lunedì 31 dicembre 2012

Permian Panthers

Che faccia ha Odessa, Texas?
Un ritratto a pennellate violente del West Texas, dove la natura sopra il pelo del suolo non è stata particolarmente generosa, in una sorta di terra di nessuno che galleggia sul petrolio, su cui si incrociano strade polverose e conigli a cui sparano gli abitanti della zona.
Permian. Texas. Football. Panthers.
Quella diventata famosa al di fuori dei patiti dell'high school football per il libro, il film e la successiva serie Friday Night Lights in cui veniva tratteggiata a tinte forti la stagione 1988 dove i Panthers giunsero alla semifinale statale del Texas.
Storia considerata il quarto miglior libro sportivo di sempre ed il migliore mai scritto sul football, e che ha scosso non poco la comunità da sempre attaccatissima a questa realtà sportiva, che ancora sente la ferita sulla pelle.
I giocatori hanno sostanzialmente confermato l'impianto del libro e gli episodi in esso contenuti, in special modo Brian Chavez, TE della squadra all'epoca, mentre i tecnici hanno preso le distanze, a partire da coach Gary Gaines, che ha sottolineato come il libro spingesse sui lati più controversi della sua gestione come il razzismo ed il lasciare assai in secondo piano l'aspetto scolastico dei giocatori, pur sempre studenti di scuola superiore, "None of us were all perfect" ha dichiarato in apertura di una intervista per ESPN. Molto meno contenuti sono stati i commenti dell'allora secondo e poi capo allenatore tra il 1994 ed il 1999 Randy Mayes, che ha bollato il libro come un romanzo in toto, costruito per creare controversia e quindi interesse, e quindi soldi.
Bissinger, autore del libro, a distanza di ormai venticinque anni dalla sua pubblicazione, si inalbera ancora sul suo presunto "tradimento" ai danni della comunità di Odessa, ricordando che ogni episodio presentato nel libro non è mai stato smentito ufficialmente alla prova dei fatti. Il volume non aveva peraltro avuto una genesi facile: Gaines all'inizio aveva rifiutato l'idea della scrittura di questo tipo di volume, terrorizzato dall'idea di fare la figura rimediata da Bobby Knight, allenatore di basket di Indiana tratteggiato da John Feinstein nel suo A Season On The Brink, ma alla fine aveva ceduto, cadendo nell'idea, poi generalizzata, che il libro sarebbe stato una specie di esaltazione totale del programma.
Un programma che lasciava totale libertà ai ragazzi a partire dal pass gratuito di entrata ed uscita, ed una sorta di immunità per gli impegni scolastici, come confermato da Boobie Miles, una delle stelle (quell'anno messo fuori dall'operazione al ginocchio), che ha rimproverato la scuola di averlo semplicemente "promosso" senza dargli una vera istruzione.
Gaines ha sempre rifiutato questa visione dei fatti, sottolineando che moltissimi degli studenti che hanno partecipato al programma di football sono poi diventati medici, avvocati, eccetera. Rimane questa idea che emerge dal libro, oltre all'innegabile fatto che Odessa sia presa ad esempio di mali congeniti ad una terra come il sud degli Stati Uniti, mali che sulla carta sono ormai acqua passata ma che nelle parole dei tecnici che hanno lavorato al programma, ancora sono ben presenti.
Per dovere di cronaca, il film tratteggia in maniera decisamente più edulcorata il problema del razzismo preferendo sottolineare le capacità dell'allenatore, la coesione del gruppo ed il "fanatismo" di tifosi e booster, mentre la serie (che non ho visto) sembra invece molto ben centrata su certi aspetti di Odessa come rappresentazione in scala di quello che avviene negli Stati Uniti.
La Permian, nella stagione 1988 giunse appunto alle semifinali statali (nel film diventa la finale, per dare maggiore forza ad una narrazione che assume i soliti caratteri epici); l'anno successivo, sotto la guida dello stesso Gaines, vinse il titolo del Texas e fu eletta squadra campione nazionale seppur in coabitazione con la St. Ignatius di Cleveland.

domenica 23 dicembre 2012

The Immaculate Reception

Sono passati esattamente quarant'anni da una delle storie che ha fatto più discutere gli appassionati di football e di NFL, ci si è scritto sopra quintali di articoli, girate ore di documentari ed interviste, scomodate persino unità investigative informatiche per vagliare il materiale a disposizione e dare una versione definitiva. Uscire dal dibattito della cronaca ed entrare nel museo della storia, possibilmente nella casellina giusta.
Invece pare che resterà per sempre una sorta di mistero quello che successe al Three Rivers Stadium, lo stampino di Pittsburgh dove i padroni di casa, gli Steelers di Terry Bradshaw affrontavano i Raiders in uno dei due divisional dell'AFL.
Cinquantamila spettatori sugli spalti e un primo tempo in cui le squadre non erano andate a tabellone, con le difese che avevano dominato gli attacchi, poi un field goal di Gerela aveva dato un minimo vantaggio ai padroni di casa nel terzo quarto, raddoppiando il vantaggio nell'ultimo quarto con un altro calcio dalle 29 yards. Gli Steelers erano stati poi sopravanzati da Oakland che era andata finalmente sul tabellone con una corsa del QB di riserva Ken Stabler che si fece 30 yards per il vantaggio 7-6 con poco più di un minuto da giocare.
Alla ripresa Bradshaw non si ritrovò in una bella situazione: 22 secondi restanti, quarto e dieci da trasformare dalle proprie 40 e zero timeouts per Pittsburgh. Coach Noll gli chiamò un 66 Circle Option ovvero un passaggio (e qui se lo potevano aspettare) ma per Barry Pearson, un rookie non solo al primo anno di NFL ma alla prima partita in assoluto. Allo snap il gioco non venne certo come doveva perchè Oakland riuscì a mandare Cline e Jones, due uomini di linea a mettere molta fretta Bradshaw che mise il pallone verso le 35 avversarie dove si trovava l'halfback Fuqua scattato come ricevitore, e dove stava accorciando il safety Tatum.
L'impatto fu inevitabile ma soprattutto fece rotolare la palla indietro di diverse yards dove il fullback di Pittsburgh Harris la raccolse, protetto da McMakin, e si diresse in touchdown tenendo alla larga dalla palla il DE Jimmy Warren.
Ma chi toccò la palla? Fuqua? Tatum? E se la toccarono entrambi, in che ordine la toccarono? Non sono cavilli perchè chi raccolse la palla, ovvero Harris, non avrebbe potuto farlo se Fuqua e solo Fuqua aveva toccato la palla. L'eventuale tocco di Tatum rimetteva tutti gli altri dieci giocatori dell'attacco in posizione di ricevitori elegibili, e questo capite che faceva molta, ma molta, differenza.
Il capo arbitro Swearingen chiamò gli ufficiali e dei suoi cinque collaboratori Burk e Harder dichiararono il tocco di Tatum e quindi la convalida del touchdown, l'ufficiale però sembrava non molto convinto o no del tutto convinto della sua crew, così si avvicinò a bordo campo e chiamò Jim Boston, che era l'ufficiale di sideline degli Steelers, chiedendogli di metterlo in contatto con il supervisore degli arbitri McNally che era su in tribuna e che aveva davanti il televisore, Swearingen a tutti gli effetti non rivide quindi mai l'azione prima di decidere definitivamente, ma il colloquio telefonico con McNally a quanto pare fu decisivo e quando il referee riagganciò, Boston non stava nella pelle per sapere la decisione. Swearingen gli rispose semplicemente "We got a touchdown" e Boston partì a razzo per la sideline anticipando la decisione e scatenando l'entusiasmo del pubblico che invase il campo.
Quindici minuti dopo, Gerela potè calciare la trasformazione e Pittsburgh festeggiò definitivamente quella che poco più tardi, con un calembour, fu soprannominata "l'immacolata ricezione".
La NFL negò che McNally avesse influenzato Swearingen a seguito del replay televisivo, smentendo una presunta dichiarazione di Joe Gordon ripresa dall'Oakland Tribune secondo cui la decisione era sopravvenuta dopo la visione del replay. Lo stesso Gordon dichiarò che non aveva assolutamente mai pronunciato quelle parole e ulteriormente due ufficiali della NFL , Kensil e Pinchbeck, presenti nel press box, negarono che la decisione fosse frutto di replay.
I "non sono sicuro", i "mi sembra", i "probabilmente", oltre ad un fiume di bizzarre interpretazioni della famosa telefonata tra Swearingen e McNally (compresa la spassosa "c'è abbastanza polizia per salvare noi e i giocatori se chiamo incompleto?") hanno inondato TV, videoteche, carta stampata.
La citazione che preferisco, e che suona come una sorta di stanca resa, l'ha fornita Madden, anni dopo  l'accaduto "No matter how many times I watch the films of the 'Immaculate reception' play, I never know for sure what happened".
In una NFL che stava cambiando, avviandosi a diventare una enorme ed esasperata macchina da soldi, la vicenda contribuì a creare una tensione tra le tifoserie che ancora oggi è ben sentita e radicata, e secondo alcuni analisti sportivi fu il motivo scatenante della deriva ultrarude che prese il gioco fisico di Oakland in quegli anni.
L'immacolata ricezione lasciò dietro di sè non poche macchie.



mercoledì 12 dicembre 2012

Ma i Pottsville Maroons?

Pottsville è un piccolo paesino della Pennsylvania che oggi conta meno di quindicimila abitanti, in mezzo alla Coal Region, cosiddetta per le ricche miniere di antracite presenti in quella zona, a circa 150 km da Philadelphia.
Giusto per ribadire la vocazione del territorio, i Pottsville Eleven (gli "Undici di Pottsville", fantasia al potere...) giocavano a football al Minersville Park (Parco della Città dei Minatori) e nel 1924 si iscrissero alla Anthracite League come Pottsville Maroons. Ok, abbiamo capito l'antifona.
Nel 1925, dopo la vittoria nella suddetta lega, che collassò dopo un solo anno di vita, i Maroons si spostarono nella NFL che all'epoca era ben diversa da quella odierna, ma che stava progressivamente cambiando pelle: nell'anno dell'ingresso di Pottsville furono ammesse alla lega anche franchigie di città come New York (Giants) e Detroit (Panthers).
Primo anno di presenza e subito protagonisti della lega, con la vittoria determinante sui Chicago Cardinals del 6 dicembre, che in pratica consegnò il titolo alla squadra di proprietà di John Streigel. Carichi di quel trionfo, i giallorossi sfidarono la squadra dell'università di Notre Dame al glorioso Shibe Park di Philadelhpia in un match previsto il 12 dicembre.
Dietro c'era stato un gioco di dispetti che aveva visto coinvolta la squadra di Pottsville ed i Frankford Yellow Jackets: questi ultimi, dopo aver battuto sul proprio terreno di casa i Maroons per 20-0 il 14 novembre, si erano assicurati il diritto, come miglior squadra dell'East, di affrontare Notre Dame in una sorta di match esibizione tra il top dei pro ed il top del college football. I Maroons avevano asfaltato Frankford nel rematch 49-0 ed avevano strappato loro il diritto di giocare la gara, gli Yellow Jackets avevano così deciso di programmare una gara di campionato lo stesso giorno del match esibizione, costringendo così Pottsville a "sloggiare" da Philadelphia.
Eccitati dall'idea di disputare una gara tanto importante, i Maroons so offrirono di ospitare Notre Dame al Minersville Park, che all'epoca conteneva circa 5.000 persone, una quantità che già era esigua per la NFL, figurarsi per una gara del genere, di conseguenza scelsero Shibe Park che poteva contenere all'incirca 23.000 persone. Carr, il commissioner della NFL, mise per iscritto la minaccia di sospendere i Maroons se fossero scesi in campo violando così i diritti territoriali di Frankford, ma questi, forti pare di una autorizzazione telefonica, scesero in campo ugualmente davanti a circa 10.000 persone battendo Notre Dame per 9-7 con un field goal all'ultimo minuto.
Sportivamente parlando, la vittoria dei Maroons è uno spartiacque: prima di tale vittoria il college football era generalmente considerato migliore del football pro, il cambio di equilibri diede una nuova spinta alle leghe professionistiche tanto che proprio l'anno successivo venne fondata la prima versione della AFL.
A livello di "burocrazia" invece, la gara per Pottsville fu devastante: la squadra fu sospesa e quindi non potè disputare in maniera ufficiale altre gare valide per la NFL, i Cardinals presero la palla al balzo ed allestirono due match con squadre già praticamente in vacanza e migliorarono la propria percentuale di vittorie sorpassando i Maroons e laureandosi campioni della lega, dando il via ad una controversia che ancora nel 2003 faceva discutere le squadre ed i tifosi.
A quanto pare, a volte i sogni si pagano a caro prezzo...


domenica 9 dicembre 2012

Heisman Trophy

Al Downtown Athletic Club, il 9 dicembre del 1935, venne premiato Jay Berwanger come il miglior atleta di College Football della stagione.
Quello che nel suo anno iniziale fu chiamato semplicemente Downtown Athletic Club Trophy fu, l'anno successivo, rinominato Heisman Trophy in onore di coach John Heisman, campione nazionale con Georgia Tech nel 1917 e allenatore anche di basket e baseball.
L'Heisman Trophy negli anni è diventato ambitissimo trofeo per il mondo del College Football, e cinque vincitori (Doak Walker, Roger Staubach, Tony Dorsett, Marcus Allen, Barry Sanders) sono poi stati selezionati per la Pro Football Hall of Fame.
La stragrande maggioranza dei vincitori si posiziona in ruoli d'attacco (QB o RBs), hanno rotto questo incantesimo pochissimi giocatori:
Larry Kelley (End, Yale, 1936)
Leon Hart (End, Notre Dame, 1949)
Johnny Rodgers (WR, Nebraska, 1972)
Desmond Howards (WR, Michigan, 1991)
Charles Woodson (CB, Michigan, 1997)
L'unico giocatore ad aver vinto per due volte il trofeo (cosa assolutamente eccezionale perchè la carriera universitaria dura quattro anni!) è stato Archie Griffin di Ohio State (1974,1975).
Notre Dame, Ohio State ed University of South California attualmente detengono il record di trofei vinti dai loro giocatori, sette per ogni college.
L'Heisman curse, ovvero la maledizione dell'Heisman, è una diceria che dovrebbe colpire il vincitore, facendogli perdere il bowl successivo alla vittoria, ma questo non accade ormai da svariati anni.
Per una lista completa dei vincitori potere vedere http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_Heisman_Trophy_winners

martedì 4 dicembre 2012

The Iron Man Game

Il 4 dicembre di ottant'anni fa, all'Universal Stadium di Portsmouth (conosciuto anche come Spartan Municipal Stadium), in Ohio, andò in scena la penultima gara stagionale degli Spartans, contro i campioni in carica di Green Bay, da cui avevano subito circa due mesi prima quella che al momento rimaneva l'unica sconfitta del torneo.

Tra Green Bay e Portsmouth non correva buon sangue dall'anno prima quando i Packers e gli Spartans si erano contesi il titolo al termine di una stagione fatta di 14 gare, e Green Bay, per bocca del suo presidente, L.H. Joanness, aveva chiuso la stagione senza giocare un match proposto dagli Spartans valevole come una sorta di gara per il titolo. 
Potsy Clark
Gli Spartans nel 1932 erano guidati sulla sideline da George Clark, detto Potsy, allenatore di football e baseball e direttore atletico già di Michigan A&M (poi Michigan State) Kansas e Butler.
Potsy era uno che evidentemente il two-platoon system non lo poteva nemmeno concepire, preferiva dar vita a quelli che venivano chiamati iron man game dove gli stessi undici uomini giocavano tutta la gara. E lo fece anche come dispetto a Green Bay che non gli aveva permesso fino in fondo di giocarsi il titolo 1931, alla sua prima stagione da allenatore di un team pro.
Quello che giocarono gli Spartans rimane uno degli iron man game più famosi della storia della lega, anche perchè la giovane franchigia dell'Ohio, che successivamente verrà trasferita in Michigan diventando quelli che sono ora i Detroit Lions, sconfisse inaspettatamente i Packers 19-0.
C'è da dire che, se anche avesse voluto cambiare i giocatori, pare proprio che Potsy non avrebbe avuto poi così tanta scelta: la rosa degli Spartans si aggirava attorno ai sedici giocatori. Tuttavia in quella squadra giocavano due All-Pro come Dutch Clark, TB-DB che guidò a fine stagione la classifica dei punti segnati con 55 e smise di giocare proprio quell'anno per andare ad allenare nel suo paese natale, il Colorado; e Roy Lee "Father" Lumpkin, dal fisico possente, che giocò in vari ruoli nel backfield e che a Georgia Tech era stato soprannominato, per la potenza, "Rambling Wreck from Georgia Tech", ovvero come la Ford T mascotte del college. A loro aggiungiamo anche Harry Ebding, Right End, che giocò ben sette stagioni tra Portsmouth e Detroit; e Bill McKalip, Left End, che nei quattro anni di gioco come professionista mise assieme due selezioni come All-Pro.

I malva di Portsmouth grazie a quella vittoria giunsero a pari merito con i Chicago Bears (6-1 senza contare i pareggi), e costrinsero la lega a far disputare quello che gli Spartans avrebbero voluto organizzare già l'anno precedente: una gara di spareggio, che si può considerare il primo Championship della storia, in cui persero 9-0.
La questione delle sostituzioni tenne lungamente banco nel football tra gli anni '30 e gli anni '40 fino all'introduzione definitiva delle sostituzioni illimitate durante la stagione del 1950. Ancora oggi c'è chi caldeggia il ritorno degli schieramenti stile calcio e rugby, che secondo i principali fautori porterebbero a minori costi e semplificazione del gioco, tuttavia appare abbastanza scontato che la specializzazione che raggiungono i moderni giocatori, non sarebbe più possibile con il ritorno all'undici contro undici, di conseguenza non potrebbero vedersi certi gesti atletici in dei giocatori che devono essere in grado di ricoprire ruoli diversi.
Ma si sa che ognuno ha la propria visione del giuoco, che dev'essere più o meno quello che deve aver detto Potsy Clark a Curly Lambeau dopo averlo sconfitto

domenica 25 novembre 2012

"They can quit playing now, they have played the perfect game"

Di solito non è facile avere la percezione della grandezza di quello che ci sta succedendo intorno. Più spesso ci si rende conto della grandezza di quello che si sta attivamente creando, con i propri gesti, i propri slanci, i propri errori. Si ha una sorta di sentore che gli sforzi tuoi e di chi ti sta attorno stiano edificando qualcosa che rimarrà nel tempo.
25 novembre 1971, Owen Field di Norman, Oklahoma.
E' il giorno del Ringraziamento e si dovrebbe rimanere a casa a mangiare il tacchino, invece ci sono 62.884 persone in uno stadio che dovrebbe essere omologato per circa mille spettatori in meno. Ma sta per scendere in campo Nebraska, rankata #1 nazionale, e la squadra di casa Oklahoma, rankata #2, sta per iniziare una partita che definire sentita è ancora poco. In campo stanno per scendere diciassette (17) dei ventidue (22) migliori giocatori della Big Eight di quell'anno, in termini calcistici come se la nazionale si dividesse in due squadre e si giocasse lo scudetto. Nebraska guida la classifica nazionale come miglior difesa, Oklahoma guida la medesima come miglior attacco con una media di 472 yards su corsa a gara, mostruoso.
Sports Illustrated alla vigilia della gara pubblica una copertina-fotomontaggio dove il LB di Nebraska Terrio ed il RB di Oklahoma Pruitt sono di fronte. il titolo è "Irresistible Oklahoma Meets Immovable Nebraska". Quest'ultima viene da venti incontri vittoriosi, nella sua linea difensiva ci sono sette prime scelte della All-Big Eight selection, quattro che diventeranno All-American, e due vincitori dell'Outland Trophy (Jacobson e Glover). I ragazzi di casa, ed il loro attacco atomico, sono guidati dal QB Jack Mildren (più di mille yards su corsa, scelto poi dalla NFL come defensive back) ma soprattutto il candidato all'Heisman Greg Pruitt che porta una media di nove yard e mezzo. Tom Brahaney, futuro Hall of Fame, è il centro della linea offensiva.
L'ABC manda in onda in diretta la gara con 55 milioni di americani a guardarla, in palio c'è la vittoria nella Big Eight ma soprattutto la prima piazza nel ranking nazionale, in pratica una incollatura dal titolo di campione degli Stati Uniti. Solo le partecipazioni ai bowl sono già determinate: Nebraska andrà a Miami all'Orange, Oklahoma al Sugar a New Orleans.

La gara è altalenante ed atipica per le due squadre, con Nebraska che va a tabellone per prima grazie al RB Johnny Rodgers (Heisman Trophy l'anno successivo e giocatore del secolo di Nebraska) che ritorna in touchdown un punt da 72 yard. Il ritorno è uno dei momenti che segnano uno sport: Rodges slaloma tra gli avversari evitando persino un referee, volando sulla parte sinistra del campo tra il delirio della sideline. Forse Blahak, il CB di Nebraska, commette un blocco irregolare su Jon Harrison, ma gli arbitri convalidano. 7-0.
I treni dei Sooners non riescono a partire, massacrati da una difesa di Nebraska che alza decisamente l'asticella della competizione, Glover terminerà la gara con ventidue (ok, rileggetelo: ventidue) placcaggi nonostante abbia davanti un All-American come Brahaney.
I treni non partono? Dopo aver concesso il 14-3 agli ospiti è lo stesso Mildren che usa le gambe e il braccio trovando Harrison per il minimo vantaggio all'intervallo lungo 17-14.
Si ricomincia ed il running game che funziona inizialmente è quello dei Cornhuskers che si portano 28-17 ma i  Sooners riacchiappano la gara 31-28 con sette minuti e cinque secondi sul cronometro ed il kick off che porta la palla sulle 26 di Nebraska. Qui il qb degli ospiti Tagge trova Rodgers che corre fino alle 15 di Oklahoma, poi quattro portate di Kinney terminano nel touchdown che muove il tabellone sul 35-31 con due minuti alla fine. Due sack di Mildren nel terzo e nel quarto down dell'ultimo possesso mettono fine ad una gara che ancora più del titolo nazionale dell'anno prima, proietta Nebraska alle stelle come popolarità.

I Cornhuskers demoliranno Alabama all'Orange Bowl 38-6 e confermeranno il titolo nazionale, coach Devaney si ritirerà l'anno dopo, fresco di vittoria di nuovo all'Orange Bowl contro Notre Dame.

I Sooners, nonostante la sconfitta, batteranno Auburn al Sugar Bowl 40-22 e rilancerano il loro programma diventando contender fissi per il titolo nazionale per tutti gli anni '70 e parte degli anni '80.

La Nebraska del '71 sarà votata nel 1988 da The Sporting News "The Greatest Team of the Tweintieth Century". ESPN.com nel 2008 voterà Nebraska come "The best college football team of all time".

Dave Kindred dopo la gara scrisse sul Louisville Courier-Journal "They can quit playing now, they have played the perfect game."

giovedì 25 ottobre 2012

Wrong Way Run

Dai, su, delle volte occorre anche sorridere, quando ti accorgi che tutto è un allegro dramma.
Il 25 ottobre del 1964 a San Francisco, nel defunto Kezar Stadium, scendono in baia i Minnesota Vikings. Tra i vichinghi gioca, con il numero 70 Jim Marshall. Un nome storico della franchigia di Minneapolis, due volte probowler, con maglia ritirata, con una fila lunghissima di record che da quelle parti si rivedranno raramente. Cosa ti aspetti da un formidabile end come lui?
Che ricopra un fumble! Ne ha ricoperti 30 in carriera, una specialità di cui ha il record in lega.
In effetti puntualmente Jim ricopre un fumble, e poi si alza ed inizia a correre, caspita, 66 yards di corsa fino alla endzone.
Ma tra una certa ilarità del pubblico rosso-oro, inspiegabile per Marshall che tiene la palla ben oltre l'ingresso in endzone, fino ad uscire dal campo. Ed i referee indicano una safety, e San Francisco guadagna due punti.
Semplicemente Jim nella foga era partito a razzo dalla parte sbagliata, entrando nella endzone sbagliata e siglando due punti che, fortunatamente, al termine della gara non influirono sulla vittoria dei Vikings 27-22, ma che fecero siglare un nuovo record, ovvero la giocata più corta della storia della NFL con -66 yards.
Marshall più tardi ricevette anche una lettera da Roy "Wrong Way" Riegels, autore di un altrettanto storico wrong way nel Rose Bowl del '29, il messaggio riportava semplicemente "Welcome to the club".
La safety di Marshall è spesso citata come la figuraccia più figuraccia nella storia della NFL, ed è sistematicamente presente in tutte le compilation delle giocate più catastrofiche della Lega.
Dai Jim, in fondo è pur sempre un record...

venerdì 28 settembre 2012

Dallas Texans

Oggi ricorrono i 60 anni dal kick off della prima ed unica stagione in NFL dei Dallas Texans, ambizioso progetto del giovane milionario Giles Miller, che aveva acquistato armi e bagagli i New York Yanks per trasferirli in Texas, diventando la prima franchigia NFL nella storia dello stato con la stella.
L'idea era di chiamarli Rangers, ma poi prevalse la linea di rivendicazione dell'anima texana. E poi, partenza col botto perché giocava in casa al Cotton Bowl, un pezzo di storia del football, capace di 75.000 persone. Miller aveva imprudentemente dichiarato "there is room in Texas for all kinds of football" confidando nella fame di NFL in luoghi dove esisteva un grande attaccamento al football prep e di college.
Invece, quel 28 settembre, davanti a poco più di 17 mila persone, si capì subito il tenore della stagione: lacrime e sangue. La sconfitta 24-6 con i Giants fu la prima di una serie che portò i texani a disamorarsi del progetto, fino alla gara del 9 novembre dove sugli spalti si contarono non più di diecimila persone, una miseria assoluta.
Fu l'ultima gara dei Texans in Texas, la squadra trovò pesanti difficoltà economiche per il mancato supporto delle imprese locali e dovette traslocare in Pennsylvania, ad Hershey, diventando un travelling team e giocando le programmate due ultime gare casalinghe al Rubber Stadium di Akron, Ohio.
Questo comportò il deprimente contorno (3000 anime) all'unica vittoria stagionale il giorno del ringraziamento contro i Bears di Halas, vittoria totalmente inaspettata che potè almeno evitare di dare alla lega la macchia di una squadra sempre perdente in tutte le gare di stagione.
Il progetto fallì miseramente e la NFL ritirò la franchigia, successivamente la trasferì ai Baltimore Colts che però ufficialmente risultano un team di espansione e quindi non si portano dietro il palmare sedi Texans.
Questi ultimi, di conseguenza, risultano l'ultima squadra della NFL che ha cessato totalmente le operazioni. Solo nel 1960, grazie alla neonata AFL, risorgeranno i Texans che però si trasferiranno nel 1963 a Kansas City, lasciando campo libero ad una franchigia (i Cowboys) che ha poi scritto pagine centrali nella storia di questo sport.

martedì 11 settembre 2012

Massillon Washington High School

Il football pervade l'america ed il suo sistema scolastico, così come tutti gli altri sport praticati ad alto livello. Il concetto di squadra sportiva si fonde con quello di scuola, ed i ragazzi si sentono parte di una struttura che va oltre l'insegnamento, ma che ricomprende anche le forme di svago come appunto gli sport.
Personalmente penso sia un modello vincente, perchè non lega i ragazzi a nessun tipo di remunerazione come avviene negli sport professionistici europei, e soprattutto permette alla scuola di "premere" sui ragazzi più preparati sportivamente affinchè abbiano anche migliori risultati scolastici.
D'altro canto, si sollevano sempre polemiche legate al fatto che i voti dei ragazzi migliori siano sempre ritoccati verso l'alto per assicurare loro gli standard minimi per continuare gli studi ed essere reclutati nei college con i programmi sportivi più importanti. Tuttavia è innegabile che questo sistema scolastico/sportivo determini un abbandono scolastico infinitamente più basso dei talenti sportivi: lo sport passa per l'istruzione, seppure anche se ipocritamente si negano "aggiustamenti" di voti e giudizi.

L'high school football, o prep football, è uno sport di grande seguito a cui si dedica il venerdì sera dell'autunno in tutta la nazione. Interi paesi chiudono, ed i bar e pub tengono aperti con radioline e TV (dove esiste il servizio) per sentire come va "giù al campo", in impianti che contengono sette, otto, diecimila persone, praticamente tutta la popolazione residente.
Ovviamente tale sport è molto sfruttato dal cinema: si contano almeno una ventina di film ed una serie televisiva (Friday Night Lights), i campionati si svolgono a livello locale, per poi passare al livello statale. Così come nel College Football fino a qualche anno fa, non esiste un bowl "definitivo", ma il campione nazionale viene "acclamato" in base alle statistiche fornite da USA Today e dal National Prep Poll.

Ad un tentativo di realizzare una gara di questo tipo è legato un episodio molto significativo di quanto football ed America vadano a braccetto: nel 1936 la Washington High School di Massillon (Ohio) chiuse la stagione 10-0 allenata da un formidabile ragazzo di 28 anni che rispondeva al nome di Paul Brown, che quella stessa scuola aveva frequentato quasi quindici anni prima.
Lì si era formato come giocatore scendendo in campo affianco a Harry Stuhldreher poi componente dei Four Horsemen di Norte Dame, poi si era trasferito a Ohio State dove non aveva trovato posto nella locale squadra di football ed aveva ripiegato per Miami University, dove con i RedHawks aveva messo assieme un record di 14-3.
Scartata l'ipotesi di continuare gli studi storici, su raccomandazione del suo coach a Massillon, era stato assunto nella privata Severn School nel 1930 come allenatore della squadra di football a 22 anni, a cui fece vincere il titolo del Maryland al primo colpo. Dopo un biennio alla severn, venne assunto alla Massillon al posto del suo mentore Dave Stewart.
Qui Brown lasciò immediatamente a casa un assistente perchè assente a causa del lavoro in fattoria, poi istituì metodi di lavoro decisamente più duri ma più proficui, per dirne una, ai giocatori fu vietato sedersi sulle panchine durante la gara, anche le riserve dovevano seguire in piedi le gare.I suoi schemi virarono verso la rapidità a dispetto della forza, grazie alla sua esperienza di "piccolo" in un gioco fatto per "grossi".
E soprattutto, con il fine ultimo di creare squadre "forti", si fregò beatamente del colore della pelle dei giocatori, cercando semplicemente i migliori. La sua concretezza, nell'obbiettivo sportivo, ebbe come conseguenza una totale desegregazione: la Massillon aveva tutti i migliori ragazzi di colore che gli altri non volevano, più tutti i ragazzi bianchi reclutati con abilità. A questo aggiunse l'invenzione del playbook, pensata geniale che gli diede un vantaggio sostanziale sui colleghi.
Quella del 1936 fu parte di una serie di cinque stagioni in cui solo l'influenza epidemica del 1937 fermò la Massillon: cinque stagioni, una sconfitta, ed il precedente titolo dello stato dell'Ohio vinto nel 1935 e bissato nel 1936.

A quell'epoca andava di moda organizzare gare post-season dove le scuole imbattute invitavano altre scuole imbattute per rendere una definitiva prova di forza ed essere considerata unanimemente campione nazionale. La Central High School of Knoxville invitò la Massillon per una di queste gare. Brown si rifiutò di lasciare fuori i propri giocatori di colore da questa gara, come richiesto dalla scuola segregazionista di Knoxville. Ovviamente, a monte della decisione c'era il fatto che i ragazzi di colore erano una parte considerevole, e piuttosto importante, di quel team, non c'era certo un intento "morale" nel rifiuto di giocare, ma il gesto fu apprezzato: la Central si autoproclamò campione nazionale "a tavolino", ma per acclamazione fu proprio la Washington ad essere ricordata negli annali come la scuola campione del 1936.
La Washington, peraltro, attualmente è la scuola che vanta il più alto numero ti trofei nazionali: ben nove, di cui però, l'ultimo più di 50 anni fa nel 1961), e ben 22 titoli dell'Ohio, tutti vinti prima dell'inserimento dei playoff nel 1972. Il suo impianto sportivo è dedicato alla memoria di Brown.

domenica 5 agosto 2012

The Perfect Season

Il 5 agosto di quarant'anni fa scendevano in campo contro i Detroit Lions, per la prima delle sei gare di preseason, i ragazzi che a tutt'oggi sono gli unici ad aver completato un'impresa straordinaria: la Perfect season, imbattuti dal kick off della prima giornata fino allo zero sul cronometro del superbowl.
Miami Dolphins, lo stupendo ed irraggiungibile 1972 dei ragazzi di Don Shula, quello rimasto head coach di Miami per 25 anni dal 1970 sino al 1995, una sorta di leggenda dalle parti delle Everglades, che viene ricordato soprattutto per quel mitico periodo iniziato l'anno precedente con la vittoria nell'AFC Championship ai danni degli allora Baltimore Colts, a cui successe la disfatta ad LA per il superbowl perso contro Dallas 24-3.
La stagione 1972 si preannunciava di nuovo interessante, nonostante una preparazione che aveva dato solo un record di 3-3 (sconfitte con Detroit, Green Bay e Washington). In effetti le prime gare settembrine con Kansas City e Houston filarono via con due vittorie, poi altre due a Minneapolis ed in casa Jets, fino ad arrivare sul 4-0 in casa con i Chargers dove la vittoria costò assai cara: la caviglia del QB titolare Griese fece cioc! e Miami si preparò ad una lunga parentesi senza di lui, sostituito da Earl Morrall, un ragazzino di 38 anni che aveva esordito in NFL quando Griese ancora andava alle scuole medie (1956) e che poi aveva girovagato tra San Francisco, Pittsburgh, Detroit, New York, per poi giungere ad un meritato Superbowl via Baltimore, vinto sostituendo egregiamente mica un tizio qualunque, ma un certo Johnny Unitas, fino a siglare all'età di 37 primavere un contratto riposante a Miami.
Di riposo in quella stagione, per il vecchio Earl, non ce ne fu poi molto. Vero che la franchigia puntava su un ottimo running game in cui Mercury Morris e Larry Csonka passarono le 1000 yards di corsa a testa, tuttavia Miami mise Morrall in condizione di lanciare per tutte le gare di campionato comprese le squillanti vittorie contro New England (52-0) e le due gare da ex con Baltimore (23-0 e 16-0), e di continuare la sua stagione eccellente con le gare di post season contro Cleveland ed a Pittsburgh, lasciando il posto a Griese per il superbowl.
La fortissima eco mediatica che suscitava l'attacco dei delfini, finì per creare la leggenda della sua difesa, la "no name defense" così ironicamente chiamata dai suoi stessi componenti per segnalare come non contassero i nomi per divenire una delle più arcigne difese della NFL, la migliore in assoluto di quell'anno, in una squadra in cui ben nove elementi furono selezionati per il Pro Bowl.
L'ultimo atto della stagione, al Coliseum di Los Angeles, vedeva però i Redskins favoriti, soprattutto per come si era composta la stagione regolare: Miami, per una serie fortuita di combinazioni, aveva incontrato dodici squadre con record finale negativo (sconfitte in numero pari o superiore alle vittorie) e solo due con record positivi ovvero Giants e Chiefs, entrambe con un misero 8-6. Tuttavia i Dolphins avevano ben in mente la sconfitta patita dodici mesi prima con Dallas e rimasero concentrati per una gara che li vide segnare un TD per quarto nei primi due, e mantenere inviolata la propria area di meta anche in maniera fortuita come l'errore del kicker Curt Knight dalle 32 yards e soprattutto il lancio dalle 10 yards di Kilmer per Jerry Smith in endzone, che colpì la traversa della porta e risultò incompleto, per poi vedersi intercettare il terzo lancio e lasciare a Miami il vantaggio del 14-0 sino ai due minuti dal termine quando l'inviolabilità dei Dolphins cadde grazie al comico field goal di Garo Yepremian, che consiglio a tutti di andare a rivedere su youtube perchè merita veramente.
Washington non riuscì a completare l'ultimo drive con zero time out e poco più di un minuto da giocare, Kilmer chiuse la gara con tre sanguinanti intercetti e Miami vinse, per ora unica a riuscirci, il superbowl da imbattuta. Semplicemente eccezionale.

lunedì 9 luglio 2012

Frankford Yellow Jackets

La storia incrocia i destini di qualsiasi vicenda, nel bene o nel male, a volte in entrambi i casi.
I Frankford Yellow Jackets erano una squadra di football professionistico fondati nel 1899 come Frankford Athletic Association, un sobborgo nel nord di Philadelphia, nel 1922 assorbirono la Union Quakers of PHiladelphia e si avviarono a diventare una delle più forti realtà dello stato tanto da ottenere un record di 6-2-1 contro squadre della NFL tra il 1922 ed il 1923.
Ovvio aspettarsi il salto dentro la lega professionistica, di cui furono protagonisti nella seconda metà degli anni '20 raggiungendo la vittoria nel 1926, mentre l'anno prima furono i promotori della sospensione dei Pottsville Maroons che diede di fatto il titolo ai Chicago Cardinals.
La grande depressione del 1929 colpì duramente anche lo sport professionistico e le "giacche gialle", il taglio dei veterani della squadra nel 1930, rimpiazzati da rookie usciti direttamente dal college diede alla squadra ben poche soddisfazioni, se a questo sommiamo l'abbandono del supporto dall'associazione veterana Legion Post e la riduzione del pubblico pagante otteniamo la pessima situazione che si perpetuò anche l'anno successivo, aggravata dall'inagibilità a causa di un incendio del Frankford Stadium.
Essere senza impianto fisso costrinse Frankford ad utilizzare tre impianti dell'area metropolitana di Philadelphia, ma che dissuadevano, per la distanza, i tifosi. Dopo il deserto sugli spalti di Yellow Jackets - Spartans, il commissioner NFL propose alla squadra di disputare solo gare in trasferta, nonostante l'accettazione, gli Yellow Jackets, dopo la vittoria a Chicago 13-12, sospesero la propria attività.
Passeranno quasi 68 anni prima che un team di Philadelphia riesca a violare il campo dei Bears (17 ottobre 1999: PHI@CHI 20-16).
La NFL spese i successivi due anni per trovare un progetto che potesse far tornare il football pro a Philadelphia, trovandolo il 9 luglio 1933 in Bert Bell e Lud Wray, le ceneri del progetto Yellow Jackets, che chiamarono il loro team Philadelphia Eagles, in onore dell'aquila simbolo del new deal del presidente Roosevelt. Non si può certo considerare il progetto Eagles come un continuo effettivo di Frankford, perchè la franchigia fu acquistata da Bell e Wray ex novo, tuttavia come omaggio a questo team defunto, Phila giocò con i primi colori giallo ed azzurro come una versione già indossata dagli Yellow Jackets, gli ideali padri degli Eagles.

martedì 7 febbraio 2012

Perchè TGGEP?

Le migliori squadre del decennio 2000-2009 sono considerate i New England Patriots di Brady e gli Indianapolis Colts di Payton Manning.
Indianapolis Colts, già Baltimore Colts, guidati da Peyton Manning. New England Patriots, giunti ad un passo dalla stagione perfetta, 18 su 18, e sconfitti dai New York Giants, da sempre New York Giants, guidati da Eli Manning.
Non c'è solo il cognome Manning ad unire due franchigie storiche della lega professionistica dello sport più amato dagli americani. I Colts di Johnny Unitas ed i Giants di Frank Gifford sono stati protagonisti di quello che nel football è considerato appunto "The Greatest Game Ever Played", la più grande partita mai giocata, ovvero il NFL Championship Game del 28 dicembre 1958 allo Yankee Stadium di New York, risolto all'overtime da un TD del fullback italoamericano Lino Dante "Alan" Ameche.
In un paese giovane come gli Stati Uniti, l'epica si costruisce su una storia che non si perde nelle nebbie dei millenni, ma che a volte è talmente vicina quasi che se ne senta il rumore in lontananza.
Gli spalti dello Yankee Stadium in cui la folla osserva le gesta di giocatori entrati già nella mitologia dello sport e della nazione: Gifford, Unitas, Marchetti, Maynard, Brown, i tinelli delle case negli happy days, con la gente che segue appassionatamente il primo Championship trasmesso per televisione.
La gara è diventata frutto di svariati aneddoti, alcuni leggendari, tra cui l'invasione di campo di uno spettatore durante l'overtime, che si dice essere stato un dipendente della NBC "costretto" al gesto per dar modo ai colleghi di sistemare i problemi che stavano affliggendo il segnale televisivo in quel momento.
Diciassette tra atleti e personale dello staff tecnico di quella gara, sono poi entrati nella NFL Hall of Fame, tra cui l'offensive coordinator di NYG, un certo Vince Lombardi, ed il defensive end Gino Marchetti, capitano di Baltimore, 9 volte All-Pro, che si fratturò una caviglia evitando un primo down e rimase, da vero capitano, tutta la gara a bordocampo rifiutandosi di scendere in locker room a farsi ridurre la frattura.
Stranamente, non ne è mai stata fatta una riduzione cinematografica, tuttavia la letteratura ha dedicato tre volumi a questa straordinaria partita:

- Bowden, Mark (2008), The Best Game Ever: Giants vs. Colts, 1958, and the Birth of the Modern NFL. Atlantic Monthly Press. ISBN 978-0-87113-988-7
- Gifford, Frank and Richmond, Peter, The Glory Game:How the 1958 NFL Championship Changed Football Forever Harper Collins e-books ISBN ISBN 978-0-06-171659-1
- Lyons, Robert S. (2010). On Any Given Sunday, A Life of Bert Bell. Philadelphia:Temple University Press. ISBN ISBN 978-1-59213-731-2

Un video ampissimo (due ore e mezza) su questa straordinaria gara: