mercoledì 25 dicembre 2013

Piove sul Rose Bowl

Il primo gennaio è pur sempre pieno inverno, anche nel sud della California, tuttavia è raro che da quelle parti piova incessantemente per tre giorni. Era quello invece il tempo che aveva imperversato su Pasadena negli ultimi giorni del 1933, trasformando il Rose Bowl in una specie di acquitrino.
Ed il primo gennaio era in programma la ventesima edizione proprio del Rose Bowl.
Non era epoca di rank, di BCS e di altri affari cinesi complicati da calcoli matematici fatti da grossi elaboratori. Si trattava di organizzatori e di inviti, e gli organizzatori non avevano avuto molti dubbi su chi invitare per la costa ovest: Stanford.
C'è da fare una piccola premessa: nella precedente stagione 1932, il "Thundering Herd " degli USC Trojans, guidati da Howard Jones, aveva sconfitto Stanford 13-0 nella sua marcia verso il secondo titolo nazionale consecutivo e la vittoria nel Rose Bowl del 1933. Il QB Frank Alustiza, dopo la sconfitta, aveva dichiarato
“They Will never do that to our team. We will never lose to the Trojans.”
Ed a ruota un suo compagno aveva calato il carico, dimostrando quanto la scaramanzia non fosse un problema statunitense “Let’s make that a vow.” La stampa diede risalto a questo voto, ma fu presto dimenticato con il passare dei mesi fino all'autunno 1933 quando di fronte a USC, Stanford compì il capolavoro della stagione.
L'11 novembre a Los Angeles, USC (6-0-1) venne sconfitta dagli allora Indians (5-1-1) con il punteggio di 13-7, subendo il primo stop dopo 27 partite, e di fatto consegnando il titolo PCC a Stanford, fu così che tornò in mente a tutti il voto di dodici mesi prima e la classe del '36 di Stanford divenne i "Vow Boys".
Columbia 1933
E per la costa est, chi invitare?
Princeton aveva concluso la stagione immacolata 9-0 massacrando gli avversari e lasciando a zero tutte le prime sette scuole affrontate quell'anno. La stagione eccezionale però non cambiò le carte in tavola nella politica della blasonata scuola: niente post season.
Gli organizzatori snobbavano frequentemente squadre dei laghi e del sud, Michigan guidata da Kipke, oppure Ohio State. Alla fine si decise per Columbia, giunta al termine della stagione con una sola sconfitta per mano proprio di Princeton. Per i Lions si trattava del primo Bowl della loro storia, e le previsioni erano particolarmente funeste non solo per il meteo ma anche per il risultato: Stanford era nettamente favorita sulla compagine di Lou Little.
Nei tre giorni prima della partita, piogge torrenziali inondarono il campo di gioco. In una intervista-amarcord al NY Times nel 1981, Cliff Montgomery, capitano della squadra di Columbia, ricordò
"When we arrived the day before the game [after traveling from New York by train], the Rose Bowl looked like a lake"
I vigili del fuoco di Pasadena intervennero con delle pompe idrauliche per portare tutta quell'acqua fuori dallo stadio, ma il giorno della gara, oltre ad essere anch'esso piovoso, e quindi insolito per la tiepida Southern California, mostrò spalti semivuoti, con una affluenza attorno alle 35.000 persone che fu la più bassa della storia del Rose Bowl, ma soprattutto un campo fangoso che rese il gioco difficile tanto da lasciare le squadre senza segnature per tutto il primo quarto e buona parte del secondo.

A quel punto, con la palla sulle 17 yards di Stanford, Cliff Montgomery, QB oltre che capitano ospite, realizzò un trick chiamato KF-79: una finta di hand-off su Ed Brominski eseguita dopo la malandrina consegna della palla con una rotazione del corpo ad Al Barabas. Gli Indians puntarono Montgomery e Brominski fallendo la lettura della giocata e potendo solo guardare Barabas aggirare la difesa e concludere in touchdown. Il "Vow Boys" Bobby Grayson (152 yards su 28 portate, più di tutta Columbia messa assieme), l'end Monk Moscript, il lineman Bob Reynolds e gli altri grandi giocatori di Stanford, in quel pantano, non riuscirono a ribaltare la gara, rimediando otto sanguinosissimi fumble, scontrandosi con una granitica goal line defense, ed uscendone infine sconfitti 7-0 in quello che è considerato il più sorprendente risultato nella storia del Rose Bowl.
La vittoria inoltre ha cementato la reputazione di Lou Little alla Columbia come il più grande allenatore dei Lions e la vittoria del Rose del 1934 resta la più grande prestazione nella storia della squadra di football dell'università newyorkese.

domenica 22 dicembre 2013

No football champions

A poco più di 15 anni dalla prima storica gara di football tra Rutgers e Princeton, il gioco era diventato molto più che un divertente passatempo per sfogare gli istinti violenti: già diverse migliaia di persone si assiepavano a vedere le università più in voga e la stagione autunnale si animava di una miriade di partite che, nel 1886, avevano già superato quota 80.
Il giorno del ringraziamento, 25 novembre 1886, si chiudeva la stagione tra i due college all'epoca più blasonati, che avevano contribuito a costruire quel gioco, a regolamentarlo, a perfezionarlo e, ovviam ente a dominarlo. In palio infatti, oltre al prestigio della vittoria, c'era anche il decimo titolo della giovane Intercollegiate Football Association, fino a quel momento vinto quattro volte da Princeton e tre da Yale, più due pari merito.
Il match iniziò con grave ritardo per l'assenza di un arbitro, le pesanti piogge ed il cielo coperto causarono il calo dell'oscurità anticipato nel secondo tempo, mentre Yale, guidata dal brillante quarterback Beecher, era in vantaggio con il punteggio di 4-0. Le circa 5.000 persone accorse nell'impianto di Princeton se ne tornarono a casa nell'oscurità e, secondo le regole dell'epoca, la gara fu dichiarata "no contest" dal referee Tracy Harris, ed il risultato finale fu registrato come 0-0.

La sera del 27 novembre, per dibattere la questione dell'assegnazione del trofeo IFA, al solito Fifth Avenue Hotel di New York, si presentarono:
- Brooks (capitano) ed Appleton per Harvard.
- Savage (capitano) e Bird per Princeton.
- Corwin (capitano), Peters e Walter Camp per Yale.
- Stevens, capitano di Wesleyan.
- Young e Posey per Pennsylvania.
Walter Camp, che aveva contribuito, con le sue idee, a trasformare il football da surrogato del rugby a gioco a sé stante, dichiarò che si aspettava un comportamento eticamente retto da parte dei rappresentanti di Princeton, che a suo dire avrebbero dovuto proporre la consegna del trofeo a Yale. 
Bird rispose picche e citò l'articolo 17 delle norme della IFA che rimettevano inappellabilmente la decisione all'arbitro. Tuttavia, considerando che il dibattito non stava portando a nulla, lo stesso Bird propose l'uscita dalla sala dei rappresentanti di Yale e Princeton, e la decisione per mano dei rimanenti cinque rappresentanti di Harvard, Wesleyan e Pennsylvania.
I cinque produssero una risoluzione, piuttosto criptica:
"Resolved that Yale, according to the points made, should have won the Championship"
Tuttavia si aggiornò di qualche ora, ed emise un bollettino finale: 
"This convention has voted that We cannot sa a convention award the official Championship for 1886"
Essendo necessaria la firma di entrambi i capitani sul documento di consegna del trofeo, alla fine non se ne fece niente, il New York Times titolò laconicamente "No football champions", tuttavia Princeton per bocca del suo capitano Savage, invitò Yale ad una nuova sfida il 4 dicembre al Polo Grounds di New York, ma Yale glissò l'invito, ne scaturì che sulla carta New Jersey e Yale condivisero il titolo IFA pur non condividendo nulla di quanto accaduto in campo...

lunedì 2 dicembre 2013

Lo Snow Bowl

Il Columbus Dispatch segnala per il 25 novembre 1950 una temperatura minima di 5° F (-15°) e 20° di temperatura massima (-6,7°) con sette pollici e mezzo di neve che corrispondono a circa 20 cm di neve. Il vento a quasi 30 nodi (il peggior blizzard a Columbus negli ultimi 37 anni) completava un quadro veramente infausto per un sabato pomeriggio all'aria aperta, magari per giocare a football.
E invece era proprio in programma The Game: la partita, quella tra Ohio State e Michigan, in un'epoca d'oro per i programmi della Big Ten. Cancellare la gara serabbe stato vantaggioso per i padroni di casa: li avrebbe portati al titolo Big Ten ed avrebbe automaticamente estromesso Michigan dalla possibilità di giocare il Rose Bowl, due piccioni con una fava. Tuttavia all'Ohio Stadium avevano già venduto un botto di biglietti per la gara, ed il direttore atletico dei Buckeyes, Dick Larkins, dopo aver parlato con i responsabili di Michigan e della Big Ten, decise di giocare comunque. Il giornalino universitario, Ohio State University Monthly, riportò senza mezzi termini le condizioni meteo di quel pomeriggio:
“The game was played in the teeth of a full-scale blizzard, five inches of snow on the ground and snow whistling through the air, borne on a 29-mile-per-hour gale.  Despite the fact it was the worst blizzard in 37 years in Columbus, the Ohio capital easily defended its title as the football craziest town in the nation.  A total of 50,503 persons braved the elements, staying below deck, under the Stadium, until just a few minutes before the kickoff.”
Più di 50.000 persone sfidarono gli elementi per vedere i loro beniamini e, per la maggior parte, sperare che i Buckeyes portassero a casa la partita rifacendosi della sconfitta patita una settimana prima contro Illinois, e vincessero così la Big Ten Conference. I Wolverines giocavano anche per un posto nel Rose Bowl, Ohio State era andata l'anno precedente ed in Big Ten Conference vigeva la regola del no-repeat: non si poteva giocare due anni a fila il Rose Bowl. Se Michigan avesse perso, il rappresentante Rose Bowl probabilmente sarebbe stato Wisconsin , che aveva chiuso con un record di 5-2.
Le condizioni meteo drammatiche alterarono il normale svolgimento del gioco, rendendolo una sequela di papere sportive: agli sbuffi nel freddo facevano da contraltare le continue scivolate dei giocatori, gli urti inaspettati, mentre le mani intirizzite si facevano sfuggire palle che in altri momenti sarebbero apparse a dir poco facili. A questo aggiungete che praticamente ad ogni chiusura di giocata, intervenivano squadre di volontari che cercavano di tenere sgombre almeno le righe per determinare una misurazione esatta dei guadagni: pala in mano, imbacuccati fino alle orecchie, attendevano lo svilupparsi del "gioco" in attesa di entrare in campo.
Presto la strategia si fece basilare: primo e secondo down con corse centrali per evitare gli slittamenti sulle corse laterali, terzo down al punt perchè in caso di fumble ci sarebbe stata la seconda occasione al quarto down. Furono gli errori nell'eseguire questa basilare strategia a fare la differenza: Ohio State segnò per prima con un field goal del futuro Heisman Trophy Vic Janowicz, dopo che Robert Momsen aveva ricoperto un punt dei Wolverine bloccato. Momsen aveva di fronte, tra le fila di Michigan, suo fratello Tony, che fu provvidenziale: dopo aver subito una safety per un punt bloccato ed uscito lateralmente in endzone, a 47 secondi dalla fine del primo tempo, Ohio State si trovò a dover eseguire un altro punt presso la propria endzone, Tony Momsen riuscì a bloccare il punt e cadde fortunosamente sopra la palla, recuperandola e segnando un insperato touchdown che fissò il punteggio sul 9-3. Ohio State fallì un field goal, e nel secondo tempo non vi furono segnature per l'incessante nevicata e la stanchezza dei giocatori. 
Dopo quella gara che chiuse la stagione per Ohio State e mandò Michigan al Rose Bowl poi vinto contro California 14-6, l'HC dei Buckeyes Wes Felser finì in un altro blizzard, questa volta fatto di critiche sulla gestione della gara, e sulla sua incapacità cronica contro gli avversari storici: quando venne licenziato di lì a poco, il suo record contro Michigan si chiuse con un misero ed inappellabile 0-3-1.
Di lì a pochi mesi, dopo la messa alla porta di Felser, sulla sideline di Ohio State si sarebbe presentato un signore di nome Woodrow "Woody" Hayes, ma questa è tutt'altra storia.

martedì 26 novembre 2013

Filchock, Hapes, ed il NFL Championship del 1946

Alvin J. Paris era un bookmaker evidentemente molto conosciuto a New York, se in un periodo in cui il gioco d'azzardo fioriva, la polizia della Grande Mela lo teneva d'occhio così strettamente da registrare le sue chiacchierate telefoniche. Probabilmente l'attenzione per lui derivava dal fatto che, come secondo lavoro (ma più probabilmente come corollario del primo) andava in giro per conto di un gruppo di giocatori d'azzardo di Elizabeth, New Jersey, a dare via mazzette per truccare gli eventi sportivi, tra cui a quanto pare persino gli incontri di Rocky Marciano.

I Giants al Polo Grounds nel 1925
In quei giorni di fine '46, New York si stava preparando ad un evento che non ha certo la portata odierna, ma che comunque attirava già folle di oltre 50.000 spettatori: la finale del campionato professionistico di football, NFL Championship, previsto per il 15 dicembre al Polo Grounds. Di fronte si sarebbero trovati i New York Giants, padroni di casa e vincitori della Eastern Division, ed i Chicago Bears, guidati da Sid Luckman, e vincitori della Western Division.
La stagione fino a quel momento andava ricordata per due cose: lo sbarco del football pro sulla West Coast dopo l'addio dei Rams a Cleveland e la loro riallocazione a Los Angeles, e l'implementazione di quella che viene ricordata come la "Baugh/Marshall Rule" ovvero l'automatica chiamata di passaggio incompleto qualora la palla tocchi la porta.
Il terzo fatto memorabile fu molto meno sportivo e molto più torbido: il giorno prima della partita, due giocatori dei Giants, il quarteback Frank Filchock ed il fullback Merle Hapes, furono accusati di aver preso tangenti dal sig. Paris sopra detto, per "aggiustare" la gara contro Chicago: 2.500 dollari più parte dei proventi di una scommessa da 1.000 dollari sulla vittoria dei Bears di più di 10 punti. 
Il sindaco William O'Dwyer fu informato dell'inchiesta promossa dal procuratore Frank S. Hogan, già assistente del procuratore distrettuale di New York, Thomas Dewey. O'Dwyer informò di persona i comproprietari dei Giants Jack Mara e Wellington Mara ed il commissioner Bert Bell, illustrando gli elementi probatori della polizia contro i due. Dodici ore prima della gara, alle due di notte, il sindaco, Tim Mara, Bell ed il commissario di polizia Arthur Wallander si videro a Gracie Mansion e il sindaco interrogò personalmente i giocatori uno alla volta. Hapes ammise che gli fu offerta una tangente mentre Filchock negò di essere stato parte di una corruzione. Diverse ore dopo, Paris fu arrestato e confessò di aver corrotto i giocatori. Hapes fu sospeso da Bell a tempo indefinito, Filchock ottenne il permesso di giocare la gara che non fu certo facile, già dall'accoglienza fatta di sonori "boooooo" riservati al presunto traditore.
Filchock, rimasto sveglio fin quasi all'alba, con il naso rotto per una azione di gioco, completò 9/26 per 128 yard, collezionando sei intercetti. New York perse 24-14. L'AP il giorno successivo sentenziò:
Alvin J. Paris, a self-styled 'big bettor' on athletic contests, was arraigned on a bribery charge, accused of having offered Merle Hapes and Frank Filchock, Giant backfield men, $2,500 each to agree not to play their best in the championship contest. Police exonerated both players but Hapes was kept out of the game at the order of Bert Bell, commissioner of the league. Filchock, the key man in the Giants' backfield, played virtually all the game.
I Bears campioni NFL 1946
Paris venne scarcerato il 26 dicembre ed infine condannato per corruzione l'8 gennaio successivo, ma la pena fu sospesa perchè lo stesso Paris divenne testimone dell'accusa per un secondo processo che coinvolse l'associazione a delinquere che aveva architettato la corruzione, al termine del quale vennero irrogate condanne dai cinque ai dieci anni di carcere, mentre Paris se la cavò con nove mesi. I due giocatori vennero scagionati dall'accusa di corruzione, nonostante secondo Paris, Hapes avesse accettato i soldi senza fare una piega, ma Bell irrogò ad entrambi la sospensione a tempo indeterminato dal football professionistico statunitense, perchè con il loro comportamento avevano leso l'immagine della NFL e del football professionistico. Anche se furono poi riabilitati (Filchock nel 1950, quando giocò per i Colts, Hapes nel 1954), i due Giants rimangono i primi ma soprattutto i più duramente squalificati nella storia della NFL.

domenica 24 novembre 2013

Il declino della Big Ten

Un Gophers-Badgers degli anni '40
Fino agli anni '80, vincere la Big Ten equivaleva ad avere grandi possibilità di diventare campione nazionale. Ben 13 volte i campioni della più vecchia conference della NCAA, sono poi risultati campioni nazionali. Dagli anni '80 questa possibilità si è ridotta ad un lumicino, fino a scomparire dal 2002 in avanti.
So che rischio la figuraccia da qui a poche settimane con Ohio State in forte corsa per il BCS Championship, ma i numeri parlano chiaro: la rivalità tra Big Ten e SEC sta inesorabilmente scivolando a favore di quest'ultima.
Quantificandola in semplici bocce di cristallo, proprio l'attuale ultima (forte) speranza della Big Ten, ovvero Ohio State, è l'ultima vincitrice ormai più di un decennio or sono, mentre negli ultimi anni ben sette titoli sono finiti giù al sud compreso il BCS Championship del 2012 dove si sfidarono addirittura due squadre della stessa conference: Alabama e LSU.
Tuttavia, quando si tratta di entrate, la Big Ten non ha problemi a tenere dietro la grande rivale, generando più di 315 milioni di dollari di entrate nella sua ultima dichiarazione dei redditi (anno fiscale chiuso al 30 giugno 2012), mentre la SEC è quarta nelle entrate (circa 270 milioni dollari, secondo Forbes) dietro anche a Pac-12 e ACC.
Eppure, per quanto riguarda l'appeal dal vivo, la tendenza si inverte: durante la stagione 2012 giù al sud ci sono stati ben 75.538 tifosi a partita, nella Big Ten 70.040, Nessun altro campionato ha in media più di 60.000 spettatori a partita. Questo dimostra che parlando di spalti, oppure di schermi televisivi, Big Ten e SEC sono senza dubbio i due marchi più grandi e popolari in college football, e questo è ciò che rende l'arretramento tecnico della Big Ten così difficile per i suoi tifosi da digerire.

Evidentemente i dollari non sono tutto, come spesso succede nello sport.
"Sarebbe davvero difficile comprare un campionato nazionale in college football ", sostiene il direttore atletico di Michigan, Dave Brandon, che sovrintende uno dei più grandi e più ricchi dipartimenti atletici nel paese, che quest'anno ha rovinosamente fallito la stagione, "Ci sono un sacco di altre cose che portano al successo nel mondo del football. C'è la tradizione e la cultura e gli stimoli, e fortuna e abilità nel reclutamento e nella consistenza".
Tuttavia, come sostiene Jim Phillips di Northwestern
"C'è una precisa correlazione tra le risorse e la probabilità di successo. Certamente non garantiscono il successo, ma se si è sottodotati economicamente, ci si avvia verso una strada che rischia di non soddisfarti e di non centrare gli obbiettivi che ti sei dato".
Eppure la Big Ten non sembra avere problemi di risorse. Sei programmi della Big Ten hanno finito nella top 20 a livello nazionale in termini di ricavi e spese nel 2012, secondo i dati di USA Today, e ad esclusione di Northwestern che non può generare ricavi in quanto istituzione privata, tutte le undici scuole sono tra le prime 35 in fatto di bilancio.

Uno degli aspetti più importanti è il tipo di attività sportiva che esercitano le università nell'ambito della NCAA: i dati legati alle entrate delle sezioni sportive per l'anno 2012 mostrano che per la SEC le entrate del football sono superiori a quelle di altre grandi conference, circa il 59% di tutte le sue entrate atletiche. Big Ten, Big 12 , ACC e Pac-12, di contro, generano tra 46-52 per cento dei loro ricavi dal college football. Questo si amplifica quando si sovrappone al numero medio di sport universitari sponsorizzati a cui partecipano le università: Big Ten 24, ACC 23, SEC 20, Pac-12 19,5, Big12 18.
Se le università fossero delle imprese, il consiglio cinico sarebbe di tagliare gli sport poco redditizi per concentrarsi su quelli che lo sono di più. Ma i programmi atletici larga base sono una parte importante dell'identità della Big Ten, è quindi questa filosofia ad ostacolare l'arrivo di risultati proporzionali al denaro che producono?

Probabilmente un aspetto che non va sottovalutato è lo staff che ruota attorno al capo allenatore, e che numericamente si sta gonfiando un po' in tutti i programmi, specialmente in quelli che hanno ambizioni. Gli staff si rimpinguano soprattutto in profili legati al recruiting, e sebbene ci sia una limitazione a nove assistenti allenatori per squadra, non vi sono vincoli per il personale fuori campo, ormai assunto con definizioni esotiche come assistenti ai giocatori e sviluppatori dei giocatori... per dare un'idea, Alabama ha destato molto scalpore con i suoi 24 (ventiquattro!) uomini di personale noncoaching, che ha dato una forte mano alla squadra nella conquista dei tre titoli nazionali negli ultimi quattro anni da parte della squadra di Nick Saban.
Tuttavia Gene Smith, direttore atletico di Ohio State, è convinto che l'elefantiaco staff dei Crimson Tide non sia esattamente l'obbiettivo da perseguire, a sua detta "Un sacco di quei ragazzi dello staff di Alabama, scommetto che non sono al recruiting, ma stanno a guardare filmati", la vera buona sorte dei college SEC è la possibilità di avere giocatori di alto livello reclutabili nell'arco di non più di 150 miglia, ovvero High School di valore, che formano ragazzi bravi, ciò che negli anni d'oro era il carburante della Big Ten. Questo fattore demografico amplifica la miopia nel cogliere i talenti da parte delle università Big Ten: vero che solo cinque ragazzi scelti al primo giro del Draft sono della loro zona, ma di questi solamente due sono stati selezionati, gli altri sono stati costretti a ripiegare su programmi minori come Eric Fisher a Central Michigan.
La conseguenza quindi dev'essere non uno staff più grosso, che visiona centinaia di ragazzi nella speranza di trovare il famoso "diamante grezzo", ma uno staff più duttile, strategicamente più scaltro, che possa avere più tempo per muoversi dove attualmente si sfornano più talenti, in posti come Texas o Georgia, come ha voluto Smith per il suo coach Urban Meyer.

Combattere la tendenza dei migliori prospetti a rimanere vicino casa, non è una delle sfide della Big Ten, ma è L'UNICA sfida da vincere assolutamente.
L'incredibile successo della U negli anni '80, Florida State negli anni '90, e ora Alabama hanno cambiato la percezione del paesaggio del college football, le scuole del sud sono ormai percepite come i più performanti programmi BCS, le prime fabbriche di talenti NFL: praticamente la metà del primo giro del Draft viene dagli stati legati alla SEC. A questo aggiungete che paiono essere le più divertenti, con climi goduriosi... Perché "ghiacciarsi le chiappe" (Cit. Shaka) e soffrire per una stagione 7-6 in Michigan quando si può festeggiare e andare 13-0 ad Alabama? Un sacco di ragazzi ora la pensano in questo modo e sarà molto difficile per la Big Ten di cambiare queste percezioni e recuperare il terreno perduto. La conference al Draft 2013 ha rischiato di non vedere nemmeno uno dei suoi ragazzi selezionato al primo giro, fino a che i Dallas Cowboys hanno chiamato il centro di Wisconsin, Travis Frederick, con il 31st pick, che rimane il peggior risultato per la Big Ten da quando esiste il Draft.

Questo deve far pensare anche al tipo di gioco da proporre: la SEC ha preso la via pro-style, la Big Ten si è spostata su un run-heavy game oltre-tackle, implementando la option è prediligendo la mobilità del QB a discapito della precisione (e della frequenza) del lancio. Anche con l'avvento della pistol nella NFL e l'ascesa di Colin Kaepernick, Russell Wilson, Robert Griffin, la maggior parte dei migliori giocatori d'attacco della Big Ten non sono fondamentali. Il miglior quarterback nel 2012, Taylor Martinez (guarda caso di Nebraska) era junior non ha nessuna possibilità di giocare come quarterback nella NFL a prescindere. L'altro quarterback, Denard Robinson, sta cercando di riciclarsi come wide receiver. Le'Veon Bell e Monte Ball, top running back della conference, fuori dal primo turno 2013. È innegabile che se si vuole convincere un ragazzo a venire a giocare nella Big Ten, non gli si possono solo promettere tre o quattro anni di soddisfazioni collegiali, ma gli si deve far intravedere un futuro da pro.
Per il resto, ad una conference come la Big Ten, non resta che continuare il suo lavoro sui brand che sono indissolubilmente legati alla storia del college football, non ultimo con l'avvento di Big Ten Network, e l'ingresso di Nebraska che ha fatto allungare le mani della conference anche nel profondo centro degli States, anche se le nuvole all'orizzonte sono sempre le stesse: se non si vince, prima o poi l'interesse calerà e scoppierà la "bolla atletica" come l'ha definita Morgan Burke di Purdue, ovvero il corrispettivo sportivo della catastrofica bolla immobiliare. Con conseguenze, ovviamente, tutte da verificare.

Leggi tutto l'articolo su Minnesota @ Wisconsin su endzone.it

martedì 12 novembre 2013

I 500 dollari di Pudge Heffelfinger

Nel 1960 un uomo conosciuto solo come "Nelson Ross" entrò nell'ufficio di Art Rooney, il presidente dei Pittsburgh Steelers della National Football League. Dopo i convenevoli, l'uomo diede Rooney un dattiloscritto di 49 pagine sugli albori del football pro. L'esame del testo, fatto dai giornali dell'epoca, fece emergere soprattutto la notizia che il primo giocatore professionista di football americano in realtà era stato Wiliam "Pudge" Heffelfinger, originario di Minneapolis ed ormai morto sei anni prima a 86 anni dopo aver allenato Cal, Lehigh e Minnesota ed aver introdotto nella costa ovest il moderno gioco del football che da quelle parti, a fine '800, era ancora molto simile al rugby.
Heffelfinger era stato una imponente guardia (oltre 1.80 per oltre 90 chili) che in quell'epoca pionieristica aveva giocato per l'Università del Minnesota prima ancora di finire la High School. Tre volte All-American a Yale, allenato nel triennio 1889-1891 da Walter Camp, aveva sviluppato l'arte di quello che sarebbe diventato poi il "blocco" ed aveva continuato poi l'attività di football amatoriale con la Chicago Atletic Association, in cui aveva percepito dei rimborsi spese come era uso al tempo, ma che era stato poi ingaggiato per giocare per Allegheny il 12 novembre 1892 dietro compenso di $ 500 ($ 13.000 circa al giorno d'oggi). Fino a quel documento, era stato John Brallier, della Latrobe Athletic Association, ad essere considerato il primo giocatore di football professionista: poco più che sbarbatello, era stato contattato da Latrobe per sostituire all'ultimo minuto il loro quarterback con problemi di "contemporanea" con il baseball, ed aveva ricevuto 10 dollari a partita prima di dedicarsi al football universitario di lì a poco. Brallier era morto proprio nel 1960 ancora convinto di essere stato il primo giocatore ufficialmente pagato.
Vista la notizia a che pareva essere spuntata fuori da questo dattiloscritto, la Pro Football Hall of Fame si mise ad indagare e presto scoprì una pagina strappata da un conto del 1892 preparato dal direttore di Allegheny, O.D. Thompson, che includeva la voce "Game performance bonus to W. Heffelfinger for playing (cash) $ 500."
Anche se il pagamento non poteva essere verificato perchè contante, la Pro Football Hall of Fame, stabilì che Heffelfinger era stato il primo giocatore professionista di football americano documentato. Non contenti, scoprirono anche che il Pittsburgh Athletic Club aveva in precedenza offerto 250 dollari a Heffelfinger per giocare con loro in quella gara, sentendosi rispondere che non era sufficiente per rischiare il suo status di dilettante.
Il 12 novembre 1892, $ 25 per le sue spese e un bonus di $ 500 per la gara che vedeva di fronte l'Athletic Association Allegheny ed il Pittsburgh Athletic Club al Recreation Park, nel nord di Pittsburgh, una rivincita del 6-6 di qualche tempo prima in cui Pittsburgh aveva schierato uno sconosciuto spacciato per un ragazzo dei dintorni e poi scopertosi essere A.C. Read, capitano della squadra di college di Penn State. La sua presenza provocò diverse polemiche e fu stabilita quindi quella rivincita, in previsione della quale il Pittsburgh Press seguì il tentativo del locale Athletic Club di ingaggiare sia Heffelfinger che Knowlton Ames per $ 250 a cranio. I due rifiutarono e si inserì nella trattativa Allegheny che mise sul tavolo la cifra di 500 bigliettoni. Ames rifiutò, Pudge accettò trovandosi poi in gara attorniato da spalti pieni di tifosi avversari infuriati, fatto sta che la gara finì 4-0 per Allegheny con touchdown dello stesso Heffelfinger su un fumble ricoperto.
La settimana successiva, Allegheny pagò il tight end ex-Princeton Ben "Sport" Donnelly 250 dollari per giocare al fianco di Pudge contro il Washington & Jefferson College. Pur avendo due professionisti nella loro formazione, la Allegheny perse seccamente la gara per 8-0.
Qui inizia il mondo del football pro, e come inizio non fu certo male...

lunedì 4 novembre 2013

The Night The Clock Stopped

Un solo misero secondo.
Un attimo che decide il lavoro di una stagione, in un contesto così effimero come il college football.
4 novembre 1972, al Tiger Stadium di Downtown Baton Rouge arriva Ole Miss per una rivalità che conta già sessanta partite alle spalle ed un grandissimo equilibrio.
I Tigers sognano, hanno una striscia di 11 vittorie consecutive, sono 6-0 in quell'inizio stagione ed i sondaggi li danno #6 della nazione, i Rebels soffrono, in un avvio terrificante dove hanno subito tre sconfitte con Auburn, Georgia e Florida, non vengono considerati in nessuna maniera nel ranking nazionale, avviati ad una stagione anonima nel periodo di declino post-Vaught.
Ma la partita non va proprio come suggerivano i numeri, perchè le motivazioni di una rivalità cancellano come un colpo di spugna tutto quello che c'è stato prima. Si ricomincia da zero, dall'unica cosa che conta in quel momento: battere chi hai davanti, batterlo, strabatterlo, mandarlo nella polvere, lasciarglielo fino al prossimo anno, e se anche finirai la stagione nell'anonimato più completo, non importa, non conta niente, perchè oggi avrai battuto questo tuo avversario e questa è la cosa più importante. Di oggi. Della stagione. Della tua carriera sportiva. Della tua maledetta esistenza.

A poco più di tre minuti dal termine del quarto quarto, Ole Miss guida la partita 16-10 tra le urla del Tiger Stadium, LSU ha fatto letteralmente schifo ed è aggrappata alla sua difesa che costringe i Rebels ad accontentarsi di un field goal, ma è un calcio di quelli che pesano, perchè un +9 equivale a mettersi al sicuro da una segnatura e da una eventuale conversione da due punti. Steve Lavinghouse, il kicker di Ole Miss, già autore di tre field goal in quella stessa partita, fallisce clamorosamente dalle 27 yards e LSU, che qualche secondo prima stava rantolando pronta ad essere azzannata alla giugulare, si ritrova con la palla tra le mani, 80 yard da fare in 3:02, ma ancora viva.
Bert Jones, il QB che andrà a sostituire Johnny Unitas ai Colts al termine della sua carriera universitaria, mette assieme un drive che assume i contorni del disperato miracolo: LSU è subito costretta al quarto down ma riesce a convertirlo, poi nel corso del drive esce di nuovo dall'impiccio di una conversione di quarto, ma questi avanzamenti costano fatica, sudore e, soprattutto, secondi, che scorrono inesorabili, fino a quattro secondi dal termine. La banda di LSU suona Tiger Rag ininterrottamente  da quando la squadra ha ripreso la palla. Il ritmo dei cuori è accellerato.
1&10. Jones riceve lo snap, guarda, lancia su Jimmy LeDoux quello che era già, per quasi tutti, il passaggio dell'avemaria.
Incompleto.
Nonostante la capienza ufficiale sia di circa 67.000 persone, più di 140.000 occhi guardano l'orologio marcatempo. Quanto è passato? Sembra un'eternità. L'orologio segna 00:01. C'è tempo per un'altra avemaria.
Ancora oggi i tifosi di Ole Miss si chiedono come si faccia a concludere due azioni in quattro secondi, in uno sport che tuttavia è giocato su fasi estremamente veloci, in alcuni casi fulminee, se lo domandato tante volete anche Billy Kinard, l'HC dei Rebels, che l'ha messo anche nero su bianco dichiarando che non è umanamente possibile. Tuttavia chiama il timeout per preparare la difesa contro quella giocata da un secondo che vale la gara.
Charles McClendon, il capo allenatore di LSU, guarda Jones e questo gli strizza l'occhio, si sono già capiti pur non andando particolarmente d'accordo. Giocheranno una soluzione che di solito si tenta per le conversioni da due punti: tre ricevitori sulla sinistra in cui Brad Davis, un RB, è il più interno dei tre, Gerald Keigley va nel mezzo di fronte all'All-SEC DB Harry Harrison con LeDoux a fare il ricevitore esterno.
Snap, Jones riceve e prima di aver lanciato la sirena segnala la fine del tempo. Ma non la fine della gara.
LeDoux e Keigley partono con una corsa frontale momento dello snap e Davis corre al piloncino di sinistra con un difensore. Keigley mira a mettere fuori gioco Harrison e quindi prendere nel mezzo il marcatore di Davis, dandogli tempo di ricevere.
Jones vede Davis, carica, lancia. Davis fa un contromovimento per ricevere dando la schiena alla endzone, accecato dai riflettori, allunga la mano, la palla si appoggia e subito Brad la porta a sé e si gira per attraversare la goal line. E' passato un secolo dal suono della sirena. Harrison rinviene e tenta di spingere fuori dal campo Davis prima che questi attraversi la linea di gesso, ma è troppo tardi. Nessuna flag. Braccia alzate del referee.
Touchdown LSU.
Jim Kleipeter, che ha certo dimestichezza con il Tiger Stadium e lo ha visto "urlare" tante volte, afferma che il più potente ruggito che lui ricordi venire dagli spalti fu in quell'occasione, quando il cronometro era già fermo e anche i più lenti a dire l'Avemaria avevano già quasi finito di recitarla.
Tiger Stadium exploded, not in a wall of noise but in a surreal surround-sound of massive vibration that permeated everything, and was, for a moment, frightening. I felt like I might be lifted in the air. I could feel the stadium shaking for the only time in my life but I couldn't hear myself screaming.
Il Tiger continuò a vibrare come in un enorme terremoto senza nemmeno accorgersi che Rusty Jackson si apprestava a calciare la trasformazione che equivaleva realmente alla vittoria, avendo LSU in realtà solo pareggiato con il TD di Davis, ma pare, dalle cronache, che Jackson non ebbe grossi problemi, dando ai Tigers un'altra settimana per sognare, in attesa della gara di Birmingham contro Alabama, da cui ovviamente uscirono sconfitti abbandonando i loro sogni, come a ricordare che la gloria è assai fugace.
A volte, non conta essere la miglior squadra in campo per 59 minuti e 59 secondi: per Ole Miss, la sconfitta fu a dir poco bruciante, tanto che nello Yearbook del 1972, il risultato è riportato "Ole Miss 16, LSU 10 + 7". La vittoria invece è rimasta nell'immaginario collettivo di LSU come una delle più belle, delle più emozionanti, una vittoria talmente indimenticabile da ispirare anche i cartelli di confine tra Louisiana e Mississippi, che per un certo periodo recitarono:
"You are now entering Louisiana. Set your clocks back four seconds."

giovedì 17 ottobre 2013

All Or Nothing

You tell them what the men home from the war told you once upon a time. Keep striving. Don't quit. Anything is possible.
You tell them that if they work together they can achieve something special, something that endures.

You tell them about the Bulls of '58.

La University at Buffalo nel college football, è avvolta nell'anonimato del suo piccolo programma sportivo senza troppe pretese. Nel suo primo mezzo secolo o poco più di vita, ancora si chiamava University of Buffalo e non faceva parte del sistema universitario dello stato di New York, le sue squadre avevano infilato buone stagioni negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale da indipendenti, poi nulla più fino all'arrivo sulla sideline di Dick Offenhamer nel 1955 direttamente dal football di high school.
Dick lavorò bene, lavorò per dare onesti risultati ad un college che non aveva mai avuto grandi tradizioni e che nei suoi 120 anni di vita riceverà solo due inviti ad un bowl.
Nel 1958, alla sua quarta stagione da HC, Offenhamer portò Buffalo ad un lusinghiero 8-1-0 nelle nove partite di regular season aggiudicandosi la Lambert Memorial Cup come il miglior programma collegiale di piccole dimensioni nella parte orientale degli Stati Uniti, i due capitani di origini italiane Nick Bottini e Lou Reale ricevettero il trofeo nel corso di "The Ed Sullivan Show": il programma nella sua interezza festeggiò sentitamente perchè era la seconda miglior stagione della sua storia ma soprattutto era la prima in assoluto in cui Buffalo si rendeva elegibile ad un bowl.
Mike Wilson
Qualche giorno dopo, infatti, i Bulls furono invitati ufficialmente ad affrontare i Florida State Seminoles nella tredicesima edizione Tangerine Bowl ad Orlando, nell'impianto del Citrus Bowl.
Quando già si pensava alle divise da sfoggiare giù in Florida ed alla logistica per la banda musicale della scuola, gli organizzatori fecero sapere all'università che non avrebbe potuto schierare lo starting halfback Willie Evans ed il defensive end di riserva Mike Wilson.
Motivazione? La Orlando High School Athletic Association, tenutaria del Citrus Bowl, vietava la promiscuità razziale nelle sue attività sportive, Evans e Wilson erano afroamericani, di conseguenza o Buffalo lasciava a casa i suoi due ragazzi troppo scuri di pelle, o non scendeva in campo per il primo bowl della sua storia.

A nulla valse la rimostranza della Orlando Elks Lodge, sponsor della gara: l'associazione rimase inamovibile nel suo divieto. Ricorda la guardia Phil Bamford:
"We weren't the same team without Willie and Mike, whether they were benchwarmers or stars, we wouldn't have been the same team."
Joe Oliverio, il QB della squadra, era stato il primo della sua famiglia ad andare al college. Veniva da North Tonawanda, un sobborgo tra Buffalo e Niagara Falls. I suoi genitori erano, come si intuisce dal cognome, immigrati italiani di prima generazione che abitavano in un quartiere di immigrati quasi tutti italiani, comunque bianchi. La maggior parte dei ragazzi neri che aveva incrociato abitava in città, e veniva affrontato, ai tempi della high school, solamente sul campo, per cui per i ragazzi, il contatto con il mondo della segregazione razziale, se non il contatto tra i gruppi etnici, era per lo più intuito ma non toccato, fino all'arrivo nel variegato mondo universitario.
Anche per Oliverio la vita universitaria e la possibilità di giocare con i Bulls furono il disvelamento di un mondo nuovo: bianchi e neri vivevano, studiavano, si allenavano e giocavano insieme. Si mangiava assieme ad un compagno di colore, si passava il tempo libero, le serate, le nottate, assieme ad irlandesi, italiani, afroamericani... l'abbattimento dei pregiudizi, il disvelamento di un mondo diverso dai campanili visti fino a quel punto: era l'uscita dall'esistenza del quartiere per entrare in quella del mondo. 
"We were aware of what was going on in the country. But there was very little coverage where we were, it was absolutely incredible to us to think that another human being could be treated differently for the color of his skin."
Willie Evans
Evans veniva da downtown Buffalo, dalle parti di Purdy street, dove molti dei reduci di guerra furono suoi "genitori" quasi al pari dei suoi veri genitori, facendolo sentire parte di una comunità afroamericana che stava facendo la sua parte nella costruzione della più grande comunità americana. Evans aveva giocato a basket prevalentemente, oltre a dedicarsi all'atletica, ed era arrivato all'università con appena un anno di football alle spalle. Al primo allenamento quando Offenhamer gli aveva chiesto una dive lui si era buttato per terra, anzi, si era "tuffato" per terra. Nell'anno da freshman giocò 3 minuti e 41 secondi, come ama sottolineare con precisione, mentre nelle tre stagioni a Buffalo chiuse con più di 1500 yard corse e 15 TD.
Bamford ricorda che:
"We didn't look at the outside, we lived together and worked together and struggled together, so we saw the inside of each other."
Contro Harvard
E la stagione, con quelle premesse iniziò ad Harvard con la prima sorpresa: una vittoria nel fango per 6-3, davanti a duemila anime, poi altre due vittorie con Cortland e Western Reserve, poi l'amara sconfitta nell'homecoming con Baldwin-Wallace, allenata dal padre di Jim Tressel, Lee, per 26-0 che segnò in positivo la squadra, che non giocò più gare punto a punto, prendendo letteralmente il volo: Columbia, Temple, Wayne State, LEhigh e Bucknell.
Non essendoci stelle nella squadra, e non essendoci ambizioni personali, appare naturale l'andamento della squadra come appare naturale quello che decise la squadra stessa riguardo all'offerta del Tangerine Bowl, fu il logico proseguimento della stagione di lavoro e sacrifici che avevano appena concluso assieme: Dick Offenhamer lasciò quindi alla squadra la scelta se accettare o meno l'offerta, per alcuni sarebbe potuta essere una grandissima vetrina, per altri il coronamento di una carriera sportiva spesa non certo sotto i riflettori di programmi di football prestigiosi. I giocatori si riunirono nel seminterrato del Clark Gymnasium per decidere e quando i capitani Bottini e Reale si presentarono con dei biglietti in cui esprimere il voto segreto, i giocatori rifiutarono di compilarli.
All'unanimità, e senza nascondersi, respinsero l'offerta. All or nothing.

Fu un attimo che accese di nuovo i riflettori su coloro che erano stati grandiosi sul campo, e che furono superlativi nel loro lato umano, Willie Evans fu poi draftato dai neonati Bills della AFL ed ebbe un compagno che veniva da Ole Miss che si rifiutava di parlargli perchè di colore, simili episodi di razzismo strisciante ci furono anche quando prese servizio come insegnante, come se stesse "rubando" il mestiere ad un onesto professore bianco. Evans non si è mai scomposto, anzi, forse ha addirittura ridimensionato tutto questo rispetto al suo sentire, per lui quello che è contato, in quell'esperienza sportiva terminata con quel grande gesto di solidarietà, fu quello che lui ed i suoi compagni avevano fatto dentro il gridiron:
You appreciate the way your teammates responded in rejecting the bowl bid. You do. You feel that affection and commitment, and it brings you true joy even now. But to hell with the idea that what you had with them had to be put to a vote at all. [...]. The vote isn't your story. The game you didn't play is nothing next to the games you did play, nothing next to the feeling when the the gun went off and your effort, and the effort of every man on your side, was enough to win.




martedì 15 ottobre 2013

Ara Parseghian

“There are more good football teams today, I think, than there has ever been. I think it's much more significant today, and not to diminish past accomplishments, but the very fact that it's a different ballgame today, it's much more difficult to go undefeated and go on to win the national championship.”
La resurrezione di Notre Dame dalle paludi di fine anni '50 ed inizio anni '60 deve tanto ad un uomo dell'Ohio, di origini armene e francesi, che risponde al nome di Ara Raoul Parseghian.
Considerato a pieno titolo come uno dei migliori coach mai presentatisi sulla sideline dei Fighting Irish, assieme Knute Rockne, Frank Leahy e Lou Holtz, Parseghian nacque nel 1923 dal padre fuggito dalla Turchia durante il genocidio armeno, crescendo ad Akron, Ohio, una delle culle del football professionistico. La mamma, come tutte le mamme, non apprezzava molto che suo figlio si dilettasse in giochi pericolosi, ma a dispetto di questo, Ara si fece la fama di ragazzo duro, il più duro della sua classe tanto da essergli affidato il pattugliamento notturno della scuola per evitare vandalismi. La madre riuscì a tenerlo lontano da uno sport rude come il football solo per un anno, una volta arrivato alla Akron High School, poi lui stesso decise che avrebbe giocato anche senza il permesso dei genitori e le qualità di giocatore esplosero sotto Frank "Doc" Wargo, suo primo coach.
La sua storia da giocatore è simile a quella di tanti ragazzi nati attorno alla metà degli anni '20: football durante la high school, iscrizione all'Akron University per continuare quello che gli riusciva tanto bene, poi scoppio della seconda guerra mondiale ed abbandono degli studi per arruolarsi nella forze armate, la Marina degli Stati Uniti per un fermo di due anni. Durante l'addestramento su alla Naval Station Great Lakes conobbe Paul Brown che a molti forse non dice molto ma che è stato un mito dell'high school football guidando la Massillon Washington HC. Pur non partecipando alla stagione di Great Lakes per un infortunio, Parseghian fece tesoro dei metodi di allenamento di Brown.
Dopo la guerra, terminò la sua carriera universitaria presso l'Università di Miami in Ohio, e fu selezionato dagli Steelers nel draft del 1947, ma la contemporanea chiamata dei Cleveland Browns dominatori della appena nata All-America Football Conference, ed allenati da Paul Brown, lo fece propendere per questi ultimi con cui vinse i titoli AAFC nel 1948 e nel 1949 .

A soli 26 anni la sua carriera da giocatore si chiuse per un infortunio all'anca patito nella seconda gara della stagione 1949 contro i Colts, così Parseghian tornò nella sua alma mater come assistente allenatore per la squadra dei freshmen, sotto la guida di Wayne "Woody" Hayes nella stagione in cui Miami vinse la Mid American Conference Quando Hayes lasciò nel 1951 per approdare presso la Ohio State University , Parseghian prese il suo posto ed a 28 anni si ritrovò a capo allenatore rimanendovi fino al 1956, collezionando un lusinghiero record di 39–6–1 e due titoli Mid American, oltre ad una stagione senza sconfitte 9-0-0 con realtivo ingresso nel ranking nazionale proprio nell'anno in cui disse addio a Miami. L'approdo fu la ben più prestigiosa Northwestern University in Illinois, una delle università che aveva battuto con la piccola Miami, dove in otto stagioni compilò un record di 36-35-1.
La scelta di Parseghian in sostituzione del suo ex compagno ai Brows Lou Saban, risollevò NU da un periodo orribile iniziato dopo il 1948: all'arrivo del coach da Miami i Wildcats avevano ormai un ricordo sbiadito del Rose Bowl del 1948 ed erano reduci da quattro stagioni consecutive con record negativi nella Big Ten. Nelle sua stagioni a Nortwestern colse prestigiosi successi come le vittorie su Michigan e Ohio State nel 1958 ed addirittura si presentò al #2 del ranking nazionale nella successiva stagione, cogliendo un'infausta striscia di tre sconfitte che la estromisero dalla lotta al titolo della Big Ten 1959. Affabile, amante dei rapporti informali anche con i giocatori che vedevano in lui un ragazzo di pochi anni più grande (assunse la carica di coach a NU all'età di 32 anni), sfoggiò la sua capacità di recruiter con il piccolo budget di cui disponeva Nortwestern, la duttilità dei giocatori scelti permise a Parseghian nel 1962 di chiudere la stagione 7-2, e battere Ohio State e Notre Dame, quest'ultima davanti a più di 55.000 persone, record battuto solo recentemente. Motivi di frustrazione però, in quello che sembrava un piccolo paradiso per lui, ce n'erano e non pochi: il ridotto budget per il programma e gli alti standard accademici richiesti agli studenti-atleti per le borse di studio costringevano NU a fare sempre le nozze coi fichi secchi, a questo si aggiunse una progressiva perdita di feeling con il direttore atletico Holcomb che nel 1963 gli comunicò di non voler rinnovare il suo contratto nonostante la ottima stagione da 7-2 sopra detta. Nel volume di Jim Dent Resurrection: The Miracle Season That Saved Notre Dame, Parseghian commenterà molti anni dopo laconicamente: 
"I took them to the top of the polls in 1962, and that was not good enough for Northwestern"
Il successo di Parseghian con cinque stagioni positive e due ingressi nel ranking nazionale attirò comunque l'interesse di Notre Dame, anch'essa in cattive acque da diverse stagioni, e che nelle sfide con Northwestern da quando era stata ripristinata la serie nel 1959, aveva pigliato quattro briscole su quattro da Parseghian.
I primi contatti, a dire il vero non furono dei migliori: il reverendo Edmund Joyce parve freddo all'interesse di Parseghian per il posto, successivamente quando fu Notre Dame ad interessarsi seriamente al coach di Northwestern fu quest'ultimo a tentennare più che altro per motivi personali: Notre Dame è una istituzione profondamente cattolica, e Parseghian, memore dei racconti del padre, imputava ai silenzi della curia cattolica una parte della colpa dello sterminio della sua gente. Presbiteriano della chiesa armena, inoltre, si trovò a fare i conti con la tradizione di coach di Notre Dame laureati a South Bend e quindi, giocoforza, cattolici. Questo anni dopo porterà alla famosa stilettata di John McKay rifilata al reverendo Hesburgh, dopo il 55-24 del 1974 “That's what you get for hiring a Presbyterian!”
Al suo arrivo nel 1964 i Fighting Irish erano reduci da una stagione con 2-7-0 in cui gli unici due scatti d'orgoglio erano arrivati contro i classici "nemici" di USC e UCLA. Kuharich aveva tolto le tende per andare a fare il supervisore degli arbitri nella NFL, posto costruitogli a tavolino dal suo amico e commissioner NFL Pete Rozelle, Devore a cui era stato affidato l'incarico ad interim aveva bruciato la sua occasione con una stagione a dir poco disastrosa.
Parseghian, aiutato da tre suoi uomini di fiducia già a Northwestern più quattro ex giocatori degli Irish, oltre che da John Huarte in cabina di regia, diede una svolta al programma riaccendendo immediatamente l'interesse per Notre Dame, con un sistema d'attacco più spostato verso il passaggio. L'introduzione da parte della NCAA delle sostituzioni illimitate proprio in quel 1964 favorì l'uso nel solo attacco di giocatori fisicamente più compatti, che non sarebbero stati adatti al gioco di difesa.
Non quotati nel ranking, con previsioni che andavano da ottimistici 6-4 a più pacati 5-5, gli Irish sbalordirono tutti giungendo ad un record di 9-0 prima della gara con USC: al Los Angeles Memorial Coliseum, #1 del rank e accreditati di un vantaggio di 11 punti secondo gli esperti, i Fighting Irish videro crollare i loro sogni di gloria dapprima con una controversa chiamata arbitrale che diede a USC il 20-17 dopo essere stata sotto 0-17, poi con un passaggio di Huarte a sei secondi dalla fine, reso vano da quattro Trojans.
La sconfitta con USC fu un "incidente" che purtroppo si ripeterà spesso nelle undici stagioni di Parseghian sulla sideline di Notre Dame: dal 1964 al 1974 i Trojans si imporranno ben sei volte oltre a due pareggi. D'altronde si parla dei due programmi probabilmente più forti del periodo: gli Irish di Parseghian avranno solo stagioni positive negli undici anni dell "Ara Era", vincendo due titoli nazionali un Cotton Bowl, un Orange Bowl ed un Sugar Bowl.
La laurea di Huarte, Heisman Trophy del 1964 con più di 2000 yard di passaggi, e di Snow costrinse Notre Dame ad una piccola rivoluzione che portò il programma nel 1965 ad un "modesto" 7-2-1. Parseghian trovò le sue nuove galline dalle uova d'oro nel quarterback Terry Hanratty e nel receiver Jim Seymour: otto vittorie d'infilata fino al celeberrimo 10-10 con Michigan State uno dei tanti Game of The Century.
Parseghian venne fortemente criticato per la sua dose massiccia (per molti stomachevole) di pragmatismo quando fece trascorrere gli ultimi secondi della gara senza tentare la vittoria, tuttavia questa scelta, coronata dalla demolizione 51-0 di USC la settimana dopo, fece tornare quel titolo nazionale che mancava a South Bend dal 1949.
Due anni dopo, una nuova rivoluzione, questa volta concettuale, e se vogliamo epocale, coinvolse l'ateneo dell'Indiana: per reperire fondi per pagare le borse di studio minori, Notre Dame acconsentì all'invito degli organizzatori del Cotton Bowl e scese in campo contro i Texas Longhorns campioni nazionali perdendo 21-17. Questo avvenne poco dopo la riaccensione della rivalità con Michigan che avvenne nel 1969 quando le due scuole siglarono l'accordo anche grazie alla vecchia conoscenza tra Parseghian ed il coach di Michigan Schembechler, suo assistente a Northwestern.
Il secondo titolo nazionale giunse nel 1973 dopo due anni più opachi, la stagione perfetta sia di Alabama #1 che di Notre Dame #3 fece incontrare le due squadre al Cotton Bowl in quello che a tutti gli effetti si poteva considerare uno spareggio.
La gara, considerata tra le più belle ed emozionanti di tutta la storia del college football, vide la vittoria degli Irish 24-23 ed il palese sbugiardamento di Coaches' Poll, che dichiarava il proprio campione nazionale prima del periodo dei bowl, fece si che venisse cambiato quest'uso e venisse spostato il rilascio dell'ultimo poll a dopo la postseason.
L'ultima stagione da allenatore, il 1974, fu funestata da diversi episodi drammatici sia all'interno della squadra che nella vita privata del coach: a luglio Luther Bradley, Russ Browner, Al Hunter, Willie Fry, Roy Henry, e Dan Knott, sei componenti della squadra tra cui quello che venne definito dai giornali "the heart of the Irish defense", vengono accusati di violenza sessuale ai danni di una ragazza diciottenne all'epoca. Immediatamente sospesi, lasciano Parseghian profondamente deluso. Sul campo la stagione è segnata alla terza settimana da una sconfitta assolutamente inaspettata con Purdue, che aumentò a dismisura la pressione sul coach fino a fargli decidere ben prima di dicembre, di rassegnare le proprie dimissioni. Fisicamente esausto ed emotivamente svuotato, come egli stesso si definì, Parseghian mostrò di aver subito il contraccolpo non solo dei guai sportivi, ma anche di quelli personali, con la morte di tre dei suoi più stretti amici e la scoperta da parte di sua figlia, di essere affetta da sclerosi multipla. La gara di addio, una sorta di rivincita dell'Orange Bowl dell'anno prima, finisce 13-11 per i ragazzi di South Bend, fissando il suo record a 95-17-4, il secondo maggior numero di vittorie da parte di qualsiasi allenatore di calcio nella storia della scuola, dietro Rockne. Parseghian aveva solo 51 anni, ma aveva lasciato profonde emozioni a Notre Dame, e non solo, dato che su sua esplicita richiesta erano spariti dalle divise di gioco tutti i segni ornamentali e che, nei suoi undici anni da capo allenatore, gli Irish non avevano mai indossato il verde, avendo imposto Parseghian come colore di casa il blu na

Tralasciando la carriera di commentatore sportivo, sicuramente molto più rilassata di quella di coach di una delle squadre più prestigiose nel panorama del college football, va aggiunto che Parseghian fu inserito nella College Hall of Fame nel 1980, a 59 anni.
La lotta alle malattie genetiche, maturata anche in conseguenza della morte di tre suoi nipoti per la Malattia di Niemann-Pick di tipo C, oltre alla diagnosi di sclerosi multipla della figlia, è sfociata nella fondazione della Ara Parseghian Medical Research Foundation nel 1994.

giovedì 10 ottobre 2013

Il Cotton Bowl del 1954

Alabama vs. Rice, rispetto alle previsioni degli analisti, non fu certo così sensazionale nel punteggio il 28-6 per i gufi rispecchiava quanto combinato durante l'anno dalle due università.
Alabama si presentava al Cotton Bowl con Harold Drew sulla sideline, imbattuta in stagione per quanto riguarda le gare intra-conference: i pareggi contro LSU, Tennesse e Mississippi State non avevano intaccato la leadership della SEC, così i Crimson Tide si erano lasciati dietro Georgia Tech, Kentucky e Ole Miss tutte ferme a 4-1-1. Il ranking però puniva i ragazzi di Tuscaloosa lasciandoli fuori dai primi dieci della nazione.
Viceversa Rice guidata da Jess Neely, per una vita sulla sideline dei gufi, era al suo secondo Cotton Bowl dopo aver chiuso la stagione 9-2 ed aver condiviso con Texas il titolo di Conference per il 1953. Il Ranking accreditava gli Owls della sesta piazza nazionale e dei favori del pronostico come sopra detto.

Davanti a più di 75.000 persone, dopo essersi scambiati i punt, fu Alabama a portarsi avanti a metà periodo quando Bart Starr (si esatto, quello che tutti si ricordano a Green Bay) che intercettò un passaggio di Fenstemaker ritornandolo fino alle 48 di Rice, questo possesso si chiuse poco più tardi con una corsa di Tommy Lewis per il 6-0, la trasformazione non andò a buon fine.
Rice si scosse rapidamente e rispose con quello che poi sarebbe stato il mattatore dell'incontro, ovvero Dicky Moegle, che concluse una corsa da 79 yard in TD per il 7-6.
A metà del secondo avvenne la giocata chiave dell'incontro, Moegle ricevette l'handoff dal quarterback LeRoy Fenstemaker direttamente nella propria endzone e corse sul lato destro dove si era aperta la strada, l'accelerazione fu ottima dato che a circa metà campo era praticamente solo verso l'endzone di Alabama, a quel punto il running back Tommy Lewis si alzò dalla panchina su cui era seduto, entrò in campo e mise giù con un placcaggio Moegle sulla linea delle 42 yard, poi se ne tornò a sedere tutto tranquillo. 
Il referee Cliff Shaw come "sanzione" per l'episodio assegnò un touchdown da 95 yards a Moegle, anche se questi non raggiunse mai fisicamente l'endzone. Il Reading Eagle commentò scherzosamente l'accaduto:
"The incident became the first in bowl game history where a man on the bench tackled a runner, and also the first where a runner received credit for a touchdown while flat on his back 38 [sic]yards from the goal line."
Tommy Lewis, intervistato da The Tuscaloosa News rilasciò una dichiarazione non molto illuminante:
"I didn't know what i was doing when I had him tackled. I jumped and i got back on the bench. I Kept telling myself 'I didn't do it, I didn't do it'. But I knew I did."
Come disse lo stesso Lewis, aveva fatto qualcosa di cui veramente avrebbe sentito parlare per tutta la vita, e per di più che non contò un beneamato perchè lo scatenato Moegle segnò un altro touchdown nel terzo periodo su una corsa di 37 yard a coronamento di un drive di 67 yard per i gufi, e chiuse nel quarto periodo Grantham portando il punteggio finale ad un perentorio 28-6.
Un bizzarro (o se vogliamo un dispettoso) fato volle che l'unico ad essersi dimenticato di quello che avvenne sia proprio Lewis, che dopo una carriera da coach in leghe minori, ora soffre di Alzheimer.

domenica 6 ottobre 2013

5th down


Il destino quasi mai segue un ritmo scandito, una progressione lineare, ma fa giri strani, piroette su sé stesso. Ci sono quegli anni in cui non si capisce subito che tocca a te, ma poi avverti da come girano certe gare, da come negli episodi che contano, la fortuna non ti giri più le spalle, ma anzi ti prenda per mano. Magari è questione di ottimismo, di lavoro, di fiducia nei propri mezzi, e quello che ti era stato tolto beffardamente, ti ritorna con gli interessi.

Giù a Boulder, coach McCartney stava lavorando bene, la triple option in voga già sul finire degli anni '70, messa in pratica dall'OC Gerry DiNardo, aveva portato la squadra a tre Bowl nell'85, '86 ed '88, e ad un passo dall'olimpo l'anno prima, con la sconfitta all'Orange Bowl contro Notre Dame per 21-6 che era costata la prima piazza del ranking a favore degli Hurricanes allenati per la prima stagione da Dennis Erickson, una brutta botta per chi aveva assaporato, per la prima volta nella sua storia, com'era accaduto ai Colorado Buffaloes, il profumo del titolo nazionale, per poi vederselo sfilare via.
Come racconta Gerry DiNardo “Noi venivamo da anni di frustrazione: spesso eravamo costretti a lanciare sul primo down e in caso di incompleto eravamo subito al 2nd & 10. Non si può sprecare un down importante come il primo nel football, è un down troppo rilevante per l’attacco. Sul primo down la difesa non sa cosa aspettarsi, mentre 2nd and 10 favorisce la lettura della difesa. Per cui dovevamo fare qualcosa. Avevamo dato ai nostri ragazzi un credo: con le letture giuste, la triple option ci consentiva un guadagno di 4 yard ogni volta di media. Istruimmo i ragazzi a giocare 1st and 10, 2nd and 6, 3rd and 2. E dicemmo loro, se riusciamo a convertire la metà dei terzi down, saremo inarrestabili. E andò quasi in quel modo”.

La preseason aveva assegnato i favori del pronostico di nuovo a Miami, mentre Colorado, dopo l'amaro in bocca della fine stagione precedente, era data #5. L'esordio in stagione era previsto contro Tennessee: i Volunteers erano anch'essi nella Top 10 di preseason (#8), e sfidavano Colorado nella cornice di Anaheim per la prima edizione del Pigskin Classic, una sorta di concorrente west coast del Kickoff Classic.
La gara non fu certo semplice, Tennessee poteva schierare nove giocatori dell'attacco ed otto della difesa provenienti dall'anno prima, ma nonostante i tre turnover nel primo quarto, riuscì a portarsi avanti solo 7-0, il primo tempo si chiuse sul 10-10 a rimarcare l'equilibrio in campo. La progressione dei Buffs nel terzo quarto, si chiuse con un vantaggio di 31-17 con 7:11 da giocare. Il braccino corto di Colorado però permise ai Volunteers di riportarsi in parità 31-31 ed addirittura avere il drive della vittoria, morto a 16 yards dalla endzone. Era il primo pareggio per Colorado dal 1982, e coach McCartney parve frustrato nelle dichiarazioni post-gara, il suo Quarterback Hagan, si dimostrò molto più serafico:
“You can’t say it was almost like a loss, because it wasn’t a loss.”
Il pareggio fece scendere Colorado a #6 in attesa di quattro gare non-conference: nella prima Stanford fece sudare al Folsom Field i nero-oro, il 21-17 striminzito fece scendere ancora la considerazione sui Buffs, non parliamo poi della successiva gara del 15 settembre a Champaign contro Illinois #21, finita in una sconfitta seppur di misura 23-22. Lo scatto d'orgoglio si materializzò a cospetto di Texas, sconfitto a domicilio ad Austin 29-22, ed in casa contro gli Huskies, battuti 20-14.

Ad Ottobre iniziano di norma le gare di Conference, Colorado era chiamata alla trasferta presso Columbia, per la sfida ai Missouri Tigers, avversario non certo irresistibile.
L'assenza di Darian Hagan, QB dei Buffs, dava spazio al backup Charles Johnson, e non variava le previsioni che vedevano gli ospiti fortemente favoriti, tuttavia la gara rimase punto a punto: 14-14 all'intervallo, 24-24 a 11:11 dal termine, per poi virare a favore, inaspettatamente, di Missouri con un passaggio di Kiefer da 38 yard per Mays, che con 2:32 da giocare dava il vantaggio 31-27 ai Tigers. Jonhson condusse i Buffs ad un ultimo drive al cardiopalma con attacco hurry-up, completando a 40 secondi dal termine un passaggio per il TE Jon Boman che scivolò alla yarda a causa delle condizioni del campo. Immediatamente le squadre si riassettarono attorno allo scrimmage e Johnson fece una spike per fermare il cronometro, il secondo down non ebbe esito (Eric Bienemy fu nuovamente fermato alla yarda) e Colorado chiamò il terzo ed ultimo timeout.
Durante il timeout i referee non avanzarono il marcatore dei down che rimase sul 2, e Colorado riprovò uno schema similare con Bienemy di nuovo stoppato sullo scrimmage e Johnson, letto il "3" sul marcatore, fece una nuova spike per avere tempo di giocare l'ultimo down con il cronometro fermo, a 2 secondi dalla fine. Il quarto down, in realtà quinto, fu infine realizzato dallo stesso Johnson che segnò il TD della vittoria.
Il referee J.C. Louderback e la officiating crew della Big Eight conferirono per quasi venti minuti per decidere la loro linea di condotta sulla giocata. Durante questo tempo, commentatori radio e video si accorsero (ovviamente) che Colorado aveva segnato con l'aiuto di un down supplementare. Louderback fu inquadrato al telefono. Dopo una lunga consultazione, gli arbitri annunciarono la loro decisione: touchdown, con invito a Colorado ad eseguire la conversione per l'extra point, ma per non rischiare, i Buffaloes eseguirono una nuova spike (la terza in uno stesso drive, record mai più eguagliato) e chiusero la gara con un controverso 33-31.
Il "Quinto Down" come fu subito ribattezzato, era una riedizione di un errore simile, occorso in favore della Cornell nella stagione 1940. All'epoca il college vincitore a causa (o grazie a) quell'errore, diede forfait per la gara, concedendo la vittoria d'ufficio ai Dartmouth Indians. La stessa ipotesi fu presa in considerazione per la gara di Columbia, ma Bill McCartney, ex Missouri Tigers da giocatore, peraltro, pur ammettendo di averci pensato, aveva scartato l'idea perché "il campo era pessimo", la lamentela si concentrava sulla scarsa presa del terreno, piuttosto liscio, che a suo dire aveva causato ripetuti slittamenti e cadute durante il gioco. Non contento, aveva accusato i responsabili di Missouri di non aver volutamente aggiunto sabbia sul campo, al fine di renderlo più scivoloso.
Nonostante l'appello alla Big Eight Conference proposto da Missouri, Carl James, Big Eight commissioner, fu irremovibile:
"It has been determined that, in accordance with the football playing rules, the allowance of the fifth down to Colorado is not a post-game correctable error, the final score in the Colorado-Missouri football game will remain as posted."
L'officiating team fu sospeso a tempo indefinito e Colorado, dopo sei gare, si ritrovò 4-1-1, ancora in corsa per il titolo seppure #14 del ranking.
Dal grande "spavento" nacque la grande consapevolezza: i ragazzi di McCartney (che riuscì a dispiacersi di quella sorta di furto solo nel 1998) iniziarono una serie di gare dove misero in mostra una vera superiorità. Batterono Iowa State 28-12, Kansas 41-10, #22 Oklahoma 32-23, per giungere al Memorial Stadium di Lincoln, contro i Cornhuskers #3.
Sotto 12-0 all'inizio del quarto quarto, I Buffs trovarono due TD (il primo con mancata conversione da 2) poi una terza segnatura per il 20-12, per poi fermare il decisivo drive di Nebraska e conquistare un nuovo possesso portato a compimento da Bienemy, autore di tutti e quattro le segnature della squadra.
Sull'onda della memorabile vittoria, Colorado liquidò Oklahoma State e Kansas State al Folsom Field (41-22 e 64-3) presentandosi #2 all'Orange Bowl contro i Fighting Irish.

A volte il destino ti riserva delle vendette veramente inaspettate: Notre Dame aveva di fatto scucito il titolo nazionale a Colorado l'anno passato, cucendolo sul petto di Miami.
Ora a Miami, Colorado poteva vendicarsi. Ed a ben vedere, lo fece nella maniera più vistosa possibile:
Dopo un primo quarto senza segnature fu Colorado ad andare 3-0 con un Fg di Jim Harper dalle 22 yard. Pochi minuti dopo, su un 2&goal, il tailback Ricky Watters si tuffò in touchdown dalle 2 yard per dare ai Fighting Irish il vantaggio, che non si incrementò quando Ronnie Bradford bloccò la trasformazione di Craig Hentrich, 6-3. Questo costò l'interruzione della striscia di trasformazioni realizzate da Hentrich a 73 tentativi.
I Buffaloes, sotto di 3, rimasero senza il QB titolare poco prima dell'intervallo lungo quando Hagan si infortunò seriamente ai legamenti del ginocchio sinistro e dovette lasciare il posto a Johnson. Nel terzo quarto Bienemy realizzò l'unico TD per Colorado che arrivò all'ultimo quarto in vantaggio minimo 10-9.
Poi probabilmente l'ultimo punt della partita, della stagione, per molti ragazzi dell'intera vita sportiva nel football. Raghib Ismail ritornò il calcio per 92 yard per il touchdown all'apparenza vincente con 43 secondi dalla fine. Questo avrebbe suggellato la vittoria per Notre Dame e sarebbe nuovamente costato il titolo a Colorado, ma arrivò una flag, e sulla giocata si abbattè come una mannaia la penalità di clipping (blocco illegale basso, per semplicità), chiudendo di fatto l'incontro a favore di Colorado che secondo AP poll si potè considerare campione nazionale al pari di Georgia Tech (preferita da coaches poll ed imbattuta seppur con un calendario facile).
Fu una sorta di canto del cigno del sistema triple option, ucciso dal recruiting che non lasciava scampo a scuole che non formavano atleti con possibilità di poter diventare professionisti ben pagati, ma fu un canto che ancora oggi a Colorado, ricordano bene.

Il fato toglie ed il fato restituisce...

giovedì 3 ottobre 2013

USA 2007 World Champion

Voi direte "beh, facile facile".
Ed in effetti, chi deve vincere i mondiali di football americano se non l'America?
Tuttavia a Kawasaki, quella finale contro il Giappone non fu propriamente una passeggiata come lo erano state le gare del girone, dove gli Stati Uniti avevano liquidato la Corea del Sud 77-0 e la Germania 33-7, entrambe al piccolo Kawasaki Stadium, capace di 2.700 persone.
La nazionale statunitense era alla prima apparizione mondiale, selezionata con criteri molto rigidi dalla USA Football, una associazione per lo sviluppo del football a livello giovanile e amatoriale: una sorta di federazione, creata dalla stessa NFL per promuovere il football e rappresentare gli Stati Uniti in seno alla federazione internazionale. Nel 2007 aveva assunto John Mackovich ex HC dei Chiefs e dei Texas Longhorns, per l'avventura del primo mondiale, scegliendo tra i ragazzi ex-college che non erano mai stati professionisti, e che dovevano aver terminato il college da non più di un anno e, in surplus, il roster doveva essere composto di giocatori provenienti da tutti i livelli del football collegiale.
Ne uscì un mix di giocatori per la maggior parte nati tra il 1983 ed il 1984 tra cui Josh Kubiak, Free Safety da Mary Hardin-Baylor, college di terza divisione, affianco a gente come Jeremy Van Alstyne, DE che aveva giocato per Michigan al Rose Bowl del 2003 e che era stato scoutato per il draft 2007, e il compagno a Michigan Brian Thompson. Certo, a ben vedere, ragazzi che si sono giocati dei Bowl non dovrebbero avere partita contro chicchessia nel mondo, ma proprio questa pressione non doveva certo giovare a ragazzi che si stavano per trovare di fronte le migliori scelte del campionato giapponese, allora forte di 64 formazioni semiprofessionistiche che pescavano dal campionato universitario istituito alla fine della seconda guerra mondiale.
Non uno scherzo, il Giappone finalista aveva ottenuto due vittorie in altrettante precedenti edizioni sbarazzandosi di Messico in entrambi i casi, aveva a roster gente sicuramente più esperta, con decenni di football alle spalle come Masahiro Nomuna, DB del 1971 o Akihito Amaya, WR del 1972. L'unico aspetto di cui si poteva stare certi era la differente "taglia" delle due squadre, con i giapponesi che pagavano genericamente centimetri e chili in un gioco fatto di contatto (o collisione, come diceva Lombardi).

Il 15 luglio del 2007, al Todoroki Stadium, capace di 25.000 persone ma riempito con poco più di 10.000 anime, sotto la pioggia causata dal tifone Man-Yi, che aveva imperversato nel sudest del Giappone nei due giorni precedenti, scesero in campo i padroni di casa e detentori del titolo, ed USA Football. Gli ospiti passarono per primi con Kyle Kasperbauer da Nebraska-Omaha, trasformato da Coffin, pareggio scaturito dal lancio di Yuichi Tomizawa per per il DL Mitsunori Kihira , scattato in posizione di receiver verso l'angolo destro della endzone (trasformazione valida) e sorpasso con un field goal di Kaneoya da 49 yards sotto la pioggia, che non è da tutti, nonostante il forte vento che spirava in quel momento, avesse aiutato l'eccezionale calcio.
Dopo il riposo lungo, gli USA cercarono di spostare il gioco dalle corse di Kasperbauer ai lanci, ma Austin trovò faticoso riuscire a trovare WR liberi nel backfield, il grande lavoro difensivo giapponese portò solo ad un field goal dalle 35 yards di Coffin a 4:18 dalla fine del terzo, apparentemente annullando le differenze di taglia tra i ragazzi del Sol Levante e gli americani.
Il Giappone riuscì invece a variare i giochi sfruttando la precisione del QB Tomizawa che trovò un altro passaggio perfetto al tight end Takuro Mayuzumi in endzone portando il risultato a 17-10 in favore del Giappone con 7:07 dalla fine della gara.
La risposta statunitense fu da squadra di rango: 80 yard di drive conclusa con una corsa di Kasperbauer con 2:51 sul cronometro, minuti che il Giappone non riuscì a far fruttare. Fu così che entrò in scena l'overtime che ricalcava quello utilizzato nei bowl: ognuna delle due squadre partiva dalle 25 dell'avversario, al termine chi era in vantaggio vinceva. In caso di parità si ricominciava con altri due drive.
Il finale thrilling portò a due segnature nella prima serie, con due field goal (20-20), sulla successiva serie, il calcio di Kaneoya dalle 34 non centrò i pali grazie alla deviazione di Chris Thomer, mentre Coffin non fallì l'esecuzione che diede la vittoria agli americani.
Abe, HC del Giappone, espresse rammarico e orgoglio per lap restazione

"It's really hard to express how I feel right now," Abe said at the post-game news conference. "We've always put our target on the United States since March, and thought we by any means wanted to play with them."
Mackovic elogiò la difesa e la capacità di reagire alla segnatura del 17-10:
"We knew neither team would not give many points in this game. So we were fortunate to battle back in the fourth quarter."
Si tende a definire chi vince la NFL, "World Champion" per il football, tuttavia Coffin e Kasperbauer, eroi della giornata, e tutti i loro quarantaquattro compagni, sono storicamente i primi veri ed ufficiali ragazzi statunitensi ad essersi laureati campioni del mondo.