere la tendenza dei migliori prospetti a rimanere vicino casa, non è una delle sfide della Big Ten, ma è L'UNICA sfida da vincere assolutamente.
L'incredibile successo della U negli anni '80, Florida State negli anni '90, e ora Alabama hanno cambiato la percezione del paesaggio del college football, le scuole del sud sono ormai percepite come i più performanti programmi BCS, le prime fabbriche di talenti NFL: praticamente la metà del primo giro del Draft viene dagli stati legati alla SEC. A questo aggiungete che paiono essere le più divertenti, con climi goduriosi... Perché "ghiacciarsi le chiappe" (Cit. Shaka) e soffrire per una stagione 7-6 in Michigan quando si può festeggiare e andare 13-0 ad Alabama? Un sacco di ragazzi ora la pensano in questo modo e sarà molto difficile per la Big Ten di cambiare queste percezioni e recuperare il terreno perduto. La conference al Draft 2013 ha rischiato di non vedere nemmeno uno dei suoi ragazzi selezionato al primo giro, fino a che i Dallas Cowboys hanno chiamato il centro di Wisconsin, Travis Frederick, con il 31st pick, che rimane il peggior risultato per la Big Ten da quando esiste il Draft.

Questo deve far pensare anche al tipo di gioco da proporre: la SEC ha preso la via pro-style, la Big Ten si è spostata su un run-heavy game oltre-tackle, implementando la option è prediligendo la mobilità del QB a discapito della precisione (e della frequenza) del lancio. Anche con l'avvento della pistol nella NFL e l'ascesa di Colin Kaepernick, Russell Wilson, Robert Griffin, la maggior parte dei migliori giocatori d'attacco della Big Ten non sono fondamentali. Il miglior quarterback nel 2012, Taylor Martinez (guarda caso di Nebraska) era junior non ha nessuna possibilità di giocare come quarterback nella NFL a prescindere. L'altro quarterback, Denard Robinson, sta cercando di riciclarsi come wide receiver. Le'Veon Bell e Monte Ball, top running back della conference, fuori dal primo turno 2013. È innegabile che se si vuole convincere un ragazzo a venire a giocare nella Big Ten, non gli si possono solo promettere tre o quattro anni di soddisfazioni collegiali, ma gli si deve far intravedere un futuro da pro.
Per il resto, ad una conference come la Big Ten, non resta che continuare il suo lavoro sui brand che sono indissolubilmente legati alla storia del college football, non ultimo con l'avvento di Big Ten Network, e l'ingresso di Nebraska che ha fatto allungare le mani della conference anche nel profondo centro degli States, anche se le nuvole all'orizzonte sono sempre le stesse: se non si vince, prima o poi l'interesse calerà e scoppierà la "bolla atletica" come l'ha definita Morgan Burke di Purdue, ovvero il corrispettivo sportivo della catastrofica bolla immobiliare. Con conseguenze, ovviamente, tutte da verificare.

Leggi tutto l'articolo su Minnesota @ Wisconsin su endzone.it

martedì 12 novembre 2013

I 500 dollari di Pudge Heffelfinger

Nel 1960 un uomo conosciuto solo come "Nelson Ross" entrò nell'ufficio di Art Rooney, il presidente dei Pittsburgh Steelers della National Football League. Dopo i convenevoli, l'uomo diede Rooney un dattiloscritto di 49 pagine sugli albori del football pro. L'esame del testo, fatto dai giornali dell'epoca, fece emergere soprattutto la notizia che il primo giocatore professionista di football americano in realtà era stato Wiliam "Pudge" Heffelfinger, originario di Minneapolis ed ormai morto sei anni prima a 86 anni dopo aver allenato Cal, Lehigh e Minnesota ed aver introdotto nella costa ovest il moderno gioco del football che da quelle parti, a fine '800, era ancora molto simile al rugby.
Heffelfinger era stato una imponente guardia (oltre 1.80 per oltre 90 chili) che in quell'epoca pionieristica aveva giocato per l'Università del Minnesota prima ancora di finire la High School. Tre volte All-American a Yale, allenato nel triennio 1889-1891 da Walter Camp, aveva sviluppato l'arte di quello che sarebbe diventato poi il "blocco" ed aveva continuato poi l'attività di football amatoriale con la Chicago Atletic Association, in cui aveva percepito dei rimborsi spese come era uso al tempo, ma che era stato poi ingaggiato per giocare per Allegheny il 12 novembre 1892 dietro compenso di $ 500 ($ 13.000 circa al giorno d'oggi). Fino a quel documento, era stato John Brallier, della Latrobe Athletic Association, ad essere considerato il primo giocatore di football professionista: poco più che sbarbatello, era stato contattato da Latrobe per sostituire all'ultimo minuto il loro quarterback con problemi di "contemporanea" con il baseball, ed aveva ricevuto 10 dollari a partita prima di dedicarsi al football universitario di lì a poco. Brallier era morto proprio nel 1960 ancora convinto di essere stato il primo giocatore ufficialmente pagato.
Vista la notizia a che pareva essere spuntata fuori da questo dattiloscritto, la Pro Football Hall of Fame si mise ad indagare e presto scoprì una pagina strappata da un conto del 1892 preparato dal direttore di Allegheny, O.D. Thompson, che includeva la voce "Game performance bonus to W. Heffelfinger for playing (cash) $ 500."
Anche se il pagamento non poteva essere verificato perchè contante, la Pro Football Hall of Fame, stabilì che Heffelfinger era stato il primo giocatore professionista di football americano documentato. Non contenti, scoprirono anche che il Pittsburgh Athletic Club aveva in precedenza offerto 250 dollari a Heffelfinger per giocare con loro in quella gara, sentendosi rispondere che non era sufficiente per rischiare il suo status di dilettante.
Il 12 novembre 1892, $ 25 per le sue spese e un bonus di $ 500 per la gara che vedeva di fronte l'Athletic Association Allegheny ed il Pittsburgh Athletic Club al Recreation Park, nel nord di Pittsburgh, una rivincita del 6-6 di qualche tempo prima in cui Pittsburgh aveva schierato uno sconosciuto spacciato per un ragazzo dei dintorni e poi scopertosi essere A.C. Read, capitano della squadra di college di Penn State. La sua presenza provocò diverse polemiche e fu stabilita quindi quella rivincita, in previsione della quale il Pittsburgh Press seguì il tentativo del locale Athletic Club di ingaggiare sia Heffelfinger che Knowlton Ames per $ 250 a cranio. I due rifiutarono e si inserì nella trattativa Allegheny che mise sul tavolo la cifra di 500 bigliettoni. Ames rifiutò, Pudge accettò trovandosi poi in gara attorniato da spalti pieni di tifosi avversari infuriati, fatto sta che la gara finì 4-0 per Allegheny con touchdown dello stesso Heffelfinger su un fumble ricoperto.
La settimana successiva, Allegheny pagò il tight end ex-Princeton Ben "Sport" Donnelly 250 dollari per giocare al fianco di Pudge contro il Washington & Jefferson College. Pur avendo due professionisti nella loro formazione, la Allegheny perse seccamente la gara per 8-0.
Qui inizia il mondo del football pro, e come inizio non fu certo male...

lunedì 4 novembre 2013

The Night The Clock Stopped

Un solo misero secondo.
Un attimo che decide il lavoro di una stagione, in un contesto così effimero come il college football.
4 novembre 1972, al Tiger Stadium di Downtown Baton Rouge arriva Ole Miss per una rivalità che conta già sessanta partite alle spalle ed un grandissimo equilibrio.
I Tigers sognano, hanno una striscia di 11 vittorie consecutive, sono 6-0 in quell'inizio stagione ed i sondaggi li danno #6 della nazione, i Rebels soffrono, in un avvio terrificante dove hanno subito tre sconfitte con Auburn, Georgia e Florida, non vengono considerati in nessuna maniera nel ranking nazionale, avviati ad una stagione anonima nel periodo di declino post-Vaught.
Ma la partita non va proprio come suggerivano i numeri, perchè le motivazioni di una rivalità cancellano come un colpo di spugna tutto quello che c'è stato prima. Si ricomincia da zero, dall'unica cosa che conta in quel momento: battere chi hai davanti, batterlo, strabatterlo, mandarlo nella polvere, lasciarglielo fino al prossimo anno, e se anche finirai la stagione nell'anonimato più completo, non importa, non conta niente, perchè oggi avrai battuto questo tuo avversario e questa è la cosa più importante. Di oggi. Della stagione. Della tua carriera sportiva. Della tua maledetta esistenza.

A poco più di tre minuti dal termine del quarto quarto, Ole Miss guida la partita 16-10 tra le urla del Tiger Stadium, LSU ha fatto letteralmente schifo ed è aggrappata alla sua difesa che costringe i Rebels ad accontentarsi di un field goal, ma è un calcio di quelli che pesano, perchè un +9 equivale a mettersi al sicuro da una segnatura e da una eventuale conversione da due punti. Steve Lavinghouse, il kicker di Ole Miss, già autore di tre field goal in quella stessa partita, fallisce clamorosamente dalle 27 yards e LSU, che qualche secondo prima stava rantolando pronta ad essere azzannata alla giugulare, si ritrova con la palla tra le mani, 80 yard da fare in 3:02, ma ancora viva.
Bert Jones, il QB che andrà a sostituire Johnny Unitas ai Colts al termine della sua carriera universitaria, mette assieme un drive che assume i contorni del disperato miracolo: LSU è subito costretta al quarto down ma riesce a convertirlo, poi nel corso del drive esce di nuovo dall'impiccio di una conversione di quarto, ma questi avanzamenti costano fatica, sudore e, soprattutto, secondi, che scorrono inesorabili, fino a quattro secondi dal termine. La banda di LSU suona Tiger Rag ininterrottamente  da quando la squadra ha ripreso la palla. Il ritmo dei cuori è accellerato.
1&10. Jones riceve lo snap, guarda, lancia su Jimmy LeDoux quello che era già, per quasi tutti, il passaggio dell'avemaria.
Incompleto.
Nonostante la capienza ufficiale sia di circa 67.000 persone, più di 140.000 occhi guardano l'orologio marcatempo. Quanto è passato? Sembra un'eternità. L'orologio segna 00:01. C'è tempo per un'altra avemaria.
Ancora oggi i tifosi di Ole Miss si chiedono come si faccia a concludere due azioni in quattro secondi, in uno sport che tuttavia è giocato su fasi estremamente veloci, in alcuni casi fulminee, se lo domandato tante volete anche Billy Kinard, l'HC dei Rebels, che l'ha messo anche nero su bianco dichiarando che non è umanamente possibile. Tuttavia chiama il timeout per preparare la difesa contro quella giocata da un secondo che vale la gara.
Charles McClendon, il capo allenatore di LSU, guarda Jones e questo gli strizza l'occhio, si sono già capiti pur non andando particolarmente d'accordo. Giocheranno una soluzione che di solito si tenta per le conversioni da due punti: tre ricevitori sulla sinistra in cui Brad Davis, un RB, è il più interno dei tre, Gerald Keigley va nel mezzo di fronte all'All-SEC DB Harry Harrison con LeDoux a fare il ricevitore esterno.
Snap, Jones riceve e prima di aver lanciato la sirena segnala la fine del tempo. Ma non la fine della gara.
LeDoux e Keigley partono con una corsa frontale momento dello snap e Davis corre al piloncino di sinistra con un difensore. Keigley mira a mettere fuori gioco Harrison e quindi prendere nel mezzo il marcatore di Davis, dandogli tempo di ricevere.
Jones vede Davis, carica, lancia. Davis fa un contromovimento per ricevere dando la schiena alla endzone, accecato dai riflettori, allunga la mano, la palla si appoggia e subito Brad la porta a sé e si gira per attraversare la goal line. E' passato un secolo dal suono della sirena. Harrison rinviene e tenta di spingere fuori dal campo Davis prima che questi attraversi la linea di gesso, ma è troppo tardi. Nessuna flag. Braccia alzate del referee.
Touchdown LSU.
Jim Kleipeter, che ha certo dimestichezza con il Tiger Stadium e lo ha visto "urlare" tante volte, afferma che il più potente ruggito che lui ricordi venire dagli spalti fu in quell'occasione, quando il cronometro era già fermo e anche i più lenti a dire l'Avemaria avevano già quasi finito di recitarla.
Tiger Stadium exploded, not in a wall of noise but in a surreal surround-sound of massive vibration that permeated everything, and was, for a moment, frightening. I felt like I might be lifted in the air. I could feel the stadium shaking for the only time in my life but I couldn't hear myself screaming.
Il Tiger continuò a vibrare come in un enorme terremoto senza nemmeno accorgersi che Rusty Jackson si apprestava a calciare la trasformazione che equivaleva realmente alla vittoria, avendo LSU in realtà solo pareggiato con il TD di Davis, ma pare, dalle cronache, che Jackson non ebbe grossi problemi, dando ai Tigers un'altra settimana per sognare, in attesa della gara di Birmingham contro Alabama, da cui ovviamente uscirono sconfitti abbandonando i loro sogni, come a ricordare che la gloria è assai fugace.
A volte, non conta essere la miglior squadra in campo per 59 minuti e 59 secondi: per Ole Miss, la sconfitta fu a dir poco bruciante, tanto che nello Yearbook del 1972, il risultato è riportato "Ole Miss 16, LSU 10 + 7". La vittoria invece è rimasta nell'immaginario collettivo di LSU come una delle più belle, delle più emozionanti, una vittoria talmente indimenticabile da ispirare anche i cartelli di confine tra Louisiana e Mississippi, che per un certo periodo recitarono:
"You are now entering Louisiana. Set your clocks back four seconds."

giovedì 17 ottobre 2013

All Or Nothing

You tell them what the men home from the war told you once upon a time. Keep striving. Don't quit. Anything is possible.
You tell them that if they work together they can achieve something special, something that endures.

You tell them about the Bulls of '58.

La University at Buffalo nel college football, è avvolta nell'anonimato del suo piccolo programma sportivo senza troppe pretese. Nel suo primo mezzo secolo o poco più di vita, ancora si chiamava University of Buffalo e non faceva parte del sistema universitario dello stato di New York, le sue squadre avevano infilato buone stagioni negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale da indipendenti, poi nulla più fino all'arrivo sulla sideline di Dick Offenhamer nel 1955 direttamente dal football di high school.
Dick lavorò bene, lavorò per dare onesti risultati ad un college che non aveva mai avuto grandi tradizioni e che nei suoi 120 anni di vita riceverà solo due inviti ad un bowl.
Nel 1958, alla sua quarta stagione da HC, Offenhamer portò Buffalo ad un lusinghiero 8-1-0 nelle nove partite di regular season aggiudicandosi la Lambert Memorial Cup come il miglior programma collegiale di piccole dimensioni nella parte orientale degli Stati Uniti, i due capitani di origini italiane Nick Bottini e Lou Reale ricevettero il trofeo nel corso di "The Ed Sullivan Show": il programma nella sua interezza festeggiò sentitamente perchè era la seconda miglior stagione della sua storia ma soprattutto era la prima in assoluto in cui Buffalo si rendeva elegibile ad un bowl.
Mike Wilson
Qualche giorno dopo, infatti, i Bulls furono invitati ufficialmente ad affrontare i Florida State Seminoles nella tredicesima edizione Tangerine Bowl ad Orlando, nell'impianto del Citrus Bowl.
Quando già si pensava alle divise da sfoggiare giù in Florida ed alla logistica per la banda musicale della scuola, gli organizzatori fecero sapere all'università che non avrebbe potuto schierare lo starting halfback Willie Evans ed il defensive end di riserva Mike Wilson.
Motivazione? La Orlando High School Athletic Association, tenutaria del Citrus Bowl, vietava la promiscuità razziale nelle sue attività sportive, Evans e Wilson erano afroamericani, di conseguenza o Buffalo lasciava a casa i suoi due ragazzi troppo scuri di pelle, o non scendeva in campo per il primo bowl della sua storia.

A nulla valse la rimostranza della Orlando Elks Lodge, sponsor della gara: l'associazione rimase inamovibile nel suo divieto. Ricorda la guardia Phil Bamford:
"We weren't the same team without Willie and Mike, whether they were benchwarmers or stars, we wouldn't have been the same team."
Joe Oliverio, il QB della squadra, era stato il primo della sua famiglia ad andare al college. Veniva da North Tonawanda, un sobborgo tra Buffalo e Niagara Falls. I suoi genitori erano, come si intuisce dal cognome, immigrati italiani di prima generazione che abitavano in un quartiere di immigrati quasi tutti italiani, comunque bianchi. La maggior parte dei ragazzi neri che aveva incrociato abitava in città, e veniva affrontato, ai tempi della high school, solamente sul campo, per cui per i ragazzi, il contatto con il mondo della segregazione razziale, se non il contatto tra i gruppi etnici, era per lo più intuito ma non toccato, fino all'arrivo nel variegato mondo universitario.
Anche per Oliverio la vita universitaria e la possibilità di giocare con i Bulls furono il disvelamento di un mondo nuovo: bianchi e neri vivevano, studiavano, si allenavano e giocavano insieme. Si mangiava assieme ad un compagno di colore, si passava il tempo libero, le serate, le nottate, assieme ad irlandesi, italiani, afroamericani... l'abbattimento dei pregiudizi, il disvelamento di un mondo diverso dai campanili visti fino a quel punto: era l'uscita dall'esistenza del quartiere per entrare in quella del mondo. 
"We were aware of what was going on in the country. But there was very little coverage where we were, it was absolutely incredible to us to think that another human being could be treated differently for the color of his skin."
Willie Evans
Evans veniva da downtown Buffalo, dalle parti di Purdy street, dove molti dei reduci di guerra furono suoi "genitori" quasi al pari dei suoi veri genitori, facendolo sentire parte di una comunità afroamericana che stava facendo la sua parte nella costruzione della più grande comunità americana. Evans aveva giocato a basket prevalentemente, oltre a dedicarsi all'atletica, ed era arrivato all'università con appena un anno di football alle spalle. Al primo allenamento quando Offenhamer gli aveva chiesto una dive lui si era buttato per terra, anzi, si era "tuffato" per terra. Nell'anno da freshman giocò 3 minuti e 41 secondi, come ama sottolineare con precisione, mentre nelle tre stagioni a Buffalo chiuse con più di 1500 yard corse e 15 TD.
Bamford ricorda che:
"We didn't look at the outside, we lived together and worked together and struggled together, so we saw the inside of each other."
Contro Harvard
E la stagione, con quelle premesse iniziò ad Harvard con la prima sorpresa: una vittoria nel fango per 6-3, davanti a duemila anime, poi altre due vittorie con Cortland e Western Reserve, poi l'amara sconfitta nell'homecoming con Baldwin-Wallace, allenata dal padre di Jim Tressel, Lee, per 26-0 che segnò in positivo la squadra, che non giocò più gare punto a punto, prendendo letteralmente il volo: Columbia, Temple, Wayne State, LEhigh e Bucknell.
Non essendoci stelle nella squadra, e non essendoci ambizioni personali, appare naturale l'andamento della squadra come appare naturale quello che decise la squadra stessa riguardo all'offerta del Tangerine Bowl, fu il logico proseguimento della stagione di lavoro e sacrifici che avevano appena concluso assieme: Dick Offenhamer lasciò quindi alla squadra la scelta se accettare o meno l'offerta, per alcuni sarebbe potuta essere una grandissima vetrina, per altri il coronamento di una carriera sportiva spesa non certo sotto i riflettori di programmi di football prestigiosi. I giocatori si riunirono nel seminterrato del Clark Gymnasium per decidere e quando i capitani Bottini e Reale si presentarono con dei biglietti in cui esprimere il voto segreto, i giocatori rifiutarono di compilarli.
All'unanimità, e senza nascondersi, respinsero l'offerta. All or nothing.

Fu un attimo che accese di nuovo i riflettori su coloro che erano stati grandiosi sul campo, e che furono superlativi nel loro lato umano, Willie Evans fu poi draftato dai neonati Bills della AFL ed ebbe un compagno che veniva da Ole Miss che si rifiutava di parlargli perchè di colore, simili episodi di razzismo strisciante ci furono anche quando prese servizio come insegnante, come se stesse "rubando" il mestiere ad un onesto professore bianco. Evans non si è mai scomposto, anzi, forse ha addirittura ridimensionato tutto questo rispetto al suo sentire, per lui quello che è contato, in quell'esperienza sportiva terminata con quel grande gesto di solidarietà, fu quello che lui ed i suoi compagni avevano fatto dentro il gridiron:
You appreciate the way your teammates responded in rejecting the bowl bid. You do. You feel that affection and commitment, and it brings you true joy even now. But to hell with the idea that what you had with them had to be put to a vote at all. [...]. The vote isn't your story. The game you didn't play is nothing next to the games you did play, nothing next to the feeling when the the gun went off and your effort, and the effort of every man on your side, was enough to win.




domenica 6 ottobre 2013

5th down


Il destino quasi mai segue un ritmo scandito, una progressione lineare, ma fa giri strani, piroette su sé stesso. Ci sono quegli anni in cui non si capisce subito che tocca a te, ma poi avverti da come girano certe gare, da come negli episodi che contano, la fortuna non ti giri più le spalle, ma anzi ti prenda per mano. Magari è questione di ottimismo, di lavoro, di fiducia nei propri mezzi, e quello che ti era stato tolto beffardamente, ti ritorna con gli interessi.

Giù a Boulder, coach McCartney stava lavorando bene, la triple option in voga già sul finire degli anni '70, messa in pratica dall'OC Gerry DiNardo, aveva portato la squadra a tre Bowl nell'85, '86 ed '88, e ad un passo dall'olimpo l'anno prima, con la sconfitta all'Orange Bowl contro Notre Dame per 21-6 che era costata la prima piazza del ranking a favore degli Hurricanes allenati per la prima stagione da Dennis Erickson, una brutta botta per chi aveva assaporato, per la prima volta nella sua storia, com'era accaduto ai Colorado Buffaloes, il profumo del titolo nazionale, per poi vederselo sfilare via.
Come racconta Gerry DiNardo “Noi venivamo da anni di frustrazione: spesso eravamo costretti a lanciare sul primo down e in caso di incompleto eravamo subito al 2nd & 10. Non si può sprecare un down importante come il primo nel football, è un down troppo rilevante per l’attacco. Sul primo down la difesa non sa cosa aspettarsi, mentre 2nd and 10 favorisce la lettura della difesa. Per cui dovevamo fare qualcosa. Avevamo dato ai nostri ragazzi un credo: con le letture giuste, la triple option ci consentiva un guadagno di 4 yard ogni volta di media. Istruimmo i ragazzi a giocare 1st and 10, 2nd and 6, 3rd and 2. E dicemmo loro, se riusciamo a convertire la metà dei terzi down, saremo inarrestabili. E andò quasi in quel modo”.

La preseason aveva assegnato i favori del pronostico di nuovo a Miami, mentre Colorado, dopo l'amaro in bocca della fine stagione precedente, era data #5. L'esordio in stagione era previsto contro Tennessee: i Volunteers erano anch'essi nella Top 10 di preseason (#8), e sfidavano Colorado nella cornice di Anaheim per la prima edizione del Pigskin Classic, una sorta di concorrente west coast del Kickoff Classic.
La gara non fu certo semplice, Tennessee poteva schierare nove giocatori dell'attacco ed otto della difesa provenienti dall'anno prima, ma nonostante i tre turnover nel primo quarto, riuscì a portarsi avanti solo 7-0, il primo tempo si chiuse sul 10-10 a rimarcare l'equilibrio in campo. La progressione dei Buffs nel terzo quarto, si chiuse con un vantaggio di 31-17 con 7:11 da giocare. Il braccino corto di Colorado però permise ai Volunteers di riportarsi in parità 31-31 ed addirittura avere il drive della vittoria, morto a 16 yards dalla endzone. Era il primo pareggio per Colorado dal 1982, e coach McCartney parve frustrato nelle dichiarazioni post-gara, il suo Quarterback Hagan, si dimostrò molto più serafico:
“You can’t say it was almost like a loss, because it wasn’t a loss.”
Il pareggio fece scendere Colorado a #6 in attesa di quattro gare non-conference: nella prima Stanford fece sudare al Folsom Field i nero-oro, il 21-17 striminzito fece scendere ancora la considerazione sui Buffs, non parliamo poi della successiva gara del 15 settembre a Champaign contro Illinois #21, finita in una sconfitta seppur di misura 23-22. Lo scatto d'orgoglio si materializzò a cospetto di Texas, sconfitto a domicilio ad Austin 29-22, ed in casa contro gli Huskies, battuti 20-14.

Ad Ottobre iniziano di norma le gare di Conference, Colorado era chiamata alla trasferta presso Columbia, per la sfida ai Missouri Tigers, avversario non certo irresistibile.
L'assenza di Darian Hagan, QB dei Buffs, dava spazio al backup Charles Johnson, e non variava le previsioni che vedevano gli ospiti fortemente favoriti, tuttavia la gara rimase punto a punto: 14-14 all'intervallo, 24-24 a 11:11 dal termine, per poi virare a favore, inaspettatamente, di Missouri con un passaggio di Kiefer da 38 yard per Mays, che con 2:32 da giocare dava il vantaggio 31-27 ai Tigers. Jonhson condusse i Buffs ad un ultimo drive al cardiopalma con attacco hurry-up, completando a 40 secondi dal termine un passaggio per il TE Jon Boman che scivolò alla yarda a causa delle condizioni del campo. Immediatamente le squadre si riassettarono attorno allo scrimmage e Johnson fece una spike per fermare il cronometro, il secondo down non ebbe esito (Eric Bienemy fu nuovamente fermato alla yarda) e Colorado chiamò il terzo ed ultimo timeout.
Durante il timeout i referee non avanzarono il marcatore dei down che rimase sul 2, e Colorado riprovò uno schema similare con Bienemy di nuovo stoppato sullo scrimmage e Johnson, letto il "3" sul marcatore, fece una nuova spike per avere tempo di giocare l'ultimo down con il cronometro fermo, a 2 secondi dalla fine. Il quarto down, in realtà quinto, fu infine realizzato dallo stesso Johnson che segnò il TD della vittoria.
Il referee J.C. Louderback e la officiating crew della Big Eight conferirono per quasi venti minuti per decidere la loro linea di condotta sulla giocata. Durante questo tempo, commentatori radio e video si accorsero (ovviamente) che Colorado aveva segnato con l'aiuto di un down supplementare. Louderback fu inquadrato al telefono. Dopo una lunga consultazione, gli arbitri annunciarono la loro decisione: touchdown, con invito a Colorado ad eseguire la conversione per l'extra point, ma per non rischiare, i Buffaloes eseguirono una nuova spike (la terza in uno stesso drive, record mai più eguagliato) e chiusero la gara con un controverso 33-31.
Il "Quinto Down" come fu subito ribattezzato, era una riedizione di un errore simile, occorso in favore della Cornell nella stagione 1940. All'epoca il college vincitore a causa (o grazie a) quell'errore, diede forfait per la gara, concedendo la vittoria d'ufficio ai Dartmouth Indians. La stessa ipotesi fu presa in considerazione per la gara di Columbia, ma Bill McCartney, ex Missouri Tigers da giocatore, peraltro, pur ammettendo di averci pensato, aveva scartato l'idea perché "il campo era pessimo", la lamentela si concentrava sulla scarsa presa del terreno, piuttosto liscio, che a suo dire aveva causato ripetuti slittamenti e cadute durante il gioco. Non contento, aveva accusato i responsabili di Missouri di non aver volutamente aggiunto sabbia sul campo, al fine di renderlo più scivoloso.
Nonostante l'appello alla Big Eight Conference proposto da Missouri, Carl James, Big Eight commissioner, fu irremovibile:
"It has been determined that, in accordance with the football playing rules, the allowance of the fifth down to Colorado is not a post-game correctable error, the final score in the Colorado-Missouri football game will remain as posted."
L'officiating team fu sospeso a tempo indefinito e Colorado, dopo sei gare, si ritrovò 4-1-1, ancora in corsa per il titolo seppure #14 del ranking.
Dal grande "spavento" nacque la grande consapevolezza: i ragazzi di McCartney (che riuscì a dispiacersi di quella sorta di furto solo nel 1998) iniziarono una serie di gare dove misero in mostra una vera superiorità. Batterono Iowa State 28-12, Kansas 41-10, #22 Oklahoma 32-23, per giungere al Memorial Stadium di Lincoln, contro i Cornhuskers #3.
Sotto 12-0 all'inizio del quarto quarto, I Buffs trovarono due TD (il primo con mancata conversione da 2) poi una terza segnatura per il 20-12, per poi fermare il decisivo drive di Nebraska e conquistare un nuovo possesso portato a compimento da Bienemy, autore di tutti e quattro le segnature della squadra.
Sull'onda della memorabile vittoria, Colorado liquidò Oklahoma State e Kansas State al Folsom Field (41-22 e 64-3) presentandosi #2 all'Orange Bowl contro i Fighting Irish.

A volte il destino ti riserva delle vendette veramente inaspettate: Notre Dame aveva di fatto scucito il titolo nazionale a Colorado l'anno passato, cucendolo sul petto di Miami.
Ora a Miami, Colorado poteva vendicarsi. Ed a ben vedere, lo fece nella maniera più vistosa possibile:
Dopo un primo quarto senza segnature fu Colorado ad andare 3-0 con un Fg di Jim Harper dalle 22 yard. Pochi minuti dopo, su un 2&goal, il tailback Ricky Watters si tuffò in touchdown dalle 2 yard per dare ai Fighting Irish il vantaggio, che non si incrementò quando Ronnie Bradford bloccò la trasformazione di Craig Hentrich, 6-3. Questo costò l'interruzione della striscia di trasformazioni realizzate da Hentrich a 73 tentativi.
I Buffaloes, sotto di 3, rimasero senza il QB titolare poco prima dell'intervallo lungo quando Hagan si infortunò seriamente ai legamenti del ginocchio sinistro e dovette lasciare il posto a Johnson. Nel terzo quarto Bienemy realizzò l'unico TD per Colorado che arrivò all'ultimo quarto in vantaggio minimo 10-9.
Poi probabilmente l'ultimo punt della partita, della stagione, per molti ragazzi dell'intera vita sportiva nel football. Raghib Ismail ritornò il calcio per 92 yard per il touchdown all'apparenza vincente con 43 secondi dalla fine. Questo avrebbe suggellato la vittoria per Notre Dame e sarebbe nuovamente costato il titolo a Colorado, ma arrivò una flag, e sulla giocata si abbattè come una mannaia la penalità di clipping (blocco illegale basso, per semplicità), chiudendo di fatto l'incontro a favore di Colorado che secondo AP poll si potè considerare campione nazionale al pari di Georgia Tech (preferita da coaches poll ed imbattuta seppur con un calendario facile).
Fu una sorta di canto del cigno del sistema triple option, ucciso dal recruiting che non lasciava scampo a scuole che non formavano atleti con possibilità di poter diventare professionisti ben pagati, ma fu un canto che ancora oggi a Colorado, ricordano bene.

Il fato toglie ed il fato restituisce...

giovedì 3 ottobre 2013

USA 2007 World Champion

Voi direte "beh, facile facile".
Ed in effetti, chi deve vincere i mondiali di football americano se non l'America?
Tuttavia a Kawasaki, quella finale contro il Giappone non fu propriamente una passeggiata come lo erano state le gare del girone, dove gli Stati Uniti avevano liquidato la Corea del Sud 77-0 e la Germania 33-7, entrambe al piccolo Kawasaki Stadium, capace di 2.700 persone.
La nazionale statunitense era alla prima apparizione mondiale, selezionata con criteri molto rigidi dalla USA Football, una associazione per lo sviluppo del football a livello giovanile e amatoriale: una sorta di federazione, creata dalla stessa NFL per promuovere il football e rappresentare gli Stati Uniti in seno alla federazione internazionale. Nel 2007 aveva assunto John Mackovich ex HC dei Chiefs e dei Texas Longhorns, per l'avventura del primo mondiale, scegliendo tra i ragazzi ex-college che non erano mai stati professionisti, e che dovevano aver terminato il college da non più di un anno e, in surplus, il roster doveva essere composto di giocatori provenienti da tutti i livelli del football collegiale.
Ne uscì un mix di giocatori per la maggior parte nati tra il 1983 ed il 1984 tra cui Josh Kubiak, Free Safety da Mary Hardin-Baylor, college di terza divisione, affianco a gente come Jeremy Van Alstyne, DE che aveva giocato per Michigan al Rose Bowl del 2003 e che era stato scoutato per il draft 2007, e il compagno a Michigan Brian Thompson. Certo, a ben vedere, ragazzi che si sono giocati dei Bowl non dovrebbero avere partita contro chicchessia nel mondo, ma proprio questa pressione non doveva certo giovare a ragazzi che si stavano per trovare di fronte le migliori scelte del campionato giapponese, allora forte di 64 formazioni semiprofessionistiche che pescavano dal campionato universitario istituito alla fine della seconda guerra mondiale.
Non uno scherzo, il Giappone finalista aveva ottenuto due vittorie in altrettante precedenti edizioni sbarazzandosi di Messico in entrambi i casi, aveva a roster gente sicuramente più esperta, con decenni di football alle spalle come Masahiro Nomuna, DB del 1971 o Akihito Amaya, WR del 1972. L'unico aspetto di cui si poteva stare certi era la differente "taglia" delle due squadre, con i giapponesi che pagavano genericamente centimetri e chili in un gioco fatto di contatto (o collisione, come diceva Lombardi).

Il 15 luglio del 2007, al Todoroki Stadium, capace di 25.000 persone ma riempito con poco più di 10.000 anime, sotto la pioggia causata dal tifone Man-Yi, che aveva imperversato nel sudest del Giappone nei due giorni precedenti, scesero in campo i padroni di casa e detentori del titolo, ed USA Football. Gli ospiti passarono per primi con Kyle Kasperbauer da Nebraska-Omaha, trasformato da Coffin, pareggio scaturito dal lancio di Yuichi Tomizawa per per il DL Mitsunori Kihira , scattato in posizione di receiver verso l'angolo destro della endzone (trasformazione valida) e sorpasso con un field goal di Kaneoya da 49 yards sotto la pioggia, che non è da tutti, nonostante il forte vento che spirava in quel momento, avesse aiutato l'eccezionale calcio.
Dopo il riposo lungo, gli USA cercarono di spostare il gioco dalle corse di Kasperbauer ai lanci, ma Austin trovò faticoso riuscire a trovare WR liberi nel backfield, il grande lavoro difensivo giapponese portò solo ad un field goal dalle 35 yards di Coffin a 4:18 dalla fine del terzo, apparentemente annullando le differenze di taglia tra i ragazzi del Sol Levante e gli americani.
Il Giappone riuscì invece a variare i giochi sfruttando la precisione del QB Tomizawa che trovò un altro passaggio perfetto al tight end Takuro Mayuzumi in endzone portando il risultato a 17-10 in favore del Giappone con 7:07 dalla fine della gara.
La risposta statunitense fu da squadra di rango: 80 yard di drive conclusa con una corsa di Kasperbauer con 2:51 sul cronometro, minuti che il Giappone non riuscì a far fruttare. Fu così che entrò in scena l'overtime che ricalcava quello utilizzato nei bowl: ognuna delle due squadre partiva dalle 25 dell'avversario, al termine chi era in vantaggio vinceva. In caso di parità si ricominciava con altri due drive.
Il finale thrilling portò a due segnature nella prima serie, con due field goal (20-20), sulla successiva serie, il calcio di Kaneoya dalle 34 non centrò i pali grazie alla deviazione di Chris Thomer, mentre Coffin non fallì l'esecuzione che diede la vittoria agli americani.
Abe, HC del Giappone, espresse rammarico e orgoglio per lap restazione

"It's really hard to express how I feel right now," Abe said at the post-game news conference. "We've always put our target on the United States since March, and thought we by any means wanted to play with them."
Mackovic elogiò la difesa e la capacità di reagire alla segnatura del 17-10:
"We knew neither team would not give many points in this game. So we were fortunate to battle back in the fourth quarter."
Si tende a definire chi vince la NFL, "World Champion" per il football, tuttavia Coffin e Kasperbauer, eroi della giornata, e tutti i loro quarantaquattro compagni, sono storicamente i primi veri ed ufficiali ragazzi statunitensi ad essersi laureati campioni del mondo.


giovedì 26 settembre 2013

Si è fatto tardi, ovvero Oberlin-Michigan del 1892

Il 19 novembre nel 1892 era un sabato pomeriggio freddo, la squadra dell'Oberlin College scendeva in campo a Ann Arbor contro un Michigan fortemente favorito, per la seconda volta in due anni: la stagione precedente, il 24 ottobre, i giallorossi dell'Ohio erano andati a casa con le ossa rotte 26-6 nonostante. per Michigan, la stagione si fosse risolta in un deludente record di 4-5
Oberlin 1892
Gli ospiti erano un po' diversi dall'anno precedente: tanto per iniziare, come giocatore-allenatore era arrivato dalla University of Pennsylvania, John Heisman, assunto dall'Oberlin Athletic Association (una associazione gestita dagli studenti in quei giorni) e che aveva portato la squadra imbattuta ad Ann Arbor. In posizione di runningback c'era Charles Savage, che pochi anni dopo sarebbe diventato direttore atletico di Oberlin e, come Heisman, figura di spicco a livello nazionale, ed a cui sarebbe stato poi intitolato lo stadio del college. Il miglior lineman di Oberlin, infine, era uno studente di teologia, John Henry Wise , metà tedesco e metà hawaiano, che dopo la laurea sarebbe tornato a casa sulla sua isola e si sarebbe unito alla controrivoluzione del 1895 volta a rovesciare la Repubblica delle Hawaii ed a ripristinare la monarchie e la regina Liliuokalani e la monarchia, finendo per tre anni in galera con l'accusa di tradimento. Di Oberlin va ricordato anche il preparatore atletico ed "infermiere per i feriti" (a quell'epoca il gioco mandava all'ospedale molto spesso i giocatori, se non all'obitorio) Clarence Hemingway, che avrebbe continuato a esercitare la medicina ad Oak Park, Illinois, trasmettendo il suo amore per la caccia a suo figlio, il futuro scrittore Ernest Hemingway .
Michigan 1892
Anche i padroni di casa avevano operato una serie di cambiamenti importanti: dopo aver intrapreso la strada di un vero coaching staff l'anno prima, dove il capo allenatore era anche il giocatore Frank Crawford, era arrivato Frank Barbour, ex-quarterback di Yale che aveva appena portato alla stagione perfetta, e che si era riciclato ad allenatore lì ad Ann Harbor. Michigan inoltre vide tra le sue fila il primo giocatore afro-americano della sua storia, George Jewett, che nel precampionato dei Wolverines fu descritto da chi lo vide come "fenomenale".

La gara, inaspettatamente, fu tiratissima, alla fine del primo tempo Michigan conduceva 22-18. Ma ho già detto che erano altri tempi? Beh, se non l'ho detto lo dico ora: erano altri tempi, ed all'intervallo, i capitani delle squadre concordarono un secondo tempo più breve, per terminare alle 16:50 così da consentire ai ragazzi di Oberlin di poter prendere l'ultimo treno per casa.
La gara si fece più dura ed il tabellone rimase bianco fino a circa due minuti alla fine, quando Michigan arrivò fino alla linea delle 5 yard prima che la difesa di Oberlin li fermò forzando il turnover e nella seguente azione l'halfback Savage di cui abbiamo già detto, si guadagno la gloria imperitura del suo College, riuscendo ad uscire dalla battaglia sulla linea, col pallone in mano e correndo per 90 yards fino alle 5 di Michigan, dove una delle star dei Wolverines, George Jewett, riuscì a raggiungerlo ed abbatterlo. Ancora  negli anni '50, alla notizia della morte di Savage, un giornalista di Cleveland ne fece l'elogio ricordando proprio quel momento:
"Those of us who knew him and loved him hope that at the moment he was departing this earth he was once again galloping over that Michigan gridiron with the ball tucked under his arm, his straight-arm working to perfection, and the goal posts getting nearer and nearer and nearer."
Essere stati fermati a pochi passi dalla segnatura della vittoria non scompose gli ospiti che due down dopo riuscirono ad andare in touchdown portando inaspettatamente Oberlin in vantaggio 24-22 con meno di un minuto sul cronometro.
Appena Michigan ricevette il calcio d'inizio e si predispose al suo drive, il referee (di Oberlin) dichiarò terminata la gara perchè si erano fatte le 16.50 ed i ragazzi giallorossi, come quando si gioca al parco e la mamma chiama, uscirono trottando dal campo per cambiarsi e correre sul treno. L'umpire (di Michigan) invece, dichiarò che rimanevano ancora 4 minuti per via di un timeout non conteggiato, così il surreale finale di gara vide Michigan schierarsi sullo scrimmage da sola, e concludere "vittoriosamente" il drive fissando il punteggio sul 26-24, così come è registrato negli annali del College Football, e Oberlin festeggiare sul treno la vittoria per 24-22, continuando poi i bagordi una volta tornati a casa, con falò di piazza e cene a base di ostriche.
La mattina dopo, i giornali non fecero eccezione in quella confusione: per The University of Michigan Daily e per The Detroit Tribune aveva vinto Michigan; per The Oberlin News e The Oberlin Review aveva ovviamente vinto Oberlin.

lunedì 23 settembre 2013

Bottlegate

Sia chiaro, non era comunque una stagione esaltante per i Browns, fermi sul 6-6.
D'altronde si trattava della loro terza stagione al rientro nella NFL dopo che la squadra nel 1995 era stata spostata baracca e burattini a Baltimore, lasciando a Cleveland le insegne e la memorabilia, ed un triste Municipal Stadium in attesa di essere demolito.
Però si sa, le stagioni a volte vivono momenti di svolta che stanno dentro piccole e sofferte vittorie, una corsa fermata al momento giusto, un TD siglato al momento giusto.
Il problema è che i momenti di svolta possono pioverti addosso anche in maniera poco ortodossa come successe il 16 dicembre, quando nel nuovissimo Browns Stadium, Cleveland ospitava i Jacksonville Jaguars. I Browns stavano guidando verso la end zone est il drive decisivo dato che i Jaguars conducevano 15-10, ma a 48 secondi dal termine della gara e senza timeout i padroni di casa erano usciti da una situazione scabrosa convertendo un 4th&1 con passaggio di Couch a Quincy Morgan. A giocatori schierati Couch ricevette lo snap e fece una spike per fermare il cronometro ed il referee segnalò che avrebbe rivisto la precedente giocata.
Ovviamente la "scusa" fu che l'avviso dell'ufficiale addetto al replay fosse arrivato prima che fosse partita la giocata, il referee Terry McAulay (che nella sua carriera poi ha diretto due Super Bowl) venne affrontato da un Butch Davis un po' su di giri per quel pasticcio arbitrale, le regole NFL vietano infatti che venga rivista una azione se quella successiva ha già preso avvio. Nella review, tanto per far piovere sul bagnato McAulay stabilì che Morgan non aveva mai avuto il controllo della palla, così il passaggio era da ritenersi incompleto, con conseguente cambio di possesso a favore dei Jaguars.
I malumori serpeggianti sulle tribune esplosero in un fitto lancio di oggetti dal Dawg Pound, la zona dove è posizionato il tifo "caldo" di una città come Cleveland che a sua volta è "calda" nel tifo. Il problema fu che il lancio era di bottiglie prevalentemente di birra, che invasero la endzone verso cui attaccava Cleveland. Il capo arbitro non contento del cambio di giudizio e indispettito della protesta, dichiarò terminato l'incontro con aria particolarmente scocciata (vedetevelo, vale la pena). I giocatori si avviarono al tunnell di ingresso in campo trovando la strada sbarrata da un fuoco di fila di bottigliette provenienti dagli spalti, così questi omoni che in campo si picchiavano come maniscalchi, furono costretti a fare gli ultimi metri di endzone di corsa proteggendosi il capo con le mani per evitare di essere centrati da qualcosa proveniente dagli spogliatoi.
Il mesto finale, con la sovrimpressione del risultato, tutta ornata di festoni natalizi, attorniata da bottigliette di birra vuote, in realtà non fu il vero finale della gara, perchè il commissioner NFL dell'epoca, Tagliabue, mezzora dopo tutto questo, rispedì le squadre e la crew arbitrale in campo per giocare gli ultimi secondi della gara con i Jaguars in possesso palla, tra gli ululati dei quasi 73.000 spettatori presenti quel giorno nell'impianto.
Gli ufficiali di gara, si apprese in seguito, furono scortati fuori dallo stadio dalla polizia. Il presidente della squadra  Carmen Policy ebbe a dire:
"I am not criticizing the fans at all, because I don't think it's appropriate today. I think a lot has happened. The fans' hearts have been ripped out. I am not condoning what the fans did, and I'm not criticizing it. I am not condoning what the officials did."
Sta di fatto che successivamente fu tratto in arresto un tifoso che se la prese con un agente di polizia addetto al traffico nella zona dello stadio. Il cornerback Daylon McCutcheon fu tra i pochi Browns a non "giustificare" la rabbia dei tifosi perchè, come ricordò poi Coughlin, all'epoca ai Jaguars, dagli spalti non piovvero bottigliette di plastica vuote, ma bottiglie di vetro semipiene di birra.
A quanto pare... Only the Browns could lose in this fashion.

mercoledì 18 settembre 2013

Johnny Unitas


I Louisville Cardinals, nelle loro partite casalinghe, uscendo all'Howard Schnellenberger Complex,entrano in campo dal north end del Papa John's Cardinal Stadium, ma prima di farlo, toccano tutti la statua di bronzo posta al centro del cortile del complesso, che raffigura un uomo pronto a lanciare un pallone da football.
Quell'uomo è Johnny Unitas.

Quando leggiamo le statistiche, di cui ci riempiamo gli occhi e le convinzioni, spesso ci rimane a margine un elemento fondamentale di questo gioco, ovvero la sua evoluzione, e gli uomini che hanno portato a questa evoluzione. Quando stiliamo le classifiche dei giocatori più forti, inevitabilmente, in testa a queste classifiche, compaiono quei giocatori che hanno determinato i passaggi più importanti, che in alcuni casi, in alcuni momenti, sono stati essi stessi il football.
Johnny Unitas è conosciuto come uno dei più grandi di tutti i tempi. Uno dei suoi successi più memorabili è senza dubbio quello che mi ha colpito profondamente, ovvero il  NFL Championship del 1958, il primo in diretta televisiva nazionale davanti a quaranta milioni di telespettatori. In quel giorno, Unitas condusse i suoi Baltimore Colts alla vittoria 23-17 sui New York Giants sul loro campo di casa.
Ma la sua strada per i tre titoli NFL, per il Super Bowl del 1970 e per la Pro Football Hall of Fame, non fu certo in discesa.

Johnny era il figlio di un minatore di carbone di origini lituane, nacque e crebbe in una zona povera di Pittsburgh. Il padre di Johnny si ammalò a seguito di anni di lavoro nelle miniere di carbone della Pennsylvania e come spesso succedeva, non ebbe scampo, andandosene quando il figlio aveva poco più di quattro anni. Inutile dire che gli sforzi economici della madre furono tanti e grandi, e diedero la possibilità al ragazzo, seppur non proprio come fisico, adatto al football, di poter giocare per la St Justin's High School di Pittsburgh in posizioni di halfback e quarterback.
Il modello di Unitas era Knute Rokne ed il suo sogno era quello di poter giocare a football per Notre Dame, ed i suoi anni alle scuole superiori furono così ben spesi che la chiamata da South Bend in effetti arrivò. Tuttavia lo staff dei Fighting Irish lo trovò troppo poco sviluppato fisicamente per poter competere in maniera accettabile. Lo stesso atteggiamento di Notre Dame venne tenuto anche da alcuni altri programmi collegiali, fino ad accasarsi in Kentucky, a Louisville.
Nei suoi quattro anni coi Cardinals, Unitas completò 245 passaggi per 3139 yard e 27 TD, iniziando il suo percorso dalla quinta gara della stagione 1951 contro St. Bonaventure. In quella partita la matricola passò per 11 completi consecutivi e tre touchdown, tuttavia i Cardinals persero 22-21. I Cardinals terminarono la stagione con record di 5–5, 4–1. Da matricola Unitas completò 46 passaggi su 99 per 602 yard e 9 touchdown.
I tagli al programma imposti dal nuovo rettore Philip Grant Davidson, tennero fuori ben 15 studenti-atleti dall'accesso alle borse di studio, la squadra ovviamente ne risentì anche se nel 1952 i Cards vinsero sia il loro primo match contro Wayne State, sia il secondo contro Florida State, poi si persero in cinque sconfitte e una vittoria chiudendo 3–5, e non fu meglio l'anno successivo quando vinsero il loro primo match contro Murray State ma persero tutte le seguenti partite, terminando la stagione con un record negativo di 1–7.
In quello che poteva rappresentare l'anno del riscatto Unitas, eletto capitano della squadra, a causa di un infortunio ad inizio stagione, si vide in azione raramente .La sua prima apparizione si ebbe nella terza partita della stagione contro Florida State. Alla fine della stagione, i Cards terminarono con un record di 3-6 e Johnny passò per 527 yard chiudendo la sua carriera universitaria
Dopo la laurea, Johnny Unitas fu scelto al nono round dai Pittsburgh Steelers ma le speranze di diventare un pro football player si infransero su Walt Kiesling che lo tagliò. Dopo essere stato lasciato andare dagli Steelers, dove gli fu mai data la possibilità di dimostrare il suo valore, continuò a giocare semi-pro per i Bloomfield Rams a sei dollari a partita, e lavorare in una ditta edile.
Nel 1956, i Baltimore Colts,sotto la guida del leggendario coach Weeb Ewbank, si accorsero di lui e lo fecero firmare. L'esordio contro i Chicago Bears, fu a dir poco traumatico: sconfitta per 58-27 con il primo passaggio intercettato e nel secondo possesso un hand-off sguillato per le terre e ricoperto da Chicago. Ma la reazione fu altrettanto ad effetto con la prima vittoria contro i Cleveland Browns. Nella sua stagione da rookie Unitas segnò il record di parcentuale di completi per un rookie con il  55,6%.

In un'epoca in cui l'opzione A per la maggior parte delle squadre rimaneva la corsa, nel 1957, la sua prima stagione da titolare, Unitas terminò primo nella classifica per yard passate (2.550) e passaggi touchdown (24) portando i giovani Colts a terminare con un record positivo di 7-5, il primo nella storia della franchigia.
Fu il prologo alla consacrazione datata 28 dicembre 1958, quando nel primo supplementare della storia del NFL Championship, Baltimore sconfisse i New York Giants 23-17.

The Greatest Game Ever Played.

Nel 1959 Unitas concedette il bis al NFL Championship conquistato 31-16 ai danni, ancora una volta, dei New York Giants, cogliendo anche un riconoscimento personale pretigioso come MVP della NFL. Unitas chiuse la stagione dominando di nuovo la classifica  per yard passate (2. 899), passaggi in touchdown (32) e passaggi completati (193). Solo nell'anno successivo si chiuse una eccezionale striscia di 47 gare con almeno un passaggio in touchdown, record battuto solo di recente da Drew Breese
Il fuoco d'artificio di Johnny Unitas lanciò l'ultimo lampo il 17 gennaio del 1971 quando condusse, oramai trentasettenne, i suoi Colts alla vittoria nel Super Bowl V ai danni dei Dallas Cowboys in quello che per molti è considerato il SB con il maggior numero di errori e palle perse della storia.
A sei anni dal suo ritiro, fu eletto nella Pro Football Hall of Fame, come si deve ad un campione della sua caratura, uno che "se la gioca" con Joe Montana ad essere il miglior quarterback della storia del football.
Unitas e Baltimore sono stati e saranno sempre inscindibili, la decisione del proprietario degli allora Colts, Irsay, di trasferirsi ad Indianapolis fece letteralmente infuriare Unitas che tagliò tutti i ponti con la squadra trasferita e chiese più volte di togliere alla HOF le targhette a lui riferite che non riportassero come dicitura "Baltimore Colts", donò tutti i suoi cimeli al Babe Ruth Museum di Baltimore e si fece infine promotore di una assegnazione di una franchigia alla città del Maryland non appena la NFL avesse potuto.
La nascita dei Ravens fu, per Unitas, a tutti gli effetti la rinascita dei suoi Colts, tanto da diventare un accanito sostenitore dei purple in sideline, per vederli riportare l'anello a Baltimore trent'anni dopo il suo anello, e potersene andare in pace colpito da un attacco di cuore l'11 settembre 2002.
C'è un gesto mio avviso, che rende la giusta gratitudine a questo giocatore: per la gara seguente la sua morte, il quarterback degli Indianapolis Colts Peyton Manning richiese alla NFL di indossare un paio di galloccie nere come tributo agli stivali neri che usava Johnny, ma lega rifiutò la richiesta minacciando una multa di 25.000 dollari nel caso Manning le avesse indossate. Il quarterback dei Baltimore Ravens Chris Redman, ex alunno di Louisville come Unitas, se ne fregò della NFL ed indossò le galloccie senza chiedere il permesso venendo multato di 5.000 dollari, il prezzo per commemorare chi la NFL ha contribuito a renderla così popolare.

"He was better than me. Better than Baugh. Better than anyone"
(Sid Luckman)

martedì 17 settembre 2013

Il Rose Bowl del 1922



"All I know about Washington and Jefferson is that they're both dead."


Questa affermazione del giornalista Jack James del San Francisco Examiner era il bizzarro prologo al Rose Bowl del 1922, l'ultimo svoltosi al Tournament Park, e di conseguenza l'ultimo ad avere come nome ufficiale Tournament East-West Football Game.
Washington and Jefferson è tuttora un piccolissimo college della contea di Washington, Pennsylvania, che all'epoca contava 450 studenti, ma che miracolosamente allenata da Greasy Neale, era giunta al termine della stagione regolare con un netto 10-0 che la issavano sul gradino più alto tra le formazioni dell'est degli States. Neale era un eclettico allenatore che non aveva sfigurato né come giocatore di baseball (Cincinnati Reds e per pochissimo Philadelphia Phillies) né tanto meno come giocatore di football nella Ohio League con varie squadre; smesse le braghe, si era messo ad allenare le squadre di college: Muskingum, West Virginia Wesleyan, Marietta, ottenendo con quest'ultima una stagione da 7-1 nel 1920.
La felice parentesi di Marietta lo portò sulla sideline di W&J dove, nella sua prima stagione applicò alcune felici prassi soprattutto a livello di recruiting, assemblando una squadra solida in difesa, tanto da completare un exploit mica da ridere battendo Pitt, Detroit e Syracuse. Il 7-0 su Pitt era stato così sentito che per celebrarlo erano state annullate le lezioni per un giorno ed accesi falò di festa, seguiti addirittura da alcuni "inspirational speech" davanti al tribunale della contea di Washington. Nella stagione in cui aveva esordito la diretta radiofonica di una partita di football proprio tra due rivali di W&J (West Virginia e Pitt), obtorto collo gli organizzatori del Rose Bowl, come loro tradizione, chiamarono i Prexies a giocare la gara contro la migliore dell'Ovest, la University of California di Berkeley guidata da Andy Smith che aveva concluso la stagione 9-0 battendo Washington State, Stanford, Washington e Oregon. A Washington arrivò un telegramma che recitava:
"The directors of the Tournament of Roses Association have unanimously resolved that the artistic and educational pageant of New Year's Day, January 2, 1922 shall be followed by a football game between the best teams of the East and the West, and by like vote have determined to issue an invitation to Washington and Jefferson College to send its eleven as the Eastern representative."
I vostri undici. era una formula usata per indicare l'intera squadra, tuttavia la trasferta in California presentava non poche problematiche logistiche per il piccolissimo istituto, che si potè permettere di mandare a tutti gli effetti veramente solo venti uomini a Pasadena.
Il lunghissimo viaggio in treno di 4.000 chilometri, che i giocatori si pagarono da soli (Robert "Mother" Murphy ipotecò la casa per pagarselo) a quell'epoca non era una passeggiata fatta su comodi convogli superveloci: coach Greasy Neale pretese di continuare ad allenare anche durante il viaggio, ne conseguì che Lee Spillers si prese una polmonite e non potè continuare il viaggio, ricoverato all'ospedale di Kansas City. E. Lee, North racconta in Battling the Indians, Panthers, and Nittany Lions: The Story of Washington & Jefferson College's First Century of Football, come in realtà sul treno ci fosse un uomo in più della squadra che viaggiava abusivamente e che venne allo scoperto all'insorgere della malattia del compagno.
Tutto questo dava adito alle previsioni degli analisti, per cui la gara veniva data vinta dai Golden Bears con scarto tra i 14 ed i 21 punti.
Gli ultimi due allenamenti effettuati da W&J il giorno di capodanno si incentrarono su quello che oggi viene chiamato special team: disturbo o blocco di kick e punt e dei rispettivi ritorni.

Poi si fece il 2 gennaio 1922.
Loro non lo sapevano, ma Herb Kopf e Carl Konvolinka come end, il capitano Russ Stein e Chet Widerquist (tackle), Ralph Vince e Ray Neal (guardie), Al Crook (centro), Charlie "Pruner" West (quarterback) al posto dell'infortunato Ray McLaughlin, Hal "Swede" Erickson e Wayne Brenkert (halfback) e Joe Basista (fullback) scesero in campo e vi rimasero tutti ed undici per tutta la gara. Gli ultimi undici ironman nella storia del Rose Bowl.
Charlie West fu il primo quarterback afroamericano a scendere in campo in un Rose Bowl. Hal Erickson invece era al suo secondo Rose Bowl, avendo giocato per Great Lakes nella gara del 1919 dove aveva sconfitto i Mare Island Marines, buon auspicio?
Può darsi, ma certo di buon auspicio non fu la crew arbitrale che annullò un TD ai Prexies per un offside del capitano Stein che avrebbe portato allo sblocco del risultato nel primo tempo, per il resto della gara, in un campo fortemente allentato dalle piogge che avevano imperversato nella California durante i giorni precedenti, le difese ebbero la meglio sugli attacchi, si susseguirono i punt e la tenace linea di W&J tenne lontano dalla segnatura Cal, che schierò anche un non certo brillante Harold "Brick" Muller, passatore medaglia di bronzo nel salto in alto ad Anversa nel 1920 che mise assieme solo due lanci, di cui uno finito in un fumble. Le lancette scorsero, inesorabili per Cal, fino alla fine.

California 0 Washington & Jefferson 0

L'ultimo e unico pareggio senza punti a tabellone nella storia del bowl. Stein fu votato miglior giocatore della gara e il piccolo college della Pennsylvania, con una improbabile e gagliarda prestazione, mise la museruola agli orsi californiani.
Washington & Jefferson, con quella stagione imbattuta, secondo l'Official NCAA Division I Football Records Book, si può considerare Campione del 1921 al pari di altre squadre come Cal, Cornell e Lafayette, tuttavia questo titolo non compare negli annali della scuola, forse per modestia, forse perchè per anni il football non ha rappresentato il fiore all'occhiello di un college che ha ripreso il programma solo nei primi anni '80 dopo averlo cancellato per diversi decenni.
Rimane ovviamente quella sorniona soddisfazione di essere stati un piccolo Davide che ha fermato il grande Golia.

venerdì 13 settembre 2013

Joe Namath

Ispirato da Pawtucket Patriot di Endzone.it sono andato a riprendersi un po' la storia del Super Bowl III del 1968 vinto dai NY Jets con quello che molti ritengono la più grande sorpresa sportiva nella storia dello sport a stelle e strisce subito dopo la finale USA-URSS di hockey alle olimpiadi invernali di Lake Placid nel 1980.
Il contesto storico avrebbe bisogno di un'enciclopedia tutta sua, in cui snocciolare ogni singola vicenda che aveva portato alla formazione della prima vera lega in grado di concorrere con la NFL in maniera accettabile, la AFL, e di come si era mossa la NFL a riguardo, confidando nella sua storia scritta da dinastie come i Green Bay Packers del mai troppo rimpianto VInce Lombardi o dei Baltimore Colts del ragazzo baciato da Dio, Johnny Unitas. 
La AFL aveva aggredito spazi di interesse con squadre che oggi ci sembrano già storiche come i Patriots (allora ufficialmente a Boston), i Denver Broncos, i Los Angeles Chargers (e vabbè, chi è che non ha fatto qualche stagione a LA suvvia...) ed i New York Jets, ma il divario pareva ancora difficilmente colmabile specialmente dopo i primi due traumatici Super Bowl dove Green Bay aveva semplicemente maciullato Kansas City e i Raiders.
Che pensare se non "altra carneficina" quando per il SB III si presentarono da una parte una corazzata come i Colts che nel NFL Championship aveva vaporizzato i Browns 34-0 chiudendo la stagione con un record di 13-1, dall'altra New York... ma chi, i Giants? No quegli altri, i cugini sfigati, quelli verdi, quelli che hanno quel tizio lì che al college era forte. Ma adesso, dai, dall'altra parte c'è Unitas, uno che letteralmente ha cambiato la concezione del quarterback, lanciando in TD per 47 partite di fila in un'epoca in cui il lancio era già una opzione secondaria rispetto alla corsa, figurarsi un lancio diretto in TD. Uno che ha scritto statistiche cancellate solo cinquant'anni dopo, uno che ha giocato gare che hanno trasformato la NFL nella lega sportiva con cui l'America meglio si identifica, forse per chi non è addentro è persino difficile spiegare cosa significa per il football Unitas, tanto che in alcuni momenti, forse sono stati la stessa cosa.
Namath, beh, il tempo ha distorto le cose, trasformando la crescita sportiva di un giocatore viveur, in una esplosione fantastica di un misconosciuto alla corte dell'imperatore Unitas. Non stavano così le cose, si parla di un ragazzo che alla fine dell'High School era braccato dai recruiter e che, dopo essere stato scartato da Maryland perchè aveva voti troppo bassi, era stato acchiappato ben volentieri da Bryant ad Alabama, una scelta che lo stesso coach aveva definito come  "the best coaching decision I ever made."
Al College era stato un grande, Bryant sosteneva che fosse il miglior atleta che avesse mai allenato, nel 1964, ultimo anno prima della chiamata nei pro, Namath portò all'Orso il campionato nazionale. Al college però aveva iniziato quel percorso di formazione umana che lo aveva portato alla difesa dei diritti civili degli afroamericani in una terra segregazionista come l'Alabama.
Dopo aver scelto i Jets in AFL (ed i loro 400 e rotti mila dollari a stagione) piuttosto che i Cardinals in NFL, fu rookie of the year nel 1965 e fu il primo QB professionista a passare le 4000 Yard a stagione nel 1967, liquidando i Raiders campioni in carica AFL, aveva portato i Jets al loro primo Super Bowl.
Si, è vero: a Namath piace godersi la vita: macchine, vestiti, donne, drink, club. E considerando che non era l'epoca di Balotelli e della Fico, questo aspetto della sua vita era guardato piuttosto male dall'opinione pubblica, ma a quanto pare Namath sapeva cosa stava facendo, come quando gli chiesero al Touchdown Club, se fossero veramente spacciati contro i fortissimi Colts.
"We’re going to win Sunday. I guarantee it."
Si vabbè ma era sbronzo. Sbronzo si ma ebbe ragione. Non che vinse la gara da solo, tuttaltro: una gara dura e tirata in cui i Colts diedero sfoggio di una catasta di errori e buttarono nella mischia un malconcio Unitas solo nel second half, il running game di New York, la guardinga precisione di Namath ed i sanguinanti quattro intercetti accumulati da Morrall (3) e Unitas (1) scavarono il solco, solo il touchdown di Hill a pochi giri di lancetta dal termine rese meno amara la sconfitta dei Colts frutto di una metà di Sneal e tre field goal. 
Tuttavia lo stile leggero di Namath vinse e scolpì la storia di questa lega, che si trovò al centro dell'attenzione anche di fasce d'età giovanili che prima erano attirate solo dal college football.
Un commento molto calzante cita  "L'idea di vedere questo capellone che tanto assomigliava a Jimmy Page, Keith Richards e Ringo Starr vincere (e soprattutto avere la faccia tosta di predire) il SB contro una squadra ampiamente favorita che ovviamente rappresentava il sistema, il vecchio, tutto ciò contro cui i giovani si battevano alla fine degli anni '60, fu qualcosa che portò gli hippie (ovviamente i meno "bruciati") a rivedersi in uno sport come il football una volta che essi capirono che era arrivata l'ora di crescere, inoltre da non sottovalutare sono anche i germi di un pubblico femminile attirato inizialmente da giocatori come Namath che quindi ha tutto il diritto di arrogarsi il diritto di essere la prima superstar moderna dello sport americano, rifletteteci la prossima volta che vedete la famosa foto di Namath in panchina col montone bianco, e oltre a pensate 'Che cazzone era questo qui!!!'."
Any given sunday anyone can beat anyone.
Joe Namath non era il signor nessuno quando scese in campo per vincere il suo primo ed unico Super Bowl, ma di certo quello che ha compiuto, e come lo ha compiuto, manda in soffitta tutta la sua precedente esistenza per consegnarcelo come l'uomo che, a tutti gli effetti, ha cambiato il football.